Gallerie: la P420 rappresenta Pieter Vermeersch

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Novità importanti per la Galleria P420 di Bologna che a fine 2021 ha dato vita ad un nuovo rapporto professionale, iniziando a rappresentare l’artista Pieter Vermeersch (Kortrijk, Belgio, 1973) già ospite negli spazi di Via Azzo Gardino 9 in occasione della mostra Resonance curata da Luca Cerizza.

La pittura di Vermeersch, si legge sul sito della Galleria, nasce dalla trasposizione su tela di immagini fotografiche volutamente astratte. Usando un sistema di griglie, queste vengono pazientemente e meticolosamente tradotte in colore, in tono (per usare un termine che si applica sia al vocabolario pittorico come a quello musicale).

In linea con un certo pensiero di matrice pop-minimal-concettuale che, attraverso una pratica processuale, ambisce a mettere in questione il ruolo dell’individuo-artista-autore, Vermeersch definisce a priori una serie di regole, che segue poi con disciplina quasi meccanica.

Pieter Vermeersch, Untitled (Blue 0-100%), 2021, pittura acrilica su muro, dimensioni variabili

Questo processo, che lo stesso artista ha definito con un ossimoro di “astrazione iper-realistica”, restituisce quadri in cui una quasi totale monocromia sfuma in un altro tono, come a rivelare la natura cangiante della materia pittorica.

Quasi da subito, Vermeersch amplifica la scala della sua pittura, prima attraverso pratiche performative dove la pittura si espande temporalmente e spazialmente, poi in una serie di wallpaintings (dal 2001) e interventi spaziali, dove il cromatismo espanso dialoga con l’architettura e con il paesaggio naturale, per diventare atmosfera, spazio, paesaggio o, meglio, la loro illusione stilizzata.

Anche al di fuori del museo e della galleria, le cromie di Vermeersch traducono una dimensione temporale attraverso impercettibili gradienti che vibrano come lunghi droni, come una infinità di armonici che occupano uno spazio-tempo. In quegli interventi di una pittura espansa, che seguono non a caso quasi sempre un movimento orizzontale, “il tempo diviene spazio”, come diceva Gurnemanz a Parsifal nel primo atto dell’opera wagneriana.

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