Resistere, credere, scegliere: il mestiere della galleria nell’epoca contemporanea
Un dialogo a tutto campo con una delle galleriste italiane più autorevoli: Biennale, mercato, sostenibilità, collezionismo e quella ostinazione culturale che tiene insieme anima e sistema. Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, pochi nomi incarnano con chiarezza la tensione tra rigore concettuale e apertura internazionale come quello di Raffaella Cortese. Dal 1995, anno in cui inaugurò la sua galleria a Milano nel cuore della dinamica scena espositiva italiana, ha costruito un percorso che non si limita alla cronaca delle vendite e delle presenze alle fiere, ma racconta una coerente visione critica dell’arte.
La Galleria Raffaella Cortese rappresenta oggi una trentina di artisti e artiste di diversa generazione e provenienza. Ciò che colpisce nel roster è la forte presenza femminile: oltre venti artiste su trenta. Una scelta non dettata da slogan, ma dalla coerenza del lavoro e dalla qualità del pensiero. Artiste come Kiki Smith, figura cardine della scena americana e delle poetiche del corpo e della memoria; Roni Horn e Zoe Leonard, voci fondamentali della pratica concettuale e linguistica contemporanea; Monica Bonvicini e Yael Bartana, testimoni di una pratica che interroga identità, potere e spazio pubblico; Simone Forti, pioniera storica della performance; Anna Maria Maiolino, Kimsooja, Martha Rosler, Barbara Bloom, Joan Jonas, Mirosław Bałka e Francesco Arena compongono un panorama dove coesistono intensità poetica, indagine storica e profondità critica.
La struttura fisica stessa della galleria, con i suoi spazi espositivi su Via Stradella e un piccolo ambiente aggiuntivo ad Albisola Superiore, racconta questa doppia anima: milanese e internazionale da un lato, meditativa e riflessiva dall’altro — un luogo dove il ritmo dell’arte dialoga con la luce, il mare e la memoria di scenari storici.
In questa lunga conversazione, Raffaella Cortese ci offre un ritratto di sé che è al tempo stesso analisi di sistema, testimonianza generazionale, riflessione sul mercato dell’arte e manifesto della sua pratica curatoriale.
Il mestiere della gallerista: sostenibilità e visione
Il mercato globale dell’arte contemporanea parla spesso di cifre da capogiro: record d’asta, investitori internazionali, capitalizzazione. Ma nella quotidianità di una galleria indipendente italiana la misura delle cose è un’altra.
Giacomo Nicolella Maschietti: Oggi cosa significa fare la gallerista in Italia? Quanto pesa la dimensione economica rispetto alla visione culturale?
Raffaella Cortese: È una sfida continua. Non ci si arricchisce. In teoria il margine è del 50%, ma tra produzione delle opere, sconti, pagamenti dilazionati, trasporti, staff, fiere e tutto quanto, alla fine resta un 15-20%. I costi sono altissimi. Quando ero più giovane avevo meno struttura, meno spese. Oggi il sistema è molto più complesso.
Il viso di Raffaella si apre quando parla della sua “creatura”: non una galleria come boutique di mercato, ma come luogo di pensiero. Qui, ogni mostra è un capitolo di una narrazione che attraversa territori concettuali, storici, linguistici. Qui, la parola artista non è un’etichetta, ma un impegno.
RC: Chi fa solo arte è più esposto. Le grandi gallerie si sono diversificate: real estate, finanza, hospitality. Questo permette loro di sostenersi anche quando l’arte da sola non basta. Per una galleria indipendente, invece, è una tensione costante — ma è una tensione che scelgo, non subisco.
Molti operatori guardano ai dati di vendita delle fiere o ai risultati delle aste come misura primaria di valore. Per Cortese, invece, quella misura è utile ma non esaustiva.
GNM: Qual è l’incidenza effettiva della galleria rispetto alle fiere nel vostro modello di lavoro?
