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Pesaro

dal 2012 il primo blog dedicato al collezionismo d'arte.

Analisi e previsioni per la prossima stagione nell’arte, a partire da alcune domande

del

È sempre più facile aprire domande che fare predizioni sullo stato, e soprattutto sul futuro, di un sistema particolare come quello dell’arte, in cui non si può distinguere mercato da ambito istituzionale e politico. 

Alla piena riapertura di ogni frontiera da questo autunno (Cina inclusa) il mondo dell’arte è tornato a girare con volumi forse mai raggiunti prima.

Nonostante le riflessioni ispirate dal periodo pandemico che invocavano una nuova sostenibilità  (tecnica, ambientale e umana), pare che l’intero sistema sia piuttosto tornato a viaggiare a tripla velocità, seguendo un sistema di scambi economico culturali sempre più globali e interconnessi.

Il risultato? Già ad inizio stagione ci siamo trovati con una congestione di offerta, con un sovrapporsi a Settembre della storica Armory New York City e la nuova Frieze Seoul con la stoica Fiac, svoltesi entrambe a poca distanza da un’altro storico evento come la Berlin Art Week. In aggiunta a tutto questo, un’infinita lista di mostre in galleria che hanno aperto come consueto a settembre con l’inizio di una nuova stagione, con altrettanti link e PDF da visionare.

A seguire, l’attesissima Paris + Art Basel oggi appuntamento già privilegiato nel calendario di gran parte dei collezionisti, preceduta da una settimana dell’arte a Londra con Frieze ormai percepita di troppo, e da quella che si preannuncia una delle più attive art week a Shanghai a Novembre, fra Westbound e innumerevoli opening di tante realtà. 

Nel mentre, innumerevoli Biennali in tutto il mondo ripartono o iniziano da quest’anno, dimostrando una sensibilità sempre maggiore a livello globale verso l’arte come fattore che può aprire al dialogo internazionale, e stimolare lo sviluppo di interi territori. 

Tutto questo non è necessariamente un fenomeno negativo: come notava la gallerista Susanne Vielmetter in un talk di Artnet durante Armory, ci troviamo oggi con un volume di offerta culturale e artistica forse mai esistito nella storia. 

Una produzione in gran parte ad accesso gratuito, se pensiamo a gallerie e circolazione online, e con dinamiche e velocità di circolazione globale finora impossibili, che favoriscono gli scambi interculturali nell’arte, in un tempo storico di chiusura verso estremismi nazionalistici purtroppo sempre più diffusi. 

D’altra parte, l’arte è diventata negli ultimi anni anche sempre più elemento di lifestyle, un’ esperienza a cui soprattutto le nuove generazioni sono attratte in varie parti del mondo, in quanto percepita come contenuto simbolico interessante per arricchire le proprie narrazioni personali, soprattutto nell’era social media, ma nei grandi centri dell’arte anche come piattaforma per scambi sociali più stimolanti e significativi. 

La domanda è quindi come convertire questo nuovo pubblico di consumer/prosumer anche in collezionisti e patrons, che potranno sostenere la fattibilità di nuovi progetti e produzioni artistiche.

Oggi il vero problema pare infatti piuttosto la sostenibilità da parte dell’offerta, in termini di risorse umane come poi finanziarie, se questi prodotti culturali non incontrano una domanda non solo di fruizione ma anche d’acquisto o supporto diretto. 

Tante sono state le gallerie, anche le più grandi con organico esteso, che hanno lamentato a Settembre uno sforzo estremo del personale non sufficiente per coprire contemporaneamente fiere in due regioni diverse del pianeta, e opening sparsi fra le varie sedi. 

Questo sforzo si raddoppia per gallerie medio piccole, che solitamente fanno la ricerca per le prima ma ambiscono anche a raggiungere presto simili posizionamenti almeno in ambito fieristico, in un momento in cui il volume di scambi pare essere l’unica speranza per coprire costi sempre crescenti, e soprattutto per promuovere (e non perdere) i propri artisti. 

Art Basel Hong Kong, 2023 – Courtesy Art Basel
Domanda: Come mantenere la sostenibilità dei vari livelli di offerta necessari per un corretto funzionamento del sistema nello stato attuale del mercato?

