21Art Roma presenta la mostra “Io” di Mario Ceroli: il ritorno del Maestro sulla scena delle gallerie private

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Dal 15 ottobre 2026 al 5 febbraio 2027, la galleria 21Art Roma, a pochi passi da via di Ripetta, ospita la personale di Mario Ceroli, con quindici opere tra sculture e istallazioni site-specific, create tutte ad hoc per l’occasione, meno una.

Più che una semplice esposizione, l’evento si configura come una dichiarazione d’amore alla capitale. Per il Maestro, Roma è «bella e imbarazzante»: una definizione che coglie perfettamente le contraddizioni di una città capace di affascinare e disorientare al tempo stesso. 

Curata da Cesare Biasini Selvaggi, la mostra segna il ritorno di Mario Ceroli in una galleria privata dopo oltre vent’anni. È un omaggio alla città in cui l’artista ha trascorso gli anni più prolifici della sua carriera e che, dopo il grande successo riscosso alla Galleria Nazionale, lo ha convinto a tornare sulla scena espositiva romana. 

Tra i motivi di questa lunga “assenza” vi è anche l’avversione per il cosiddetto White Cube, il modello espositivo adottato dalla maggior parte delle gallerie contemporanee. Ceroli predilige ambienti che permettano di effettuare interventi anche drastici, per adattare al meglio le opere allo spazio circostante. Per questa occasione, tuttavia, il Maestro ha trovato un punto di incontro con il proprio curatore e la direzione della galleria, dando vita ad un progetto capace di conciliare la propria visione con le caratteristiche dello spazio espositivo.

Mario Ceroli, ritratto dell’artista. Foto Giorgio Benni

Dove tutto è cominciato: dalla Galleria La Tartaruga al teatro 

Ceroli ricorda con commozione gli anni che hanno segnato in maniera indelebile la sua formazione. Tutto ebbe inizio nella seconda metà degli anni Cinquanta, quando la Galleria La Tartaruga – fondata da Plinio de Martis in Via del Babuino 196 – era una «fucina di idee» e un punto di riferimento per gli artisti della cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo. Tra questi figuravano – oltre allo stesso Ceroli – Giosetta Fioroni, Mino Maccari, Giulio Turcato, insieme a protagonisti della scena internazionale come Cy Twombly. Fu proprio quest’ultimo a presentare Ceroli a Plinio de Martis, il quale probabilmente prese spunto proprio da lui per il Teatro delle Mostre, inaugurato nel 1968 da Giosetta Fioroni. 

La passione per il teatro ha accompagnato da sempre il percorso del Maestro, tanto che numerose creazioni sono state successivamente impiegate nell’ambito di rappresentazioni teatrali. Tra gli esempi più celebri, che lo stesso Ceroli ricorda con orgoglio, figura l’opera Cento Uccelli, composta da tre gabbie, una dentro l’altra, con al centro il ritratto di Cy Twombly, che venne utilizzata per l’opera teatrale Orgia scritta da Pier Paolo Pasolini e portata in scena per la prima volta nel 1968.

Oltre al rapporto con l’autore di Ragazzi di vita, Ceroli intratteneva un legame stretto anche con un altro grande pilastro della scena teatrale italiana di quegli anni: Carmelo Bene, il cui studio si trovava proprio di fianco a quello dell’artista in via della Steletta 9. 

Mario Ceroli, Labirinto, 2026, 50 elementi, ferro, legno e terre colorate, 360x250x230 cm. Foto Giorgio Benni

Le opere in mostra

Lo storico dell’arte Maurizio Calvesi scrisse che «artisti come Ceroli non si limitano ad occupare lo spazio, ma lo articolano plasticamente, proiettandolo oltre i limiti della galleria ad evocare un ambiente più vasto rispetto a quello materialmente ingombrato.»

Questa riflessione restituisce efficacemente la visione condivisa da Ceroli e dal curatore Biasini Selvaggi: lo spazio non è un semplice contenitore, ma una componente attiva dell’opera, capace di ampliarne il significato e di instaurare un dialogo con il contesto circostante.

Fino all’ultimo momento, Ceroli si riserva la possibilità di apportare modifiche alle sue creazioni, ripensarne la sistemazione o persino cambiarne il titolo. 

Il file rouge dell’intero percorso è il blu cobalto, tonalità scelta dall’artista e ispirata, in parte, al celebre blu degli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Giotto, ma soprattutto al colore del cielo che sovrasta la capitale.

Mario Ceroli, Le campane di Trinità dei Monti, 2026, ferro, terre colorate e legno ferro, 400x140x140 cm. Foto Giorgio Benni

Tra i lavori esposti in mostra spiccano Le campane di Trinità dei Monti, omaggio all’omonima chiesa che domina la celebre scalinata in Piazza di Spagna, e La biga, evocazione delle carrozze legate all’immaginario dell’antica Roma. A queste si affianca Labirinto, grande istallazione che traduce in forma plastica l’ambivalente rapporto del Maestro con la città: un luogo ricco di possibilità, ma nel quale è facile smarrire la retta via.

In tutte le istallazioni ricorrono i tronchi di legno, elemento distintivo della ricerca di Ceroli, che da sempre predilige materiali di recupero o di origine naturale. La loro presenza conferisce alle opere una dimensione primordiale, in cui la semplicità della materia si intreccia alla forza evocativa delle forme. 

Come già accennato, quasi tutte le creazioni sono state appositamente realizzate per questa esposizione: tutte, tranne una. Fa eccezione la riproduzione lignea della chitarra di Fabrizo De Andrè, strumento donato all’artista dallo stesso cantautore genovese e successivamente rubato. Nel ricrearne la forma attraverso i suoi amati tronchi, Ceroli rinnova simbolicamente il ricordo di un’amicizia profonda, affidando alla materia il compito di conservarne la memoria.

Infine, a dare il titolo alla mostra è Io, opera costituita dalle due lettere che compongono il pronome, realizzate in legno e dipinte di blu. Nella sua apparente essenzialità, il lavoro racchiude una dichiarazione identitaria che supera la dimensione individuale: l’artista sembra riconoscersi in un tutt’uno con la città che lo ha accolto da ragazzo e ne ha accompagnato la crescita artistica e spirituale. 

Roma emerge così come una presenza quasi materna, capace di cullare e proteggere, ma anche di mettere alla prova: una madre severa e amorevole, con le cui contraddizioni Ceroli continua a confrontarsi. 

Sofia Amati
Sofia Amati
Sofia Amati è una storica dell’arte e critica d’arte, laureata con lode in Storia dell’Arte presso l’Università La Sapienza di Roma. Si occupa di scrittura critica, ricerca e comunicazione culturale, con particolare attenzione all’arte contemporanea. Ha collaborato alla realizzazione dell’Atlante dell’Arte Contemporanea 2026, edito da Giunti, e alla redazione dei cataloghi dei Padiglioni Nazionali di Grenada e Guatemala alla Biennale di Venezia, oltre che a testi critici per mostre e pubblicazioni d’arte. Affianca all’attività editoriale l’organizzazione e il coordinamento di mostre, conferenze ed eventi culturali, collaborando con artisti, istituzioni e professionisti del settore.

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