Ad Arzignano, in provincia di Vicenza, un’antica tipografia è diventata il cuore di un progetto culturale che sfida le convenzioni della galleria d’arte tradizionale. Atipografia, riaperta nel 2022 dopo il restauro dello studio AMAA, inaugura oggi, 20 febbraio 2026, la mostra collettiva L’ombra delle lucciole. Il progetto, che rimarrà aperto fino al 18 aprile 2026, segna il secondo capitolo di una trilogia espositiva dedicata alla tridimensionalità dell’essere umano.
Dietro questa realtà c’è la visione di Elena Dal Molin, che ha saputo trasformare uno spazio industriale in un organismo poroso e vivo. Per la gallerista, il fulcro della ricerca risiede nel paradosso e nella tensione, elementi che si riflettono nella scelta di ospitare progetti che uniscono la dimensione commerciale a una profonda vocazione culturale. Sotto la sua direzione, Atipografia è diventata un crocevia dove il pensiero critico incontra la materia, portando avanti una programmazione che, dopo aver indagato il passaggio dall’io al noi in Matermània/Matermanìa, si concentra ora sulla fenomenalità del mondo.
Tra Lux e Lumen: la fenomenologia dell’invisibile
Il progetto, curato da Alfonso Cariolato e Luigi de Marzi, nasce da un paradosso affascinante: in un’epoca dominata da luci artificiali che tentano di annullare l’oscurità, gli artisti in mostra scelgono di lavorare con quella luce fioca che non vince le tenebre ma convive con esse. Come suggerito da Cariolato, non siamo di fronte alla luce che semplicemente “illumina” gli oggetti (lumen), ma alla luce come condizione stessa della creazione (lux). È la pittura che si fa fenomeno, un “fiat lux” laico che scaturisce dal gesto sapiente e paziente dell’artista.
La luce che affiora: Bergquist, Inselvini e van Roozendaal
In questa ricerca della “luce che arriva”, si intrecciano le visioni di tre artisti che lavorano sulla materia e sulla processualità del tempo.

Mats Bergquist presenta i suoi encausti su legno, icone ortodosse svuotate dal dogma religioso per essere riempite di silenzio. Bergquist ricerca l’imperfezione, lasciando che il legno vivo e la materia mutino continuamente sotto lo sguardo del visitatore. Nelle opere colorate, la vibrazione è delicata e la luce sfuma dolcemente nell’ombra, creando un rapporto con l’ambiente intimo e sussurrato. Al contrario, nella sua opera Siah, la materia si confronta con il vuoto, diventando un “nero quasi assoluto” che acquista una potenza magnetica proprio attraverso il gioco delle ombre.

In questa indagine sul tempo liquido si inserisce con forza Silvia Inselvini. Il suo è un lavoro di “ascesi tecnica”: chilometri di inchiostro di penna Bic che saturano il supporto fino a eliminare ogni traccia di bianco. L’esposizione permette di ammirare la varietà della sua produzione: dal monumentale rotolo di Passaggio delle ore (2019–in corso), che scende all’infinito come una cascata di tempo, ai fogli A4 della serie Notturni. Spicca infine Apoteosi, un’opera su tavola preparata a gesso dove l’inchiostro, stratificato per mesi, genera una superficie così densa da diventare quasi specchiante, permettendo all’osservatore di scorgere il proprio riflesso in un’oscurità vibrante.

Il dialogo si completa con le opere di Loes van Roozendaal, che porta in galleria una ricerca liminale sul grigio, colore celebrato come spazio di massima vibrazione. Van Roozendaal opera un processo inverso: parte dal nero e schiarisce attraverso velature a olio, cercando di catturare l’atemporalità di un momento domestico. Le sue griglie pittoriche frantumano la luce in bagliori differenziati, suggerendo che la realtà possa essere solo parzialmente scrutata.
La luce che disegna: Marco Tirelli

Diverso è l’approccio di Marco Tirelli, il cui lavoro incarna il concetto di lumen. Nelle sue tele, la luce è uno strumento alchemico che disegna le forme, le estrae dal fondo scuro e le rende tangibili in uno spazio mentale sospeso tra realtà e astrazione. Qui il nero non è semplice assenza, ma campo di tensione attiva; un vuoto che pulsa e permette agli oggetti di venire alla luce per poi ritrarsi subito dopo nel mistero.
Verso l’ultimo atto della trilogia
Uscendo da Atipografia, la sensazione è quella di aver assistito a una rivelazione silenziosa: come una lucciola, l’arte in mostra non pretende di squarciare le tenebre del nostro tempo, ma ci insegna ad abitarle con consapevolezza e cura. Accettare questa parzialità dello sguardo è il cuore di un progetto che, dopo aver indagato la materia e la luce, si prepara già a compiere l’ultimo passo. Restiamo in attesa del terzo e conclusivo capitolo di questa trilogia, che promette di chiudere il cerchio sulla complessità dell’essere contemporaneo.




