Alessandro Buganza, anatomia di un mercato in movimento

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Da Flash Art alle aste internazionali, dagli studi degli artisti alle fiere: una conversazione con uno dei più attenti osservatori del contemporaneo, tra nuove tecnologie, cicli del mercato e carriere da costruire nel tempo.

Ci sono persone che il mercato dell’arte lo attraversano e altre che, oltre ad attraversarlo, provano a capire in quale direzione stia andando. Alessandro Buganza appartiene alla seconda categoria. Milanese, advisor e consulente per collezionisti italiani e internazionali, Buganza ha costruito negli anni uno sguardo particolarmente attento sul contemporaneo, seguendo artisti, mostre, fiere, aste e soprattutto quei passaggi ancora difficili da leggere quando un fenomeno sta appena cominciando.

Ci conosciamo da molti anni: abbiamo iniziato insieme, ai tempi di Flash Art, quando entrambi muovevamo i primi passi dentro un sistema dell’arte molto diverso da quello di oggi. Da allora le nostre strade hanno preso direzioni differenti, ma è rimasta la curiosità comune per ciò che accade nel contemporaneo. Alessandro ha sviluppato un’attività sempre più legata alla consulenza e al rapporto diretto con i collezionisti, ma ciò che continua a colpirmi è soprattutto la sua capacità di osservazione. Quando gli chiedo cosa stia succedendo in una determinata scena, quali artisti valga la pena seguire, o cosa ci sia davvero dietro una nuova improvvisa attenzione del mercato, raramente si limita alla superficie.

È anche uno di quegli osservatori capaci di riconoscere alcuni talenti prima che il loro valore diventi evidente a tutti. Un aspetto tutt’altro che secondario nel suo lavoro: chi costruisce rapporti di lungo periodo con collezionisti italiani e internazionali non può permettersi semplicemente di inseguire ciò che il mercato ha già consacrato. Deve distinguere, nel rumore crescente dell’offerta, ciò che ha una possibilità di durare da ciò che è soltanto una fiammata.

Nella conversazione che segue partiamo da Jordan Wolfson e dalla domanda, tutt’altro che astratta, su cosa significhi oggi parlare di “reale”, in un mondo attraversato da intelligenza artificiale, immagini sintetiche e nuove tecnologie. Ma il discorso si allarga presto: al rapporto tra opere e contesto, all’importanza degli studi degli artisti, ai cicli del mercato, alla velocità con cui oggi si costruiscono e si consumano le reputazioni e, soprattutto, alla difficoltà di costruire una carriera che non viva soltanto del presente.

Buganza parla senza particolare indulgenza nei confronti del sistema di cui fa parte. E forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del suo punto di vista: conoscere molto bene il mercato senza confonderlo con la storia dell’arte, sapere quanto contino prezzi, fiere e istituzioni senza dimenticare che, alla fine, sono le opere a dover sopravvivere a tutto il resto.

Giacomo Nicolella Maschietti: Nella tua ultima newsletter parti da Jordan Wolfson e da una domanda molto contemporanea: che cosa è diventato oggi “reale”? Tra intelligenza artificiale, realtà virtuale, immagini sintetiche e una cultura visiva che mescola continuamente vero e falso, secondo te come sta cambiando il modo in cui gli artisti guardano alla realtà?

Alessandro Buganza: Gli artisti, perlomeno quelli interessanti, guardano sempre la propria contemporaneità. Più che come la guardano mi interessa come la interpretano. Questa secondo me è l’arte che funziona: un’arte che riesce a essere una fotografia, anche spietata, della propria contemporaneità. Quando è buona riesce a raccontare un momento, quando è ottima riesce a riprodurtene la sensazione. Le nuove tecnologie invece rappresentano senz’altro delle opportunità per la figura dell’artista in generale. La sfida è capire quale artista la saprà utilizzare bene e quale invece la userà tanto per farlo.

GNM: Di Wolfson hai incontrato il lavoro in contesti molto diversi: Venezia, Basilea, New York. Quanto cambia la percezione di un’opera quando la si incontra in una fiera, in un museo o direttamente nello studio dell’artista? E quanto conta oggi il contesto nel costruire il valore di un’opera?

AB: Jordan Wolfson è un artista che seguo dall’inizio della sua carriera. Lavoravo da Flash Art International quando gli abbiamo dedicato la copertina della rivista nel 2014. Ho incontrato il suo lavoro in tantissime occasioni, quelle che hai citato, ma anche in gallerie internazionali, fiere, istituzioni come lo Schinckel Pavillion a Berlino nel 2018, solo per citarne alcune.

Sicuramente i contesti in cui le opere vengono presentate possono alterarne la percezione per un osservatore generico. Un museo importante può rassicurare, costruire un’aurea intorno a un artista. Così come una galleria prestigiosa. Ma in realtà un osservatore attento capisce subito che sono le opere a creare la mostra, non viceversa.

Oggi il contesto conta, inutile negarlo, ma se un artista non è valido la storia dell’arte lo dimentica anche se ha esposto alla Biennale di Venezia, ad Art Basel o in un qualsiasi museo o galleria blasonata. Viceversa se l’opera è valida, funziona ovunque viene messa. E i grandi artisti lo sanno. Sanno che basta anche solo spostarla nello spazio per cambiarne il concetto e il contenuto.

GNM: Tu frequenti molto gli studi degli artisti, oltre alle fiere e alle aste internazionali. Che cosa si capisce entrando nello studio di un artista che spesso non si riesce a cogliere guardando soltanto le opere finite, le mostre o i risultati d’asta? E oggi, andando in studio, quali sono i segnali che ti fanno pensare: “qui sta succedendo qualcosa”?