RC: Per me ancora il 65-70% del fatturato avviene in galleria. Le fiere sono fondamentali per il contatto internazionale, per incontrare collezionisti con cui altrimenti non avrei relazione. Ma la galleria resta il luogo del dialogo, dell’attenzione. È qui che si costruisce la relazione con l’artista e con chi vuole comprendere un’opera.
Questa distinzione è fondamentale: nel rumore delle fiere, l’opera rischia di diventare prodotto; nella relazione lenta della galleria, l’opera può essere compresa, letta, sentita.
Il nodo Biennale: identità italiana sotto interrogazione
Non si può raccontare oggi il sistema italiano dell’arte contemporanea senza affrontare il tema della Biennale di Venezia, la manifestazione più importante del mondo, e la sua recente evoluzione. La Biennale è sempre stata un luogo di influenza globale, ma negli ultimi anni ha sollevato interrogativi profondi sul ruolo dell’identità italiana nell’arte contemporanea.
GNM: Alla Biennale ci si è interrogati molto sull’assenza di artisti italiani nella mostra internazionale. È una questione reale o frutto di eccessiva narrazione mediatica?
RC: C’è una mancanza di dialogo e di dibattito. È clamoroso che non ci sia un italiano nella mostra internazionale. Non c’è nulla di male ad approfondire tematiche rimaste in ombra per secoli — anzi, c’è molto da scoprire. Ma il problema è un altro: il grande errore è stato togliere il Padiglione Italia dai Giardini.
La recente configurazione della Biennale, con un ruolo marginale per l’Italia ospitante, ha spinto molti a porsi domande sulla costruzione narrativa internazionale dell’arte e sulla capacità nazionale di parlare di sé. Per Cortese, la questione non è di orgoglio, ma di responsabilità culturale.
RC: Noi siamo il Paese ospitante della manifestazione più importante del mondo e non abbiamo più uno spazio forte dedicato alla nostra arte. È paradossale. Oggi nessuno conosce davvero l’arte italiana contemporanea, e questo è un danno non solo per la percezione internazionale ma per il sistema interno.
Per una persona che ha costruito relazioni stabili con artisti italiani e internazionali, questa mancanza di piattaforme identitarie è sintomatica di un malessere più profondo: l’incapacità di fare sistema in modo organico, di raccontare una narrazione coerente.
Trent’anni di programmazione: coerenza e relazioni
Non è da oggi che la Galleria Raffaella Cortese firma mostre che non seguono la moda del giorno ma la lunghezza del tempo. La consistenza con cui negli anni ha tenuto insieme figure come Kiki Smith, Roni Horn o Zoe Leonard ha qualcosa di raro: non è solo continuità, è fiducia reciproca.
GNM: La tua galleria ha una linea molto chiara nel tempo. È una scelta strategica o piuttosto l’esito naturale di un metodo?
RC: Ho aperto nel 1995. Mi piace pensare alla galleria come a una narrazione coerente ma diversificata. Ho sempre lavorato sulla qualità e sul significato dell’arte. Con il tempo questa linea è diventata riconoscibile.
È qui che emerge una delle dimensioni più profonde del suo lavoro: la relazione. Le mostre non sono episodi, ma nodi in una trama più ampia, dove ciascun artista contribuisce alla costruzione di un discorso complessivo sulla percezione, sulla memoria, sulle dinamiche sociali e politiche della nostra epoca.
RC: Con artisti come Roni Horn o Zoe Leonard pensavo che, con l’avvento delle mega-gallerie internazionali, non avrei potuto continuare a collaborare. Invece ce l’abbiamo fatta: questi artisti amano ancora un lavoro sartoriale, attento, concettuale.
La parola “sartoriale”, pronunciata da Cortese, non è metaforica ma tecnica: indica un modo di lavorare che richiede tempo, precisione, cura. Non è veloce, non è spettacolare, ma è incisivo.