I dati rivelano come il 2023 ha segnato un anno di rallentamento degli scambi nel mercato dell’arte, con una conseguente diminuzione dei fatturati.

Come riportato dall’ultimo Artnet report, tra il 1° gennaio e il 20 maggio di quest’anno  il mercato delle aste nel suo complesso è sceso del 14%, a 5 miliardi di dollari in tutto il mondo, con una diminuzione del 22% condivisa dalle tre principali case d’asta, Sotheby’s, Christie’s e Phillips: le vendite all’asta di top lots (da 10 milioni di dollari in su) sono crollate del 51% rispetto all’equivalente periodo dell’anno precedente, ma anche il fatturato per l’arte ultracontemporanea (ovvero artisti nati dopo il 1974) che aveva visto sorprendenti rialzi ed eccitamento negli ultimi 3 anni e per tutto il periodo pandemico,  è sceso del 25% rispetto al 2022, sebbene mantenga un volume notevole pari a 184.2 milioni.

Dopo anni di crescita inarrestabile del mercato sia in termini di volume che di fatturato, questi sono numeri paiono preoccupanti, e rendono evidente un riassestamento del mercato, ma soprattutto dei prezzi.

Al contempo, questi dati riguardano soprattutto il secondario, ovvero il mercato delle aste che vede prezzi pubblici e risultati tracciabili, ma che non necessariamente coincide con il quello primario di gallerie e fiere.

D’altra parte è evidente anche però in quest’ultimo ambito, come le cose stiano cambiando. Come commentato da Katya Kazakina in Artnet, già a partire dalla scorsa Miami Art Basel si poteva notare un cambio di atmosfera, con stand molto meno aaffollati del consueto nelle primissime ore vip, e vendite più lente, soprattutto ai livelli più alti,  rispetto agli stand già sold out a cui eravamo stati abituati nelle edizioni precedenti. Simile tendenza si è vista anche nelle successive art week a New York, e poi ad Art Basel a Basilea, quest’anno molto più europea e con meno collezionisti e professionisti provenienti da America o Asia, come a Miami c’erano stati molti meno visitatori da fuori USA.

Nel mentre i collezionisti in varie regioni si sono fatti più ponderati nelle proprie acquisizioni, con un’ampia tendenza ad informarsi personalmente, e a chiedere sconti.

Le strategie del buy 1+1 e waiting list paiono essere ormai un ricordo passato per molte gallerie, con una domanda che non sta più al gioco.

Benvenuti nella nuova era: il Mercato è in mano nuovamente alla domanda.

G. Paul Allen Collection da Christie’s © Christie’s Images Limited 2022.
Domanda: Che cosa significa tutto questo? Siamo di fronte a una crisi del mercato dell’arte e un inarrestabile declino, o è solo un momento di necessario riassestamento, da contestualizzare nell’ambito di più ampi cambiamenti generazionali, economici e geopolitici, nel mondo di oggi?

Il mercato dell’arte, come tutti i mercati, segue dei cicli, la cosa importante è capire in quale ciclo ci troviamo ora.

I mercati sono sempre interdipendenti, e la situazione dei mercati finanziari come poi le politiche finanziarie in atto, influiscono nell’arte  ancora di più delle tendenze di consumo.

Oggi ci troviamo in uno stato di finanziarizzazione del mercato dell’arte senza eguali nella storia, che è stato accelerato prima dalla stessa crisi finanziaria di Wall Street, e poi ancora di più dall’euforia durante la pandemia.

Aldilà della ricerca di asset alternativi, ciò che pare avere influito di più è l’abbassamento dei tassi di interesse che negli ultimi anni ha permesso di ottenere liquidità a basso costo da investire in asset durevoli e estremamente profittevoli ma sul lungo periodo, come l’arte e altri preziosi.

L’accesso a capitale a basso costo, soprattutto da parte dei collezionisti più abbienti che (in particolare in USA) hanno potuto ottenere prestiti sulla base del valore delle proprie collezioni, ha accelerato gli scambi, alterando e rendendo però anche molto più instabili le regole di quotazioni soprattutto nei nuovi “prodotti”.

