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sabato, Gennaio 29, 2022

LIBRI – La Fotografia come arte contemporanea

del

La Fotografia come arte contemporanea. Un titolo pretenzioso, come pare quello del volume qui recensito edito nel 2010 in italiano per i tipi di Einaudi, può nascondere un testo deludente poiché pare promettere una “verità” che difficilmente si riesce a trovare tra le righe d’inchiostro. Non è questo però il caso della riflessione a tutto campo che Charlotte Cotton fa sull’esistenza e la presenza della fotografia contemporanea come oggetto artistico presso musei e gallerie. Proveniente da un percorso professionale prevalentemente pragmatico, come solo istituzioni anglofone sanno dare (da curatore del dipartimento di fotografia Wallis Anneneberg del County Museum of Art di Los Angeles a curatore della fotografia del Victoria &Albert Museum di Londra fino a diventare direttore creativo del National Media Museum di Bradford), in questo libro la Cotton ha saputo proporre in un’introduzione corposa con un’impostazione intellettuale/sociologica delle nozioni basilari per spiegare  milieu artistici e sociali in modo da dare strumenti concreti per poter aprirsi alla comprensione di movimenti, opere e artisti che spesso rimangono ostici ai più perché la loro opera non si esplica nella “bella immagine”: quello che conta sono le idee e poi i loro esiti visivi. L’autrice condanna apertamente la moda comune a molte gallerie che sia lo stile o il soggetto a determinare la fotografia artistica.

In questo denso cappello introduttivo sono anticipati gli argomenti dei successivi otto capitoli,  pensati come se fossero otto aree tematiche salienti di un ipotetico museo della fotografia. In ognuno di essi la Cotton esamina il lavoro di diversi fotografi che meglio incarnano il concetto espresso nel titolo presentandoli in maniera discorsiva e didattica attraverso una breve biografia e almeno una riproduzione emblematica del loro lavoro, permettendo di conoscere e inquadrare opere di autori non sempre familiari.

Si parte quindi dal capitolo “Se questa è arte”, che nasce dall’uso della fotografia come reportage delle perfomance di arte concettuale degli anni Sessanta, fino a diventare nel Novecento la fotografia stessa l’oggetto significante, l’opera d’arte. La fotografia in questo caso è come se fosse la climax di un percorso. C’è poi la sezione “C’era una volta”, che fa leva sul comune bagaglio culturale di immagini per poter decodificare spunti, allusioni, atmosfere  di un’opera e trasformarli in una narrazione compiuta. Questo tipo di approccio identifica le fotografie che hanno elementi in comune con la pittura figurativa, i tableau vivant,  nel senso che usano gli stessi stereotipi di gesti/prospettive/spazi per suggerirci un contenuto narrativo.

Il terzo capitolo denominato “Impassibilità” sembra quello più incline a soddisfare una certa estetica neutrale: in genere vengono ripresi spazi estesi, spesso svuotati dalla presenza umana, con dimensioni e definizione notevoli e sono in genere le opere che più perdono in impatto visivo nella riproduzione su libri di testo.  Quest’impostazione si trova tra gli allievi dei coniugi Becker, in particolare Candida Hofer (le grandi biblioteche) e  Thomas Ruff con i suoi primi piani. Luci geometrie e simmetrie paiono suggerire un’estraneità dell’autore al soggetto, riportando apparentemente la fotografia a dato di fatto.

In “Qualcosa o niente” invece si  enfatizza il ruolo del fotografo in quanto demiurgo: scegliendo oggetti trascurabili come rifiuti si impone la propria volontà nel voler farli assurgere a oggetti degni di diventare arte. In “vita intima” si torna all’uso comune della fotografia come testimone dei momenti salienti ma anche banali della vita di ognuno, facendo leva principalmente sulle relazioni affettive che non sempre hanno la linearità che le tipiche foto di famiglia vogliono ritrarre. Un diario di apparenti banalità che accomunano molta parte del genere umano, ma anche imprevisti che inseriti in un tale contesto noto provocano un forte senso di straniamento nello spettatore. Mentre, in “Momenti nella Storia” si tende a sottolineare la capacità documentaria della fotografia artistica, non però nel senso di essere contemporanea agli eventi, anzi una buona parte dei fotografi di questa sezione possono essere considerati avere un approccio anti-giornalistico in quanto documentano il dopo dell’evento, le conseguenze, gli avanzi.  Oppure si prendono cura di quelle realtà che paiono non trovare più spazio nella nostra dimensione storica, come comunità isolate, realtà sociali particolarmente faticose.

Gli ultimi due capitoli si potrebbero definire più “tecnici”; il settimo “Ripreso e rifatto” si basa sul gioco comune nella fotografia di diventare meta-fotografia, di riprendere pubblicità, scatti di altri autori in un gioco di specchi spesso difficile da svelare e da capire  anche dal punto di vista legale (copyright – diritto d’autore etc.) L’ultimo “Fisico e materiale” si occupa della scelta tecnologica per realizzare l’immagine, vale a dire se digitale o analogica. In questa sezione le caratteristiche fisiche e materiali dello scatto diventano parte integrante della fotografia, esse stesse portatrici di significato. .

Trovo questo libro fresco, pieno di passione e preciso nel voler comunicare quali parametri e valori  possono aiutare a valutare (non nel senso della monetizzazione ma nel senso della comprensione emotivo-intellettuale) un’opera. Un’opera ricca di spunti, aperta, che non può non essere di stimolo per proseguire.

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Titolo: La fotografia come arte contemporanea
Autore: Charlotte Cotton
Editore: Einaudi
Collana: Piccola Biblioteca Einaudi. Mappe
Data: 2010
Prezzo di copertina: 30,00 €

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