L’arte non è innocente: la geopolitica secondo Enrico Mascelloni

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Dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Africa all’Italia, il sistema dell’arte contemporanea è anche una questione di potere, identità nazionale e competizione globale. Per Citofonare Nicolella, lo storico e critico d’arte riflette sui rapporti tra cultura e geopolitica e smonta il mito di un’arte naturalmente capace di superare i conflitti.

L’arte ama raccontarsi come un linguaggio universale, uno spazio di libertà capace di superare confini, ideologie e nazionalismi. Ma siamo sicuri che sia davvero così? E soprattutto: chi guadagna dal successo internazionale di una scena artistica, dalla proliferazione dei musei, dalla presenza nelle biennali e dalla crescita del mercato? Non soltanto artisti, galleristi e collezionisti. Anche, e forse soprattutto, i Paesi che attraverso la cultura costruiscono la propria immagine e rafforzano la propria posizione nel mondo.

È da queste premesse che parte Enrico Mascelloni, storico e critico d’arte, nel suo libro dedicato ai rapporti tra arte contemporanea e potenza geopolitica. Attraversando 25 Paesi, Mascelloni mette in discussione alcune delle convinzioni più radicate del sistema: l’idea di una globalizzazione capace di cancellare le gerarchie, la presunta vocazione pacificatrice dell’arte, l’illusione che musei, biennali e mercato siano territori separati dalla competizione tra nazioni.

Dalla Cina, che ha conquistato un ruolo crescente nel mercato e nelle infrastrutture museali, all’Italia, che secondo Mascelloni fatica a tradurre il proprio patrimonio culturale in una strategia contemporanea efficace, emerge una geografia dell’arte assai meno neutrale di quanto si voglia credere. Perché anche un quadro di fiori può contribuire al prestigio di un Paese. E un’installazione che denuncia il capitalismo globale non è necessariamente estranea al sistema di potere in cui viene esposta.

Per Citofonare Nicolella, una conversazione su ciò che il mondo dell’arte preferisce spesso non vedere: mentre discute di linguaggi, valori e libertà, contribuisce anche a disegnare la mappa del potere globale.

Enrico Mascelloni

GNM: Nel libro sostiene che l’arte contemporanea sia ormai uno degli strumenti attraverso cui si costruisce la potenza di un Paese e la sua identità. Quanto è diventato politico, oggi, il sistema dell’arte, anche quando pretende di non esserlo?

Ciò che chiamiamo “arte”, nell’insieme delle sue sfere anche non visuali come la musica e la letteratura, è uno dei maggiori indicatori di potenza di un Paese, perché ne determina l’attrattività globale. Ritengo che l’arte contemporanea ne sia la sfera centrale, il vero e proprio cuore pulsante, che non include solo gallerie e musei (in aumento esponenziale in tutto il mondo) ma anche una quantità gigantesca e impossibile da quantizzare di media, siti web, luoghi di vendita informali (non solo gallerie e case d’asta) che se ne occupano incessantemente.

Alcune metropoli come Londra, Hong Kong, Berlino sono diventate vere e proprie “città dell’arte contemporanea”. Te la ritrovi ovunque: non solo nei luoghi deputati, ma anche negli atri delle banche e delle grandi società; e persino, dopo una giornata faticosa, a cena, laddove riempie gli spazi non solo dei ristoranti sofisticati ma anche di quelli informali in cui si ritrovano i giovani, prima di ritrovartela ben in evidenza nell’atrio e magari nelle camere dell’albergo in cui andrai a dormire.

Nonostante tale e montante invasione del mondo, gli operatori del settore (artisti, critici, galleristi….) non si rendono conto di stare valorizzando un preciso e definito polo geopolitico, compresa la sua politica di potenza. Tra gli intenti di questo libro c’è l’ambizione di svegliarli.

Copertina_MONUMENTO ai caduti nella Grande Guerra Patriottica ALMATY (KZ)

GNM: Lei mette in discussione l’idea, molto diffusa, che l’arte abbia una naturale vocazione alla fratellanza e al superamento dei conflitti. In un mondo segnato da guerre, nazionalismi e nuove contrapposizioni geopolitiche, che cosa può davvero fare l’arte? E che cosa, invece, non può fare?

