Oltre la mostra: il ruolo del curatore secondo Alisia Viola

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Nel sistema dell’arte contemporanea la figura del curatore sta assumendo un ruolo sempre più articolato: non soltanto interprete e costruttore di percorsi espositivi, ma anche interlocutore capace di mettere in relazione artisti, istituzioni, nuovi linguaggi e pubblici. È in questo spazio di confine, tra ricerca critica, progettazione e sperimentazione, che si sviluppa il lavoro di Alisia Viola, curatrice, critica d’arte e project manager culturale.

Alisia ha curato mostre e progetti editoriali in Italia, collaborando con gallerie, istituzioni e spazi indipendenti. La sua ricerca si concentra sull’arte contemporanea e sui nuovi linguaggi, con particolare attenzione al dialogo tra arte, cultura e innovazione. È co-fondatrice di Hubbinar e collabora con Italian Art Design.

La sua ricerca guarda in particolare alle pratiche emergenti e alle trasformazioni che stanno attraversando il modo di produrre e fruire l’arte contemporanea. Un percorso nel quale il digitale e le nuove tecnologie non vengono considerati semplicemente come strumenti, ma come elementi ormai strutturali dell’esperienza contemporanea.

Dalla curatela alla direzione creativa, dalla costruzione di progetti espositivi alla formazione, Alisia interpreta così la curatela come un esercizio di ascolto e, allo stesso tempo, come la capacità di dare forma concreta alle domande del proprio tempo.

In questa conversazione per Collezione da Tiffany, abbiamo parlato di arte contemporanea, nuovi linguaggi e cultura digitale, ma anche del ruolo del curatore e delle sfide che attendono il sistema dell’arte. Una riflessione sul presente e, soprattutto, sulla necessità di continuare a interrogarsi su ciò che ancora non conosciamo.

Andrea Savino: Qual è il confine, nella tua pratica, tra curare una mostra e prendere posizione rispetto al presente?

    Alisia Viola: Non credo di aver mai percepito un vero confine tra le due cose. Scegliere di occuparsi del contemporaneo significa già assumersi una responsabilità verso il tempo che si abita. Per me curare parte da una forma di attenzione verso ciò che accade intorno a noi e dalla necessità di capire cosa, in un determinato momento, chieda di essere visto. Mi interessa pensare alla curatela come a un modo di prendersi cura del presente e questo significa necessariamente anche confrontarsi con le questioni sociali che lo attraversano, con ciò che cambia il nostro modo di vivere, di riconoscerci, di costruire rapporti con gli altri. Alcuni temi entrano nel mio lavoro perché li sento vicini, perché appartengono alla realtà che sto vivendo e perché avverto la responsabilità di non lasciarli ai margini. Non parto, però, dalla volontà di formulare una posizione ideologica, ma parto quasi sempre da una domanda o da un’urgenza. Mi interessa portare avanti progetti capaci di spostare il punto di partenza, di introdurre qualcosa che non avevo previsto, di fare ricerca su aspetti che prima non conoscevo e a volte persino di contraddirmi. Se conoscessi già la risposta, probabilmente non avrei bisogno di costruire una mostra. Credo che l’arte conservi una libertà rara poiché riesce ad avvicinarsi alle questioni politiche, sociali e culturali senza doverle per forza risolvere. Può dare forma però a qualcosa che stiamo vivendo prima che trovi una definizione condivisa e al contempo può aiutare a rendere visibile un’aporia, lasciandola aperta abbastanza a lungo perché ciascuno sia costretto a misurarsi con essa. È qui che, per me, curare diventa una presa di posizione. Non significa dire al pubblico cosa dovrebbe pensare, ma assumersi la responsabilità di scegliere cosa portare alla sua attenzione. Se ci pensi, ogni mostra contiene inevitabilmente questa scelta, decidere cosa merita di essere guardato adesso, quali voci meritano di essere ascoltate e quali domande non possiamo permetterci di ignorare.

    Pitmarels, Le mie radici

    AS: Quando scegli di lavorare con un artista, che cosa cerchi davvero: un linguaggio che conosci già o qualcosa che possa mettere in crisi il tuo stesso modo di guardare?

    AV: Mi accorgo di voler iniziare un percorso con un artista quando un’opera, dopo averla lasciata, si rifiuta di congedarsi. Continua ad abitare i miei pensieri nei giorni successivi, come un’insistenza silenziosa. Non succede perché io l’abbia decodificata o compresa interamente, ma proprio perché conserva un nucleo che mi è sfuggito ed è quella forza d’enigma, quella parte d’ombra che non riesco immediatamente a esaurire, ad accendere l’urgenza di andare a fondo.

