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Giuseppe Lo Schiavo. Il Mediterraneo come soglia

del

A Palazzo Vecchio, con la curatela di Serena Tabacchi, l’artista porta in scena ROTTA: un’installazione immersiva che trasforma il mare in memoria, confine e ferita europea.

Giuseppe Lo Schiavo è uno degli artisti italiani più interessanti della scena contemporanea. Si muove tra tecnologia e immagine sospesa, tra sperimentazione digitale e un senso quasi classico della composizione. Nelle sue opere convivono le radici mediterranee — la Calabria affacciata sul mare — e una lunga permanenza londinese che ne ha affinato lo sguardo internazionale. È un artista molto richiesto, rappresentato da diverse gallerie, e anche nei momenti di rallentamento del mercato i suoi lavori trovano sempre collezionisti: sono immediati ma non semplici, accessibili ma mai superficiali.

Con ROTTA, però, Lo Schiavo compie uno scarto netto. L’immersività non è spettacolo, ma strumento etico. Il Mediterraneo non è più luce e mito, ma luogo di memoria e confine liquido, teatro silenzioso di una delle più drammatiche questioni europee contemporanee: le migrazioni e le migliaia di vite che ogni anno si perdono in mare.

Il progetto, curato da Serena Tabacchi — tra le voci più attente nella stagione che ha consacrato il boom dell’arte digitale in Italia, e già protagonista a Palazzo Strozzi — trova spazio nella storica Sala d’Arme di Palazzo Vecchio. Un luogo simbolico, carico di stratificazioni politiche e culturali, che amplifica la tensione tra protezione e attraversamento, tra dentro e fuori.

Abbiamo incontrato Lo Schiavo per capire come nasce un’opera che rinuncia alla scorciatoia dell’intelligenza artificiale per tornare alla vulnerabilità della presenza, e perché, oggi, parlare di mare significhi parlare di responsabilità.

Giuseppe Lo Schiavo_Rotta 2026

G.N.M.: ROTTA trasforma il Mediterraneo in un luogo di memoria e confine: quali sono state le riflessioni iniziali che ti hanno portato a sviluppare questo tema?

G.L.S.: ROTTA nasce da racconti molto personali. Mio fratello è un motoscafista della Guardia Costiera italiana, con alle spalle molte missioni, in Italia e all’estero. Per anni mi ha riportato storie che non entrano davvero nel discorso pubblico, barche che partono con l’autopilota inserito dai motoscafisti e che poi scompaiono nel nulla, persone che non diventano nemmeno numeri perché non arrivano a noi, non arrivano ai notiziari, non arrivano alla nostra percezione. 

Ad un certo punto mi sono reso conto che il Mediterraneo, per come lo immaginiamo, è sempre stato uno spazio di luce, di mito, di vacanza, e che sotto quella superficie ha sempre custodito anche una zona più malinconica. ROTTA parte da lì, dal bisogno di dare forma a ciò che non lascia traccia, e dal tentativo di trasformare una distanza, fisica e mentale, in un’esperienza che si possa sentire. Non è un documentario, è una processione liminale, una soglia tra vita e morte.

G.N.M.: Il percorso immersivo intreccia immagini, suono e ritualità: come hai scelto i linguaggi e i materiali da utilizzare per costruire questa esperienza?

G.L.S.: Ho scelto un linguaggio volutamente insolito per una ferita di questo tipo. Oggi siamo abituati alle esperienze immersive come semplificazione e intrattenimento, spesso come sfondo e quasi mai con una necessità sociale. Eppure quel linguaggio ha un potenziale enorme, perché non parla solo alla testa, parla al corpo, all’orientamento, alla percezione.

Con ROTTA ho voluto usare la tecnologia immersiva, sette schermi, e l’audio spazializzato, per raccontare una storia senza cercare la spettacolarizzazione, e senza puntare sulla pena. Mi interessava creare empatia, e donare dignità alle persone che hanno perso la loro vita in mare. Che non sono rifugiati o migranti, sono persone. Uomini donne e bambini con i miei stessi sogni.

Ho lavorato con artisti e musicisti incredibili e co-scritto due pezzi inediti con il cantautore Marco Guazzone, il produttore Giuliano Vozella e la firma finale di un pezzo realizzato da RAKANS un musicista arrivato in europa dal mare con quelle barche fatiscenti. 

Strumenti a fiato_archi Sala d’Arme_Giuseppe Lo Schiavo_Rotta 2026

G.N.M.: In che modo ROTTA dialoga con lo spazio storico della Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, e quanto la scelta della location ha influenzato la tua progettazione?

G.L.S.: La Sala d’Arme è un luogo estremamente simbolico. È uno spazio che custodiva armi, quindi strumenti di difesa, di controllo, di separazione. Portare ROTTA lì significa lavorare dentro un’architettura che è stata pensata per proteggere un “dentro” da un “fuori”.

Ho adattato l’installazione alle sue mura proprio per far emergere questa tensione, le volte diventano nel mio progetto aperture e non chiusure, confini. E qui il confine diventa liquido, come il mare: cambia forma, si sposta, entra nella testa prima ancora che nello spazio. Palazzo Vecchio, con tutta la sua storia di potere e di rappresentazione, rende questo cortocircuito ancora più forte.

G.N.M.: Quale messaggio o emozione speri che il pubblico porti con sé attraversando l’installazione?

G.L.S.: Spero che il pubblico porti con sé empatia e vicinanza. ROTTA non è un’opera che cerca colpevoli, e non vuole semplificare una complessità enorme in una risposta facile. Mi interessa piuttosto una domanda che resta addosso, un cambio di temperatura, anche minimo, nel modo in cui guardiamo il mare. 

Se c’è un obiettivo, è quello di ridurre la distanza, far sentire che ciò che succede “là” non è davvero altrove, e che l’assenza di tracce non significa assenza di realtà. Allo stesso tempo non credo che l’arte possa cambiare davvero le cose, e questo paradosso lo porto dentro l’installazione con un gesto forte e deliberato, una donazione al mare, un atto “sacrificale” che ho voluto compiere durante la performance. Senza svelare troppo, posso dire che è un gesto che si porta dietro un pensiero volutamente ambiguo che rivendico durante l’installazione: “l’arte non serve a niente.”

Giuseppe Lo Schiavo_backstage_Rotta 2026

G.N.M.: Guardando al tuo percorso artistico, dove collochi ROTTA all’interno della tua ricerca e dei tuoi lavori precedenti?

G.L.S.: Non saprei collocarla, e non so nemmeno se rappresenti una destinazione o una partenza. Di certo, per me, che sono stato tra i primi a sperimentare con strumenti generativi, realizzare un progetto come questo, completamente “analogico”, è una presa di posizione netta, soprattutto nel contesto digitale contemporaneo. Ho scelto consapevolmente di non usare l’intelligenza artificiale, perché qui mi serviva l’umano, la fatica, la vulnerabilità, non una scorciatoia. Carne e ossa.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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