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martedì, Settembre 27, 2022

Arte contemporanea come strumento di memoria storica e riparazione culturale

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Riconoscere intellettualmente l’eredità coloniale della propria nazione di appartenenza ed interiorizzarla in piena coscienza individuale con lo scopo di prenderne attivamente le distanze e provare a scrivere una nuova storia identitaria, è la ragion d’essere della produzione artistica che ispira uno specifico filone d’arte contemporanea che si potrebbe forse definire ”multidisciplinare”.

Si tratta per gran parte di artisti visivi che, scegliendo di realizzare video e/o istallazioni fotografiche, si impegnano tra arte ed attivismo politico muovendo dalla ferma convinzione che le fratture che si sono aperte per via dello scontro culturale tra occidente e non-occidente durante il periodo coloniale, vadano assolutamente riparate.

L’idea che accomuna questi artisti è che l’arte possa ben rappresentare un efficace strumento di denuncia e soprattutto di memoria, capace di stimolare nell’osservatore una riflessione su come il razzismo – passando dall’imposizione della schiavitù alla pratica del colonialismo- sia stato e sia tutt’ora usato come leva ideologica per stabilire l’incontrovertibilità della propria supremazia sui popoli soggiogati (ineguaglianze sociali, minoranze, esclusioni).

Questa produzione artistica si indirizza e si palesa in maniera diversa a seconda che l’artista che la realizzi sia per natali e per cultura “colonizzatore” o “colono”.

Nel primo caso, ritenendo indispensabile un processo di consapevolezza e definitiva autodenuncia per riparare ai torti commessi e porre fine ad un approccio culturale di prevaricazione, che sui libri di scuola si legge come concluso ma che nella realtà giornaliera dei fatti è ancora pienamente in corso, l’intento artistico è quello di stimolare ed “imporre” un lucido e limpido faccia a faccia col colonialismo culturale di cui l’Occidente è quotidiano portatore e pericoloso promotore (più o meno cosciente). Tutto ciò viene tradotto in un’arte per immagini (video o fotografiche) a memoria dei soprusi inflitti o delle loro immediate conseguenze sulle esistenze delle popolazioni sottomesse.

Mattieu Pernot. Foto Maria Pia Coccia

Nel secondo caso vengono proposte fotografie, video o installazioni che sono spesso la risultante di accurate ricerche di archivio, eseguite con lo scopo di usare la conoscenza passata come strumento per reinterpretare la realtà attuale e immaginare una lettura alternativa di identificazione culturale per il futuro delle nuove generazioni.

Durante il colonialismo infatti, sono stati realizzati dagli occupanti migliaia di notiziari, film educativi o anche semplici riprese di scene della vita quotidiana nelle colonie, seguendo un preciso set di regole che definiva e rendeva immediatamente riconoscibile il cinema della propaganda coloniale.

Simon Manner. Foto Maria Pia Coccia

Non sono però di certo stati i popoli colonizzati a scegliere che tipo di rappresentazione perpetuare di loro stessi, cosa valesse la pena filmare, cosa dovesse essere conservato e cosa no. Scavando nella storia ufficiale e nella memoria locale, gli artisti provano a cogliere tutti quei frammenti trascurati dalla propaganda coloniale che invece possono essere portati alla luce come strumento utile per colmare gli interstizi esistenti tra la storia imposta e la memoria autoctona. Questi artisti, dunque, tentano di reinterpretare quei momenti della storia locale di cui non è stata lasciata traccia troppo evidente, e propongono una prospettiva di nuova lettura del Sud del mondo da cui far scaturire l’ipotesi di una narrazione alternativa a quella attuale, spinti dal desiderio di comprendere e ripristinare quelle connessioni tra le generazioni e le geografie che il colonialismo ha interrotto.

Moser Marz. Foto Maria Pia Coccia

Ogni frammento recuperato viene esaminato in modo critico e contestualizzato in quell’immaginario futuro che l’artista vuol proporre, stabilendo con accuratezza il punto di osservazione che l’opera dovrà comunicare all’osservatore. (Sarebbe oggi assolutamente necessario quanto utile che venga resa incondizionatamente disponibile la totalità delle immagini ed i video archiviati, affinché possano essere esaminati da un punto di vista odierno non solo e non tanto dagli artisti bensì dalle nuove generazioni locali, che potrebbero averne i mezzi e che siano disposte a fare il lavoro di appropriarsi di una nuova narrativa identitaria ed identificativa).

