Allora, parlando delle tabi, mi riferisco allo stivaletto dalla punta divisa in due che Maison Margiela fece sfilare nel 1988, anno di debutto della sua prima collezione. Beneeeee.
Il mondo dell’arte contemporanea le ha scelte come modello eletto per calzarle alle fiere o agli eventi più esclusivi del sistema. Sono per noi come le scarpe della domenica. Hanno questo passo un po’ gracchiante, un tacchetto cilindrico tozzo che ti slancia come un gambaletto antitrombo.
Le peggiori? Quelle rasoterra, dove il piede si espande tipo edema periferico. Viene quasi da chiedersi se non ci sia una componente rituale dietro il suo uso, tipo il bendaggio dei piedi nella Cina imperiale: gli attori del sistema sembrano godere del contrario, gli piace avere il pollicione ben areato.
Sì, perché queste scarpe dividono il pollice dal resto delle dita e sono motivo di vanto per chi dell’intelletto ne ha fatto bandiera. Di origine giapponese, le porta chi nel sangue ha l’Oriente, come mia zia di Pontedera. Frotte di persone dall’aspetto di fauni, metà capretti e metà uomo, ti chiedi se devono andare a una biennale o inerpicarsi sulle rocce impervie del Cighino piemontese.
Detto questo, sono una moda che impera, soprattutto per gli over ’40. I più giovani sono forniti di Salomon e hanno una strana attitudine per il vestiario ciclistico. Ma che cazzo gli avrà fatto di male la bicicletta? Ma di questo ne parleremo un’altra volta.





