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Collezionisti e valore dell’arte in Italia

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Chi è, che profilo ha il collezionista italiano d’arte?

È la domanda a cui tenta di rispondere il rapporto 2022 edito da “Gallerie d’Italia” e Intesa Sanpaolo PrivateBanking, che, avvalendosi della collaborazione di Artissima, ha analizzato un database di circa 4.000 collezionisti privati disegnando finalmente, uno scenario abbastanza puntuale e preciso di questo settore in grosso fermento, chiarendone le dimensioni e definendone meglio i perimetri.

Dal lavoro svolto (anche grazie ad una survey che ha coinvolto un campione di circa 300 collezionisti e diversi galleristi) emerge la figura di un collezionista prevalentemente senior, decisamente più esperto e più eclettico di quello internazionale: il 76% dei collezionisti si rivolge all’arte contemporanea – dove i dipinti e la pittura la fanno da padroni – ma quasi il 40% colleziona anche altra tipologia di oggetti (gioielli, orologi, vini e altri oggetti).

Sebbene la pandemia abbia creato una nuova generazioni di giovani collezionisti, l’eta media rimane abbastanza alta e si attesta intorno ai 60 anni e, pur rimanendo un’attività prettamente maschile, sta aumentando l’acquisto da parte delle donne (24%) ma, soprattutto, si fa notare il ‘collezionismo di coppia’ dove la decisione sull’opera o sull’artista da ‘portare a casa’ viene presa insieme.

I principali driver motivazionali continuano ad essere passione, amore per l’arte e piacere personale ma, con buona pace di chi gestisce i portafogli e spinge, giustamente, ad un’equilibrata differenziazione degli investimenti, sono in aumentano i collezionisti che considerano l’arte come un ottimo asset da affiancare a quelli immobiliari o finanziari: le scelte cominciano ad essere sempre meno dettate che in passato dall’emotività, ma da vere e proprie strategie che strizzano l’occhio alla possibile rivalutazione nel tempo del valore dell’acquisto effettuato, denotando molto ottimismo e molto interesse sul futuro a medio e lungo temine.

Nonostante ciò il collezionista italiano sembra essere più coraggioso di tanti altri, puntando spesso sui giovani artisti anche attraverso il sostegno diretto e la sponsorizzazione di progetti inediti. Attività, questa, che consente di acquisire opere in una fase emergente dell’artista e quindi a costi contenuti: di nuovo il presupposto di un buon investimento nel tempo.

Per quanto riguarda i canali di acquisto, come abbiamo già detto più volte, la pandemia Covid ha senz’altro contribuito allo ‘sblocco’ dei canali digitali che sono sempre più presidiati e non solo dai giovani. Tutti i players hanno le aste online e questo offre numerosi vantaggi, primo fra tutti finalmente quello della ‘trasparenza’ dei prezzi (soprattutto da parte delle gallerie); ma si allarga notevolmente anche la platea e cresce il numero di transazioni. Tuttavia, gli acquisti più importanti sono comunque fatti ancora con i canali tradizionali e ‘in presenza’.

I principali driver motivazionali continuano ad essere passione, amore per l’arte e piacere personale ma, con buona pace di chi gestisce i portafogli e spinge, giustamente, ad un’equilibrata differenziazione degli investimenti, sono in aumentano i collezionisti che considerano l’arte come un ottimo asset da affiancare a quelli immobiliari o finanziari: le scelte cominciano ad essere sempre meno dettate che in passato dall’emotività, ma da vere e proprie strategie che strizzano l’occhio alla possibile rivalutazione nel tempo del valore dell’acquisto effettuato, denotando molto ottimismo e molto interesse sul futuro a medio e lungo temine.

Il collezionare si dimostra un’attività costante nel tempo per quasi un 50% del campione, il che fa pensare che comunque il collezionista italiano è in grado di gestire autonomamente la propria attività (infatti solo un 8% si avvale dei servizi di un consulente). La maggior parte custodisce la propria collezione presso la propria abitazione e/o in altri luoghi di proprietà quali azienda, seconde case o magazzini, spesso con poca attenzione agli aspetti documentari e conservativi, nonostante un valore medio delle collezioni abbastanza importante che presupporrebbe una gestione più attenza soprattutto ai fini della rivalutazione nel tempo dell’asset.

Nonostante questa diffusissima attività di ‘gestione in proprio’, ancora pochi offrono una apertura della propria collezione al pubblico anche se comincia lentamente a manifestarsi – spinta dall’esempio di alcuni più attenti al tema della responsabilità sociale – la volontà di garantire un momento di fruizione pubblica e il desiderio di mettere in mostra il proprio progetto collezionistico nonchè il rapporto con gli artisti, anche attraverso una intensa attività social.

La direzione sembra essere quindi quella della visibilità che spesso nasconde anche un certo narcisismo e una necessità di essere riconosciuti all’interno del ‘sistema’.
La domanda che viene da farsi quindi è: anche i collezionisti diventeranno nei prossimi anni dei veri e propri influencer del mondo dell’arte?

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