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domenica, Gennaio 23, 2022

Aste: l’arte contemporanea italiana vale il 2.6% del mercato

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Oltre 45.7 milioni di dollari. A tanto ammonta il fatturato generato dalla vendita in asta di opere d’arte contemporanea italiana, ossia il 2.6% del mercato. Gli artisti italiani sono oggi al 5° posto in classifica dopo quelli statunitensi (39.9%), cinesi (21.2%), tedeschi (10.9%) e britannici (10.8%). E questo anche se il mercato dell’arte contemporanea in Italia rimane sostanzialmente debole, rappresentando solo lo 0.4% di quello globale, con un fatturato totale di 7.1 milioni di dollari (inferiore di oltre 6 volte a quello della nostra arte contemporanea!). Sono questi alcuni dei dati che emergono dal nuovo rapporto di artprice.com che prende in esame l’andamento del mercato da luglio 2014 a giugno 2015. Dodici mesi in cui, complessivamente, le vendite all’asta di arte contemporanea hanno generato un fatturato 1.76 miliardi di dollari, segnano un calo del -12% rispetto al periodo precedente, ma una crescita del +1800% in confronto alla stagione 2000-2001, quando questo mercato valeva solo 93 milioni.

Fatturato delle vendite all'asta di arte contemporanea per nazionalità degli artisti (Fonte: artprice.com)
Fatturato delle vendite all’asta di arte contemporanea per nazionalità degli artisti (Fonte: artprice.com)

Oggi, spiegano gli analisti di artprice.com, l’arte contemporanea rappresenta il 13% del mercato mondiale e da luglio 2014 al giugno scorso sono state 55.400 le opere vendute nel mondo di cui il 64% aggiudicato per meno di 5000 dollari, mentre solo lo 0.4% ha superato il milione, facendo registrare un calo del -15% rispetto all’annata precedente. 205 opere milionarie di cui solo 14 battute a più di 10 milioni. Tra queste The Field Next to the Other Road, opera di Jean-Micheal Basquiat realizzata nel 1981 e venduta il 13 maggio scorso da Christie’s per 37.1 milioni di dollari: ossia l’aggiudicazione più alta dell’anno. Ma la cosa più incredibile è che un solo dipinto di Basquiat possa avere un valore molto vicino al fatturato complessivo di tutta l’arte contemporanea italiana venduta nel mondo.

 

Gli italiani faticano ad imporsi

 

Nonostante una posizione in classifica non malvagia – in fondo ci lasciamo dietro anche paesi molto alla moda come il Brasile (0.8%) -, l’Italia fa molta fatica ad imporre i suoi artisti in un mercato dell’arte contemporanea che, di anno in anno, si fa sempre più competitivo. Scorrendo la Top 500 degli artisti internazionali con il maggior fatturato in asta che chiude il rapporto artprice.com, infatti, è possibile notare come gli italiani siano solo 10:

La classifica del 10 artisti italiani che sono rientrati nella Top 500 di artprice.com
La classifica del 10 artisti italiani che sono rientrati nella Top 500 di artprice.com

Al di là di questo, le cose vanno meglio che agli artisti francesi i quali, pur contando su un mercato nazionale più forte del nostro (35.5 milioni di dollari, pari al 2% del totale), rappresentano oggi, in termini di vendite, solo lo 0.8% del fatturato mondiale di arte contemporanea. A differenza della Francia, però, in Italia è praticamente inesistente il mercato di fascia alta e, come se non bastasse, le aste di arte contemporanea sono quasi assenti. Ben più vivace (si fa per dire) è la scena relativa all’arte moderna e del dopoguerra sostenuta, in primo luogo, dalle vendite di Christie’s e Sotheby’s. Di fatto, gli artisti che compongono la Top 10 degli italiani più redditizi in asta da noi sono venduti unicamente in galleria.