A.A.Azoulay. Foto Maria Pia Coccia

Questo filone di artisti contemporanei “visivo attivisti” sono dunque convinti, indipendentemente da quale delle due posizioni di osservazione si muovano,  che  per attivare una dialettica tesa tra i due processi opposti di distruzione del colonialismo e riparazione dei danni da esso causati, l’espressione artistica sia oggi lo strumento ideale: da un lato tenta di stimolare il fruitore e lo pungola in quella parte di memoria storica, scomoda ed oscena, che sistematicamente l’Occidente si impegna ad insabbiare (complice il tempo che passa); un’ arte che mira ad attivare un percorso culturale di decolonizzazione della coscienza, della conoscenza, degli atteggiamenti e delle pratiche tutt’oggi “radicalmente coloniali”(processo di distruzione). Dall’altro lato, questa corrente artistica offre una occasione di “resistenza culturale” per le società che hanno bisogno di riappropriarsi della propria storia e della propria identità (processo di riparazione).

Maria Pia Coccia
Maria Pia Coccia
Restauratrice di Beni Culturali, Art Communicator, Perito di antichità e belle arti, Giornalista CJE. Collabora con testate giornalistiche e blog d'informazione.
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1 COMMENT

  1. CRITICA ALLA STREET ART A POMPEI
    Non contento di aver preso una DIFFIDA per l’edizione 2021 dal consigliere
    Avv. Domenico Di Casola, il tronfio Sindaco di Pompei (PD) ci riprova ed affida di nuovo la direzione artistica della manifestazione al solito sconosciuto artista, sicuramente il più famoso del suo condominio, che ha da mesi una personale in un piccolo alberghetto pompeiano.
    E non é certo un Achille Bonito Oliva, costui, che con il suo staff
    seleziona con impegno (giusto riconoscerlo) artisti internazionali,
    dove il termine internazionale per la Giunta pompeiana vuol dire super top!
    Bene, basta fare un giro in città per capire che alcune
    opere dello scorso anno stanno scolorando, umidità e intonaco che si stacca fanno il resto, idem i pannelli mobili dopo un anno chiusi per “punizione” in un deposito, qualcosa hanno perso.
    Sui muri quel tipo di tecnica dura 2/3 anni al massimo, perciò si lavora sempre sul provvisorio, tipico della ideologia di sinistra, che usa la Street Art per
    cercare e non trovare consenso; tutti i giovani protagonisti aspirano a diventare il nuovo Banksy, molto difficile, dove molto difficile vuol dire che é davvero molto più facile vincere cento milioni di euro al gioco del lotto puntando 5 euro. Ma buon lavoro a tutti, anche agli artisti di strada, i mangiafuoco, i saltimbanchi, i registi del corto e tutto il circo che si muove in queste occasioni, fotografi e musicisti compresi. Intensa la mostra fotografica sulla
    emarginazione e la guerra.
    Ma non essendoci a Pompei un ufficio di arte urbana, seria emanazione di una Biblioteca Civica che non esiste, tutto viene fatto alla carlona. Spruzzate di colore in libertà, colore in scadenza rapida e udite, udite, spunta Maradona gigante in un muro della scuola primaria e dell’infanzia
    per la gioia dei bambini che non sanno nemmeno chi é. Certamente fa parte della cultura sportiva ma siamo a Pompei e andava dipinto il Beato Bartolo Longo che ha fondato la Città e il Santuario, andava dipinta la Madonna del Rosario con tutta la storia della vecchia e nuova Pompei;
    magari con tecniche più resistenti. Invece no, la fonte salutare
    deve ancora stare senz’acqua per continuare ad ospitare terribili tartarughe plastificate.
    È migliorata la presentazione del festival, e, finalmente la collaborazione con gli Scavi e una più organica partecipazione delle scuole. Ma siamo ancora lontani da un risultato capace di accendere le telecamere di RAI uno.
    Però non é giusto riempire a caso i muri di una Città senza un discorso iconografico unitario e davvero di alta qualità artistica, visto che il brand Pompei vale venti miliardi di euro.
    Assistiamo allora ad un risultato mediocre, fatto per spendere soldi che vanno spesi e guarda caso vanno nelle solite tasche. Persa la novità della prima edizione sulla seconda incombe il voto del 25 settembre e sembra andare tutto sotto le aspettative.
    Auspico allora che il nuovo Ministro alla Cultura riveda integralmente il Grande Progetto Pompei perché l’eccellenza artistica storica della Campania merita un progetto ad alto livello, non provvisorio e occasionale come fa il carnevale della Street Art. Ma piuttosto un progetto che veda le priorità reali di
    questo territorio, che veda quindi il Vesuvio e la prossima eruzione, nella totale mancanza di un piano di evacuazione aggiornato che va quotidianamente ripensato e migliorato.
    E poi non venitemi a dire, cari lettori vesuviani, che nessuno
    mai questo aspetto ve l’ha ricordato.
    Stefano Armellin
    https://armellin.blogspot.com

    Pompei, venerdì 23 settembre 2022

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