    Non cerco mai un linguaggio che conosco già, cerco invece pratiche capaci di far vacillare le mie certezze e, soprattutto, artisti guidati da una necessità radicale di fare ciò che fanno. Mi interessa scendere al di sotto della superficie formale del lavoro per comprendere la postura intellettuale che lo sostiene, per decifrare la logica profonda dietro una ricerca o un concetto. È da questa forma di ascolto intimo che nasce il desiderio di camminare insieme. Per me l’incontro in studio è un terreno fertile e instabile ed entro con alcune intuizioni, ma con la deliberata disponibilità a vederle riconfigurate, persino a vederle naufragare. Credo sia questa la carne viva del lavoro curatoriale, accettare il rischio che un dialogo ti conduca altrove, lontano dalle tue stesse premesse. Se mi limitassi a selezionare artisti o progetti che confermano le mie tesi, ridurrei la mostra a un esercizio autoreferenziale, disinnescando la capacità dell’arte di generare nuovo spazio critico e pubblico che invece è un aspetto essenziale dell’arte contemporanea.  Quello che cerco, alla fine, è un imprevisto capace di spalancare una possibilità che non avevo considerato e che possa mettermi in discussione e inevitabilmente, a ripensare me stessa.

    Andrea Crespi, Artificial Beauty

    AS: C’è stato un incontro che ha cambiato profondamente il tuo modo di intendere la curatela?

    AV: Più che a un singolo incontro, penso a quelle figure che hanno cambiato radicalmente l’idea stessa di cosa significhi essere un curatore. Hans Ulrich Obrist è sicuramente una di queste. Di lui mi ha sempre colpito il modo in cui ha trasformato il dialogo in uno strumento di lavoro. Mi ha insegnato che la ricerca nasce dall’incontro, attraversa discipline diverse e non deve mai limitarsi allo spazio fisico di una mostra. Dall’altro lato, potrei menzionare Harald Szeemann per la libertà con cui ha dimostrato che la curatela può essere una pratica indipendente e autoriale. Sono due punti di riferimento molto diversi, ma entrambi mi hanno trasmesso un principio fondamentale per il mio modo di lavorare; un curatore non deve subire un formato predefinito, ma può inventarlo ogni volta in base a ciò che vuole rendere possibile. Accanto a questi grandi modelli ci sono poi gli incontri reali, quelli quotidiani e meno visibili, ma spesso più decisivi. Parlare e lavorare con artisti, direttori, produttori e progettisti mi ha insegnato che un’intuizione, per diventare pubblica, deve fare i conti con una macchina organizzativa complessa. Questo aspetto pratico mi appartiene profondamente e il mio percorso, infatti, unisce da sempre la ricerca curatoriale, la direzione creativa e il project management, muovendosi proprio all’intersezione tra ricerca curatoriale e progettazione culturale.

    Aliteia, The Ballad of Human Mutations

    AS: Prima di congedarti: grazie per la conversazione con i Collezione da Tiffany. Ti andrebbe di raccontarci quali sono i progetti recenti e quelli nei prossimi mesi?

    AV: Tra i progetti più recenti Artificial Beauty di Andrea Crespi alla Fabbrica del Vapore, un’ampia mostra istituzionale che esplora l’estetica contemporanea nella sua duplice natura, umana e artificiale. Le mie radici di Pitmarels, un murale permanente realizzato insieme alla BCC Cantù per rigenerare e restituire memoria storica al territorio e The Ballad of Human Mutations di Aliteia, una mostra profonda e itinerante che, partendo dal racconto della malattia rara della CMT, elegge la fragilità come nuova chiave di lettura della contemporaneità. Quest’autunno invece sarà fitto di appuntamenti in diverse città a cui sono molto legata. Proprio in questi giorni ad ArtVerona presentiamo un progetto inedito di Andrea Crespi, pensato intorno al tema conduttore della fiera di quest’anno, il concetto di “tra parentesi”. Subito dopo a Treviso, con un progetto diffuso che vede diverse installazioni di Aliteia in diversi punti in collaborazione con il Festival 4passi, studiato per portare messaggi e riflessioni urgenti direttamente nel tessuto collettivo della città. A novembre, invece, inaugureremo al Maschio Angioino di Napoli la personale dell’artista venezuelana Magaly Arocha Rivas, dal titolo Amazzonia. Storie Indigene, che porta alla luce il ruolo delle comunità indigene dell’Amazzonia venezuelana. A Milano, una mostra di Donatella Izzo che esplora le sfide e le possibilità di riconnessione tra l’essere umano e la natura.

    Saranno mesi intensi, ma c’è un fil rouge molto chiaro che unisce tutte queste tappe; in qualche modo tutti sono progetti che mettono al centro tematiche attuali che ci interrogano da vicino. La mia intera linea curatoriale si fonda sempre su queste domande: Cosa può dare l’arte oggi? Come può farci riflettere? E, di conseguenza, in che modo può spingerci ad agire?

    Andrea Savino
    Andrea Savino
    Andrea Savino (n.1991) è un dottore commercialista e revisore legale di Torino specializzato in diritto e fiscalità internazionale. Membro della commissione economia della cultura del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, già presidente della commissione cultura dell'Unione Nazionale Giovani Dottori commercialisti, nonché membro della Commissione Internazionalizzazione e Fiscalità Internazionale dell’UNGDCEC - Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti e ricercatore dell’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE).

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