I 15 paesi più importanti per fatturato delle vendite di arte contemporanea nelle aste dal luglio 2014 al giugno 2015 (Fonte: artprice.com)
I 15 paesi più importanti per fatturato delle vendite di arte contemporanea nelle aste dal luglio 2014 al giugno 2015 (Fonte: artprice.com)

Il perché di questa difficoltà a farsi spazio sul mercato è presto detto. Come giustamente mette in evidenza il rapporto artprice.com, infatti, a differenza di quanto accedeva in passato, «oggi la diffusione e la quotazione di un artista dipendono più dalle gallerie di grido e da collezionisti famosi per il loro intuito, che non dai critici d’arte». «Al centro di questo circuito di influenza – prosegue il rapporto -, i grandi opinionisti hanno un ascendente quasi illimitato sul mercato dell’arte contemporanea, sostenuti da reti potenti. L’influenza di una galleria è data dal suo successo internazionale, dal suo peso finanziario e dalla dinamica di promozione che ne deriva. Le grandi gallerie lanciano i loro artisti nelle fiere internazionali, presso i collezionisti e i curatori, pubblicano opere e spesso sostengono i prezzi della propria scuderia nelle sale d’asta. In tal modo definiscono l’offerta artistica, determinando al tempo stesso le quotazioni».

La Top 10 degli artisti contemporanei per fatturato nelle vendite in asta dal luglio 2014 al giugno 2015 (Fonte: artprice.com)
La Top 10 degli artisti contemporanei per fatturato nelle vendite in asta dal luglio 2014 al giugno 2015 (Fonte: artprice.com)

L’Italia, in questo scenario è particolarmente debole. Da un lato perché, anche per motivi di dimensioni, non può contare su tantissime gallerie di grido, dall’altro, perché il nostro collezionismo è storicamente molto esterofilo e, con esso, molti dei nostri galleristi che spesso hanno in squadra molti più artisti stranieri che non italiani. Insomma, un quadro che ricorda molto il nostro calcio, con i club più potenti che hanno in rosa al massimo un paio di italiani e una nazionale che ormai fallisce tutti gli appuntamenti più importanti per mancanza di nuove leve. Per farsi un’idea di come stiano le cose, basta dare uno sguardo al numero delle gallerie italiane che partecipano a fiere come Frieze o la Fiac – che inaugura proprio oggi in quel di Parigi – e ai nomi che portano nei loro stand.

 

Storie di successo: il caso Rudolf Stingel

 

Per comprendere meglio le dinamiche che portano o meno un artista ad avere successo nelle aste internazionali, il caso di Rudolf Stingel è emblematico. L’artista meranese, che da luglio 2014 a giugno 2015 con la vendita di 30 opere a generato un fatturato di oltre 22.2 milioni di dollari conquistando l’11° posto nella Top 500 di artprice.com, ha dovuto attendere molto perché le sue quotazioni lievitassero. E questo anche se il suo talento era già stato ampiamente riconosciuto dagli operatori di settore. La sua scalata nel mercato inizia, di fatto, solo nel 2007 quando espone all’MCA di Chicago e al Whitney Museum of American Art di New York e da allora il suo andamento in asta è stato in costante ascesa fino ad arrivare al primo semestre di quest’anno in cui, su 20 lotti messi in vendita, solo uno è rimasto invenduto. E anche nelle prime aste del secondo semestre le cose sono andate bene, con il suo Untitled (1996-97), inserito nel catalogo della evening sale di Phillips a Londra (14/10), venduto per più di 1.9 milioni di sterline contro una stima di 700 mila – 1 milione di £.

Fatturato delle vendite all'asta di Rudolf Stingel dal gennaio 2000 al giugno 2015 (Fonte: artprice.com)
Fatturato delle vendite all’asta di Rudolf Stingel dal gennaio 2000 al giugno 2015 (Fonte: artprice.com)

Ma prima di quel fatidico 2007, nonostante un curriculum artistico di tutto rispetto, i suoi quadri valevano poco più di 10.000 dollari e il pubblico delle aste rimaneva praticamente impassibile davanti ai suoi lavori. Ma quali sono state le tappe che lo hanno portato al successo sul mercato internazionale? Il primo passo è stato, nel 1989, l’ingresso nella galleria MDC – Massimo De Carlo, una delle più prestigiose ed influenti del nostro Paese e che lo rappresenta ancora oggi. Nel 1991 espone a Manhattan presso la Paula Cooper Gallery importantissima galleria newyorchese che, nata nel 1968, ha scritto la storia del mondo artistico della Grande Mela. E’ poi la volta del Grand Central Terminal, del Walker Art Center, del Museo di Arte Moderna di Francoforte e della Biennale di Venezia (1999, 2003). Un successo crescente a cui, però, non corrisponde ancora un riconoscimento del mercato dove le sue opere non superano mai i 15.000 dollari. Poi le cose cambiano. Nel 2007  il Museum of Contemporary Art di Chicago organizza una retrospettiva sulla sua carriera che viene poi ospitata anche dal Whitney. Un evento chiave a cui seguono una serie di esposizioni indimenticabili come quella alla Nationalgalerie di Berlino (2010) o quella di Palazzo Grassi (2013) in occasione della Biennale di Venezia. Contemporaneamente la sua opera ottiene il sostegno di influenti galleristi come Larry Gagosian che, tra il 2011 e il 2015, presenta i suoi lavori a New York, Parigi e Hong Kong.