AB: In una mostra entri a contatto con le opere. In un’asta, o in una fiera, entri a contatto coi prezzi. Nello studio invece impari a conoscere la persona dietro alle opere. Per come lavoro io è fondamentale. Capire l’uomo o la donna che hai di fronte è fondamentale per capirne il lavoro. Perchè una persona vegetariana fa un lavoro diverso da una persona che mangia carne.

Una persona con una famiglia ha una vita diversa da una persona che passa le notti nei club. E di conseguenza fa un lavoro diverso. Conoscere gli artisti mi permette di capire se il lavoro che fanno è autentico oppure se stanno recitando una parte. Io posso trovarmi davanti a un’opera punk; mi aspetto però di trovarmi davanti a un punk.

Viceversa se mi trovo davanti una persona in abito sartoriale mi aspetto un altro tipo di lavoro. Impari inoltre a capire chi l’artista guarda, chi sono i suoi riferimenti, dove potrebbe essere storicizzato. Spesso impari anche a valutare gli altri artisti: se dieci persone hanno tutte lo stesso riferimento, qualcosa vorrà pure dire.

Quando riesci a collocare un artista dentro una storia più grande, inizi a vedere cose che non sono evidenti a un primo sguardo. È un’arma a doppio taglio, me ne rendo conto: spesso l’incontro ridimensiona il mio giudizio su chi ho di fronte. Altre volte invece capita che capisco subito di essere davanti a una persona che ha una marcia in più, che qualsiasi lavoro avesse fatto sarebbe stato un top player. In alcuni casi avrei anche potuto non vedere le opere paradossalmente.

GNM: Il mercato dell’arte contemporanea sta attraversando una fase molto diversa dagli anni dell’euforia post-pandemica. Tra aste più selettive, collezionisti più prudenti e una crescente attenzione alla qualità, come lo vedi oggi? È una fase di rallentamento, di trasformazione o pensi che stiamo semplicemente tornando a un mercato più sano?

AB: Le aste non mi sembrano così selettive anzi, ce ne è una alla settimana… L’offerta è enorme, e nell’offerta c’è un po’ di tutto: ci sono opere di grande qualità, ma anche tante frattaglie. Credo che come tutti i mercati anche quello dell’arte sia fatto di cicli. Oggi siamo in un momento in cui molti si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba, di conseguenza c’è un rallentamento, ma anche tante opportunità per chi le sa cogliere.

GNM: E poi c’è una questione generazionale. Ci sono artisti che fino a pochi anni fa sembravano imprescindibili e oggi sono molto meno presenti nelle fiere e nelle aste, mentre altri stanno rapidamente conquistando spazio. Quanto è diventato volatile il consenso attorno agli artisti contemporanei? E secondo te quali sono oggi i criteri con cui si costruisce davvero una carriera destinata a durare?

AB: Di sicuro le nuove generazioni hanno dei gusti diversi rispetto a quelle precedenti. Non solo nell’arte, penso alla musica per esempio: un ragazzo di 25 anni ascolta una musica diversa da quella che ascoltavano i suoi genitori da giovani, o i suoi nonni. Non vedo quindi perchè dovrebbero emozionarsi per gli stessi quadri o sculture.

Quindi il cambio generazionale e il conseguente cambio di gusti è un elemento chiave e ne va preso atto. Non si torna indietro. Diverso invece è il discorso volatilità per gli artisti contemporanei: viviamo in un’epoca in cui le informazioni arrivano in tempo reale, in cui un artista fa una mostra in Italia e la vedono il giorno stesso in tutto il mondo.

Spesso vediamo artisti debuttare nelle evening sales dopo appena due mostre, la maggior parte delle volte non seminali. Questo porta grande euforia, ma anche a stancarsi presto. Come si fa a costruire una carriera duratura? Non esiste una formula unica che vada bene per tutti. C’è Damien Hirst, c’è Jeff Koons, e c’è tutto quello che sta in mezzo. Non so bene come rispondere a questa domanda. Credo però, come ho detto prima, che collocarsi dentro una storia più grande possa aiutare. Aver chiaro quali siano i propri riferimenti e cercare di diventare un riferimento per le generazioni successive.

E poi essere molto ambiziosi. Non bisogna pensare ad avere tanto successo, ma ad avere successo per tanto tempo. E occorre essere estremamente competitivi, perchè il successo nell’arte è faccenda seria: è una guerra che non fa prigionieri, ed ha un a prezzo molto caro da pagare.

GNM: Dopo tanti anni passati a osservare questo mondo da vicino, tra Flash Art, Art Affair, fiere, aste e studi d’artista, che cosa ti incuriosisce ancora? C’è un artista, una scena o una ricerca che oggi ti sembra particolarmente capace di raccontare dove sta andando l’arte contemporanea?

AB: Tante cose mi incuriosiscono ancora. Se così non fosse non potrei continuare a fare quello che faccio. È un lavoro totalizzante, che assorbe completamente. Alla base di tutto è indispensabile l’amore per l’arte.

E poi tutto quello che ci sta intorno. Mostre, eventi, gli affari, le relazioni, e soprattutto il modo in cui tutto si influenza a vicenda. Non vorrei mai smettere di fare nulla di tutto ciò. Mi piace lavorare con artisti giovani, con artisti famosi, e al tempo stesso essere comunque in gioco quando si tratta di vendere un Morandi o un Magritte.

Per quanto riguarda invece un artista o una scena artistica non saprei, credo che nelle grandi città ci siano più stimoli per cogliere la contemporaneità. E se la grande città è un laboratorio a cielo aperto non ancorato al proprio passato meglio ancora. Si parla di nuove capitali dell’arte, ma per quanto mi riguarda le cose più interessanti le scopro sempre a New York o a Londra.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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