Veniamo dalla storia di un continente in cui persino le avanguardie (direi anzi soprattutto le avanguardie) hanno incessantemente sostenuto le imprese militari dei Paesi di referenza in occasione della I guerra mondiale e anche immediatamente dopo. Non sto parlando solo del futurismo, ma anche di altri movimenti (incluso Dada) che auspicavano regolamenti di conti su larga scala, giacché la rivoluzione è un’altra forma di guerra. Tra i grandi teorici del conflitto, non solo artistico, metto in prima fila Marinetti, Mayakovsky, Breton.

Dopo la Seconda guerra mondiale vi è stata una minore verve conflittuale, tuttavia la presenza dell’arte è aumentata ovunque e ha contribuito in misura crescente a definire la potenza di un paese, che può venir benissimo valorizzato anche da un quadro che rappresenta un mazzo di fiori, o persino da un’installazione che critica il nazionalismo o il capitalismo globale. Non mi pare appartenga alla tradizione artistica la capacità di appianare i conflitti, tanto meno quelli di carattere nazionalistico.

Copertina_Tank dell’armata rossa in esibizione davanti all’ermitage

GNM: Nel libro attraversa 25 Paesi e analizza realtà molto diverse tra loro, dall’Asia centrale all’Africa, fino ai grandi sistemi occidentali. Che cosa abbiamo capito male della cosiddetta globalizzazione dell’arte contemporanea? Esiste davvero un sistema dell’arte globale oppure continuiamo a parlare, in fondo, di rapporti di forza tra centri e periferie?

È difficile negare che i linguaggi artistici che includiamo nel termine “arte contemporanea” non si siano globalmente uniformati, soprattutto all’insegna e per mezzo dei montanti sistemi tecno-mediali. Tuttavia l’idea di una mondializzazione che avrebbe beneficamente omologato il mondo all’insegna del dominio globale dell’economia (neanche Marx era mai arrivato a tanto!)  era poco altro che il tentativo della superpotenza mondiale ormai egemone dopo il 1991, e delle sue armate di intellettuali con massiccia presenza di quelli europei, di celebrare il proprio dominio. Sono bastati pochi anni per lasciare impietosamente crollare tale costruzione che era radicalmente ideologica.

L‘irruzione nella sfera dell’arte contemporanea di luoghi in cui pochi sospettavano che esistesse (quelli citati nella tua domanda) ha da un lato confermato i progressi della globalizzazione, ma dall’altro anche il ritorno sulla scena di concorrenti agguerriti. Negli anni ’80 andavo nei luoghi in questione soprattutto alla ricerca di manufatti tribali, e fu una sorpresa anche per me incappare in un’arte contemporanea di grande energia e ambizioni, tanto nell’Africa sub-sahariana che in Asia centrale, a loro volta territori enormi e variegati.

GNM: Tra mercato, musei, biennali, padiglioni nazionali e grandi istituzioni, l’arte contemporanea sembra essere diventata anche una forma di diplomazia culturale. Guardando al futuro, quali Paesi stanno oggi costruendo con maggiore efficacia una propria identità attraverso l’arte e quali, invece, stanno perdendo terreno?

Certamente le due grandi entità imperiali, USA e Cina, con una Russia dalle sontuose tradizioni (il terzo grande impero) e dunque dalle enormi potenzialità ma ancora timida nel promuovere la sua arte contemporanea come asset importante per la propria valorizzazione. In Africa certamente Nigeria e Sudafrica con una borghesia locale che acquista quasi essenzialmente l’arte di casa, come d’altronde sta avvenendo in tutto il mondo, a partire da paesi dove ha un crescente peso, come i due nemici storici Pakistan e India, e anche in questo gli americani hanno fatto da battistrada.

Le potenze europee (per così dire) godono di strutture ancora con pochi eguali, soprattutto nell’indotto museale, ma il mercato globale dell’arte contemporanea, in esponenziale aumento negli ultimi venti anni, è stato sconvolto soprattutto dalla Cina, che oltre a una quantità debordante di musei (in gran parte dove l’arte contemporanea la fa da padrona), ha visto crescere la propria percentuale di transazioni nell’arte contemporanea dal ca. due per cento dei primi anni duemila a ca. il 30 per cento attuale (altre prospezioni la indicano al rialzo).

La Biennale Arte 2026

L’Italia è riuscita ad appaltare quello che sarebbe lo spazio espositivo più importante del mondo (l’ex Padiglione Italia ai Giardini della Biennale di Venezia) per mostre di cui tutti dimenticano tutto un giorno dopo la chiusura. Che non ci siano artisti italiani alla Biennale in corso è ben più un giudizio sulla potenza geopolitica del nostro Paese e delle sue istituzioni che sullo stato della nostra arte.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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