Rudolf Stingel, Untitled, 2012 – veduta dell’installazione presso Palazzo Grassi, Venezia 2013 – Pinault Collection – photo Stefan Altenburger – Courtesy of the artist
Rudolf Stingel, Untitled, 2012 – veduta dell’installazione presso Palazzo Grassi, Venezia 2013 – Pinault Collection – photo Stefan Altenburger – Courtesy of the artist

A distanza di 35 anni dal suo debutto, i collezionisti di tutto il mondo si contendono i suoi lavori e un quadro della serie Silver Mash (1989) che nel 2000 costava 9.400 $ nel 2008 ne valeva già 900.000. A maggio, Christie’s ha battuto per 1.7 milioni un suo Untiteld del 1996 che era stato acquistato nel 2009 per 363 mila dollari. E nello stesso mese Rudolf Stingel ha ottenuto il suo nuovo record d’asta: 4.7 milioni di dollari.

[infobox maintitle=”NOTA PER IL LETTORE” subtitle=”Dal punto di vista della segmentazione del mercato si intendono opere di arte contemporanea quelle create da artisti nati dopo il 1945.” bg=”gray” color=”black” opacity=”off” space=”30″ link=”no link”]

Nicola Maggi
Giornalista professionista e storico della critica d'arte, Nicola Maggi (n. 1975) è l'ideatore e fondatore di Collezione da Tiffany. In passato ha collaborato con varie testate di settore per le quali si è occupato di mercato dell'arte e di economia della cultura.
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  1. DALLA PARTE DELL’ARTISTA : Si evince un’analisi fatta bene che fa comprendere come sia obsoleta la divisione fra artisti nazionali in un mondo sempre più unito e internazionale ; la nazionale italiana di artisti nei top 500 ha senso solo come curiosità ; il caso Rudolf fa capire bene che non basta il risultato estetico (che diventa secondario) per emergere nel mercato, ma serve tutto uno staff di gente compiacente ben introdotta, capace di aprire porte con mezzi più o meno leciti in un ambiente sicuramente vicino alla politica per quanto riguarda la Biennale e molto altro ancora. Più elastico il mercato sotto i 5000 $ che come si vede da Rudolf agli inizi non vuol dire far schifo. Insomma, per un artista senza appoggi e che lavora seriamente da solo, intorno ai cinquant’anni può aspirare a vedere quel concreto risultato economico che i suoi coetanei nelle altre professioni hanno già visto vent’anni prima ! Qui sorge la domanda : il gioco vale la candela se il successo economico arriva in prossimità della morte ? Ovviamente questa é una domanda per gli under 20 e 30 di oggi senza appoggi. SA http://armellin.blogspot.com ; Nota : Visto che sono un artista italiano per dovere di cronaca, ma si legge pure, non sono nella Top 500, ma posso benissimo entrare nei primi cinque, é solo questione di tempo.

