Il caso Web Summit a Doha e il sistema delle fiere d’arte: due modelli economici opposti e una domanda che il sistema culturale continua a evitare.
C’è una differenza strutturale, non ideologica, tra il modo in cui vengono trattati i grandi eventi tecnologici e le fiere d’arte. Ed è una differenza che oggi non riguarda più solo i bilanci, ma il modo in cui i settori vengono percepiti: come costo o come investimento.
Il caso del Web Summit di Doha è emblematico. Secondo informazioni circolate tra addetti ai lavori — e rilanciate anche online dal famoso esperto di mercato dell’arte Magnus Resch — l’evento sarebbe approdato in Qatar grazie a un forte sostegno pubblico, fatto di contributi economici (15 milioni di dollari) e condizioni logistiche estremamente vantaggiose, a partire dall’uso gratuito del centro congressi. Le cifre precise non sono ufficiali, ma il meccanismo è chiaro e tutt’altro che eccezionale nel mondo dei grandi eventi globali.
Il Web Summit non viene semplicemente “ospitato”: viene attratto. Perché per una città come Doha non è una spesa, ma un investimento ad alto rendimento. Per alcuni giorni, migliaia di imprenditori, investitori, dirigenti, giornalisti e decisori internazionali convergono nello stesso luogo. L’impatto immediato è evidente — alberghi, ristorazione, servizi, trasporti — ma quello più rilevante è meno visibile e più duraturo: relazioni economiche, accordi, insediamenti futuri, reputazione internazionale.
In questo modello, l’evento diventa uno strumento di politica economica e di branding territoriale. Ospitarlo significa posizionarsi come nodo strategico di un ecosistema globale. Ed è per questo che governi e amministrazioni pubbliche sono disposte a intervenire direttamente, abbassando i costi di organizzazione e rendendo l’operazione sostenibile per chi la produce.
Il caso delle fiere d’arte

Se spostiamo lo sguardo sul mondo delle fiere d’arte, il quadro cambia radicalmente. Qui il rischio economico non viene condiviso, ma scaricato quasi interamente sugli espositori. Le gallerie pagano per partecipare, pagano per lo spazio, pagano per i servizi, pagano per trasporti, assicurazioni, personale. I centri fieristici vengono affittati a prezzi di mercato e raramente esiste un sostegno pubblico strutturale che consideri la fiera come un investimento strategico per il territorio.
Eppure, anche le fiere d’arte producono ritorni economici significativi. Portano collezionisti internazionali, advisor, curatori, stampa specializzata, professionisti ad alta capacità di spesa. Generano turismo culturale, visibilità globale, posizionamento simbolico delle città che le ospitano. Ma questo valore, a differenza di quanto accade nel settore tecnologico, viene dato per scontato.
La differenza non sta solo nei numeri, ma nella narrazione che li sostiene. Il tech è associato all’idea di futuro, sviluppo, crescita. L’arte, pur muovendo capitali e relazioni internazionali, viene ancora letta come un settore che deve “reggersi da solo”, se non addirittura come un ambito elitario, incapace di produrre ricadute collettive misurabili. Di conseguenza, il rischio resta privato, mentre il beneficio pubblico rimane implicito.
Il Qatar, in questo senso, non è un’eccezione ma una versione esplicita di un approccio diffuso anche altrove: Barcellona con il Mobile World Congress, Las Vegas con il CES, Lisbona con lo stesso Web Summit. Le città competono per ospitare eventi perché ne riconoscono il valore sistemico. Nel mondo dell’arte, invece, questa competizione è debole o inesistente. Le fiere resistono più per inerzia che per strategia territoriale condivisa.
La domanda allora non è se sia giusto che una città paghi per ospitare un grande evento. La vera domanda è perché questo ragionamento sia ormai normale per il tech e quasi impensabile per il mercato dell’arte. Finché le fiere d’arte continueranno a essere considerate semplici mercati temporanei e non infrastrutture culturali ed economiche strategiche, il loro peso resterà concentrato su chi espone.
Il Web Summit vola perché qualcuno ha deciso che farlo volare conviene a tutti.
Nel sistema dell’arte, quella decisione — salvo rare eccezioni — non è ancora stata presa.

Come ci ha spiegato Magnus Resch, anche il caso di Art Basel Qatar, al via proprio oggi, offre un elemento di forte discontinuità rispetto al modello tradizionale. Le gallerie non hanno fatto soltanto application: sono state invitate da un team curatoriale, così come gli artisti. Inoltre, tutte le spese di trasporto e alloggio per gli artisti sono state coperte dall’organizzazione, mentre il costo del booth è fissato a 15.000 dollari, una cifra simbolica se confrontata con gli oltre 100.000 dollari richiesti per uno stand regolare ad Art Basel.
Un’operazione resa possibile da una solida infrastruttura economica e istituzionale qatarina, che sostiene questa prima edizione con un forte investimento pubblico, ma che apre anche a una riflessione più ampia: fino a che punto un modello fieristico sostenuto, curato e fortemente incentivato può diventare un’alternativa credibile – o quantomeno un laboratorio – per il futuro delle fiere d’arte?