Oggi l’accesso alla liquidità è però molto più costoso, il valore del dollaro è decisamente inferiore, ma nel contempo prezzi anche dell’ “ultra contemporaneo” si sono rialzati per il fenomeno sopra discusso.

La speculazione dietro molti dei nomi hot dell’ultra contemporaneo che hanno fatto esordio in asta nell’ultimo periodo ha infatti creato il più delle volte rapide ascese nelle quotazioni e di conseguenza poi nel primario, che sono risultate in una insostenibilità di prezzo perchè raggiunto un certo livello non ci sono più compratori/investitori interessati ad entrare nel mercato di quell’artista, nell’impossibilità di rivendere a più di quanto acquistato.

Il risultato? Come vediamo già nelle prossime aste di Novembre a New York, i principali affari si trovano oggi nelle day sales, con artisti del ultracontemporaneo che vedono prezzi più bassi di quelli a cui sono offerti in gallerie.

Questo fenomeno è stato causato anche dall’ingresso di nuovi collezionisti, soprattutto più giovani imprenditori, che avendo accesso a capitale più facilmente o avendo fatto soldi nel settore delle crypto, sono stati attratti dai rapidi guadagni che prometteva il mercato del contemporaneo. Questi, tuttavia, erano il più delle volte interessati più all’aspetto speculativo e di investimento che alla costruzione di una collezione e al sostegno di artisti sul lungo periodo, vedendo nell’arte una nuova currency.

Non è un caso che l’ingresso di questi investitori e l’apparire di queste nuove realtà e strumenti sia coinciso anche con la caduta del mercato delle cripto valute, e l’interesse a trasferire in altri asset i propri investimenti. E che nello stesso periodo abbiamo anche visto emergere realtà dedicate al mero trading di arte, con opzioni di frazionamento del valore delle opere, come Masterworks.

Non è un quindi caso, infine, che l’inizio di un riassestamento dei prezzi nel mercato dell’ultra contemporaneo in asta, sia coinciso con un declino nel mercato degli NFT.

Al contempo c’è ormai da un decennio in varie regioni una crisi della critica d’arte che non aiuta a navigare e a discernere con altri criteri che quello del successo economico, che solo in alcuni casi oggi si riflette e incontra quello istituzionale.

Beeple, Human One – Courtesy Christie’s e artista.

Domanda: Siamo quindi di fronte forse a un’altra possibile bolla US-made, come quella che aveva investito i mercati nel 2008 a partire da una bolla nel mercato immobiliare in un quotazioni, investimenti e mutui,  non sostenuto da fattori e risorse concrete a garanzia o consolidamento?

Molti dei meccanismi dietro il rialzo e sostenimento dei prezzi di tanti artisti contemporanei soprattutto nel mercato Americano, e le conseguenti bolle che si sono nel frattempo gonfiate e già scoppiate nelle star delle nuove aste “New Now”, sembrano suggerire questo.

Il risultato non è del tutto inaspettato: inevitabilmente i collezionisti usciti dall’euforia di acquisto per sopravvivere alla noia della reclusione pandemica, si sono oggi ripiegati in una nuova selettività e ponderazione nelle proprie scelte, soprattutto in termini di prezzi.

Come ha affermato Marc Glimcher (Pace Gallery), la gente non è disposta a dire: ‘Non mi importa a che prezzo, lo prendo”, È un momento di prezzi razionali e di materiale fresco“.

Al contempo, il bombardamento costante di previews fra fiere e mostre in tutto il mondo non aiuta, e aumenta la percezione di una saturazione.

Anche per questo i collezionisti paiono ora privilegiare all’hype di un nome, la fiducia e la qualità di rapporti creati con artisti e gallerie nel tempo, che permette di almeno intuire il sistema/filosofia di gestione della loro proposta in cui decidono di investire.

Nel frattempo, stiamo assistendo a un enorme cambio generazionale, nell’arte.

Si è commentato sopra il declino nei risultati delle varie aste, rispetto all’anno precedente.  Ma usciamo da un anno, che soprattutto con la pandemia ha visto e sta vedendo alla morte dei grandi magnati americani che hanno sostenuto l’inizio dell’arte del paese e del suo mercato, partendo però da un apprezzamento delle avanguardie europee.