Collezionismo: tra ingegno e formazione dello sguardo
Il collezionismo resta un tema centrale nella percezione del sistema dell’arte. Ma non è una questione di mera spesa: è formazione.
GNM: Si dice che la fascia di collezionisti tra i 40 e i 55 anni sia diminuita in termini di acquisti. È un fenomeno reale?
RC: Sì, quella fascia soffre. Ma non mi rassegno all’idea della stupidità del collezionismo. L’arte non è un lusso. È una necessità, una forma di terapia, una gioia di vivere.
Raffaella Cortese non è solo una gallerista che vende: è una testimone del fatto che il collezionismo può essere uno strumento di comprensione e di educazione. Ha incontrato collezionisti — persone reali — che hanno imparato a guardare e ad accompagnare gli artisti nel tempo.
RC: Se non avessi avuto un collezionista come Enea Righi, oppure Marco Rossi che purtroppo oggi non c’è più, che mi hanno dato delle possibilità (perché abbiamo una visione che condividiamo…), oggi non sarei qui. Abbiamo fatto un percorso insieme quasi senza accorgercene. Un altro ricordo bellissimo, e privilegio che ho avuto, è stato quello di poter lavorare con Giuseppe Panza Di Biumo all’inizio della mia carriera. I collezionisti spesso creano altri collezionisti. Educano, accompagnano. Oggi vedo persone che non sanno più guardare. Viviamo in un eccesso di offerta: troppe opere, troppe mostre, troppe identità. A volte penso che si dovrebbero togliere i comunicati stampa: prima guarda, poi leggi.
In questa frase c’è tutta la filosofia di Cortese: impedire la superficialità, promuovere la profondità.
Arte come nutrimento
C’è un aspetto meno noto ma centrale nella sua visione: il ritorno all’arte antica come nutrimento personale.
RC: Quando ho bisogno di nutrirmi, vado nell’arte antica. Non ha il peso della commerciabilità. È più pura.
Il ritorno all’arte antica è per lei un nutrimento necessario. Di recente a Firenze per il Beato Angelico — con qualche riserva sull’allestimento — ora guarda a Giotto alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Una curiosità trasversale, dove contemporaneo e Trecento convivono senza gerarchie. Fino alla poesia a cui si è avvicinata ultimamente.
RC: È una forma che riesco ancora a leggere la sera. Mi aiuta a sviluppare immaginazione. La parola è sempre stata importante nelle mie mostre.
Albissola: un gesto politico
Durante il Covid decide di non vendere un minuscolo spazio di 12 metri quadri ad Albissola.
RC: Con la cifra che mi offrivano non avrei pagato nemmeno uno stand in fiera.
Lo trasforma in una nicchia per giovani artisti, collaborando con gallerie emergenti. Un gesto quasi politico. Albissola per lei è memoria viva: Fontana, Manzoni, Jorn. Una stagione in cui l’Italia produceva avanguardia e dialogo internazionale. Non è nostalgia. È desiderio di riattivare un clima.
RC: Tu pensa che avevo trovato che l’Olio Sasso faceva una rivista di tre pagine con poesia, e la regalava ai suoi clienti insieme all’olio. È stata una cosa bellissima che ancora devo un po’ approfondire, perché trovo che veramente la cultura debba passare attraverso queste strade.
Arte come bene rifugio?
Le chiedo se in tempi di crisi geopolitica l’arte torni a essere bene rifugio.
RC: Storicamente lo è stata. Ma deve essere acquistata con intelligenza.
E cita un consiglio ricevuto anni fa:
RC: Compra il meglio che puoi permetterti e che ti piace. Il tempo ti darà soddisfazione.
È una visione che tiene insieme mercato e sentimento. Investimento e passione.
Rifaresti questo mestiere?
Le faccio l’ultima domanda, la più semplice e la più definitiva. Rifaresti tutto?
Sorride.
RC: Sì. Se hai una passione smodata, sì.