    • Concordo sulla prima parte del suo intervento. Per quanto riguarda le domande che pone, molto pertinenti, vorrei risponderle con una nota positiva: al netto di un mercato dove per arrivare ai piani alti servono le spinte giuste (ma questo vale ormai per molti settori), il fatto che un artista, in questo caso Stingel, arrivi ad una valorizzazione economica del suo lavoro dopo aver ottenuto quella artistica, sinceramente mi sembra un percorso sano che auguro a tutti. E’ così che dovrebbero funzionare le cose, mentre troppo spesso si vedono artisti che arrivano dal nulla e volano a cifre folli. Il gioco vale la candela? Direi proprio di sì, il fatto di non vendere i propri lavori a milioni di dollari non significa per forza fare la fame per tutta la vita. Nell’arte come in altri settori c’è chi guadagna 1.200 euro al mese e chi 5.000 (o anche di più). Dipende da tanti fattori, non ultima l’anzianità di “servizio”. Anche se siamo nell’epoca del “tutto e subito” la gavetta rimane un passaggio fondamentale e chi non è disposto a farla può sempre optare per un’altra professione. Ma l’artista vero crea per necessità prima che per mestiere. Un artista di 20 o 30 anni ha tutta la carriera di fronte per dimostrare chi è ed attirare l’attenzione dei collezionisti e delle gallerie. E se vuol fare questa professione sa che deve confrontarsi con un mondo che ha alte barriere d’ingresso, che deve viaggiare all’estero ed essere aggiornato su cosa succede fuori dai confini nazionali per non rimanere indietro e, eventualmente, trasferirsi in uno dei centri dell’arte che offrono maggiori opportunità. I nostri artisti più giovani che stanno avendo un primo successo, sono tutti ragazzi che vivono tra l’Italia e Berlino, Londra ecc. In fondo non è una situazione così diversa da quella che deve affrontare un ricercatore italiano. Se poi un giorno l’Italia diventerà un piazza più appetibile tanto meglio e tutto sarà più semplice. Ma per il momento il testimone lo hanno altri Paesi e, ovviamente, gli artisti che lavorano nei mercati più vivaci hanno più opportunità dei nostri. Ma ora mi sto dilungando. Chiudo solo dicendo che se uno crede in quello che fa, il gioco vale sempre la candela!

      • Per candela ovviamente intendevo quella del camposanto. Sul viaggiare sicuramente utile, per l’artista vale prima saper produrre opere autentiche sentendo in sé la sorgente prima della sua arte. E’ Gino De Dominicis a ricordarci che l’artista deve restare concentrato nel suo studio lasciando (se possibile) perdere la stressante ricerca di contatti, ed esperienze varie, perché quel che conta é la purezza della sua ricerca che può avvenire anche in mezzo al deserto.
        Per rendere più interessante la seconda parte del mio intervento, quella in chiusura, vi cito un commento appena ricevuto da Roma da una assidua frequentatrice della mia mostra on line, un commento che potrebbe essere lo spunto ideale per un vostro articolo memorabile, eccolo, di Maria Splendente : SENZA ARMELLIN L’ARTE SAREBBE MUTILATA !!

  2. Concordo anche io con la prima dell’analisi del signor Armellin, dove c’è un “sistema” che mette in moto il mercato dell’arte, spesso, purtroppo a prescindere dai reali valori “artistici”. Questo credo che però da sempre sia così, lo sapevano bene i primi mercanti degli impressionisti e tutti quelli a seguire.
    Sulla questione degli artisti giovani, sono parzialmente d’accordo con Maggi. È verissimo che la modernità (quella pura escevra di stratificazioni) si respira maggiormente fuori dal nostro paese dove è sempre forte una storicizzazione ben radicata dalla quale pare sia difficile uscire (ovviamente con le dovute eccezioni). Per cui ci sono le piazze di Londra e di NY che in questo offorno molto più spazio. C’è però da dire, e proprio in queste pagine lo avete anche trattato, che molti giovani travolti dal vortice del mercato sono stati pompati oltremodo ed oggi alle aste hanno subito un forte rallentamento, ritornando a valori molto più concreti ed adeguati per il loro livello (di età e di ricerca).
    La verità, infine, sta nel mezzo. È vero che i talentuosi avanzano, ma a fatica se non si inseriscono nei soliti contesti di gallerie e mercanti che ne possono fortemente condurre le sorti. Penso ai tanti bravi emersi negli ultimi anni, attraverso i premi nazionali. Bravissimi anche prima che i riflettori li illuminassero.

    • Verissimo, ma forse la mia risposta ad Armellin è stata in parte fraintesa, il fatto che Londra, Berlino o NY siano più vivaci non significa che i nostri artisti non siano bravi, anzi. Sostengo da tempo che i nostri artisti siano anche più bravi di quelli stranieri, ma credo che – come accade per molti nostri ricercatori – il nostro Paese non sia in grado, in questo momento, di fornire loro le opportunità che cercano. Oltre al fatto che, oggi più che mai, confrontarsi con la scena internazionale è fondamentale. Questo a livello di carriera. Per quanto riguarda, invece, il mercato (anche se le due cose non si posso scindere completamente), quello che è accaduto nelle aste anche recentemente, è solo il frutto di una speculazione sfrenata e il fatto che i nostri giovani ne restino fuori mi sembra cosa positiva. Un giovane, a mio avviso, non dovrebbe neanche passare in asta e se si tornasse ad una divisione più netta tra mercato primario e secondario sarebbe solo un bene. Ma questo temo sia impossibile.

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