Collezioni da miliardi come quella di Paul G. Allen, Macklowe, e prima Rockefeller, non si possono ripetere in tutti i cicli. E hanno offerto importanti indicatori, al di là dei numeri, di come sta andando e andrà il mercato.

In particolare, i risultati perlopiù modesti (o razionali) raggiunti da un’asta come quella Fineberg collection dove l’estate ha rifiutato l’utilizzo di qualunque garanzia (da Christie’s, o terzi) e la conseguente richiesta all’ultimo di abbassare le riserve, ha rivelato anche l’importanza volta da questi strumenti in gran parte delle ultime aste per garantire i risultati, e un’evidente tendenza della domanda di pagare soprattutto in caso di “affare”

È indubbio come ci siano  ad oggi ancora compratori per capolavori da Milioni, ma è bene prendere atto di come questi, il più delle volte, non siano più nei paesi in cui queste opere  sono state prodotte, o sono entrate nel commercio in passato.

Ci sono istituzioni che stanno costruendo collezioni, in paesi che stanno investendo in cultura anche come driver di sviluppo e per reclamare un ruolo nella mappa del luxury/turismo/cultura.

Al contempo tanto del postwar americano basato su eroi creativi (soprattutto al maschile) del fervore degli anni 60, non trova più l’ampia risposta di un tempo in termini di domanda, se non soprattutto da queste nuove istituzioni ( includendo private) in nuove regioni in cerca di credenziali.

Nel mentre è bene notare Il fatto che il mercato di old masters e impressionismo pare tenere ed assistere a un revival quando ci sono opere di estrema qualità.

Ma le opere “trofeo” si fanno sempre più rare in asta, per tutte le categorie.

La vera domanda, quindi, forse è: dove è il futuro mercato dell’arte?  Quali sono i collezionisti del futuro e cosa interessa loro?

La base collezionistica pare oggi restringersi piuttosto che ampliarsi in Europa ma anche in America, non tanto per l’assenza di nuovi entranti, ma di nomi non già attivi come famiglia e con anni di collezionismo ( e consapevolezza del sistema) alle spalle, o comunque persone già con un livello di vita raggiungo.

Nel contempo continua ad espandersi in paesi dove nuove generazioni riconoscono nell’arte sempre più un modo per connettersi ad un mondo aperto, come Corea, Sud Asia e oggi, perfino Cina in città più aperte. E non si parla solo di locali, ma anche di gente che ha scelto queste città come base. Questo nonostante le indubbie incertezze e problematiche geopolitiche che interessano oggi la regione.

Il mondo sta cambiando, e accelerando questo cambiamento con la pandemia, e le varie riflessioni che questo periodo ha ispirato.

Di conseguenza anche il mondo dell’arte e il suo mercato sta cambiando.

Una bolla, una crisi c’è, ma c’è anche un sistema ormai globale diversificato capace di assorbirla, potenzialmente.

La questione è più di corretta ed etica gestione di flussi di offerta, domanda e risorse, e osservare come diverse politiche – e conseguenti dinamiche- finanziarie, culturali e socio politiche, vanno a influenzare e a potenziare o penalizzare il sistema.

E che cosa interessa davvero alla domanda del futuro, e come continuare ad incoraggiare l’espansione di tale base.

Elisa Carollo
Elisa Carollo
Elisa Carollo è art advisor, curatrice e appraiser conforme alla normativa USPAP, con un focus particolare sull' arte contemporanea e ultracontemporanea. Ha conseguito un master in Art, Law and Business presso Christie's New York e un BA in Marketing e management delle industrie culturali e creative presso l'Università IULM di Milano. Lavora come consulente freelance per collezionisti, gallerie e artisti e collabora stabilmente con la Fondazione Imago Mundi di Treviso. Fa parte del gruppo curatoriale della Fondazione Quadriennale per il monitoraggio della scena artistica contemporanea italiana e dell'IKT (International Association of Curators of Contemporary Art). È parte del team della start-up Innextart. Fra le mostre organizzate, le prime personali in Italia di artisti come Kennedy Yanko, Veronica Fernandez, David Antonio Cruz e a curato a New York il programma del Pintô International.

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