Contro il conformismo dell’arte: allenare lo sguardo per scoprire l’autenticità

del

Curatrice, editor e fondatrice di Cabinet Milano, racconta come si riconosce un linguaggio autentico nell’arte contemporanea e perché il talento vero resta la cosa più difficile da individuare.

Allenare lo sguardo è forse l’esercizio più difficile nel mondo dell’arte contemporanea. In un sistema dove l’immagine è ovunque e tutto sembra chiedere attenzione, riconoscere ciò che davvero conta (un linguaggio autentico, una ricerca solida, un’intuizione che anticipa il tempo) è talento raro. Maria Chiara Valacchi appartiene a quella categoria di professionisti capaci di farlo con naturalezza.

Curatrice indipendente, Art Guest Editor di Elle Decor e co-fondatrice insieme ad Antonio Di Mino dello spazio no-profit Cabinet Milano, negli ultimi vent’anni anni ha costruito un percorso che si muove con equilibrio tra ricerca curatoriale e conoscenza concreta del sistema dell’arte.

Attraverso le mostre realizzate a Milano e i numerosi progetti seguiti nel tempo, ha saputo intercettare alcuni dei talenti più fertili della scena contemporanea, invitando artisti internazionali a confrontarsi con il contesto italiano e costruendo esposizioni spesso capaci di mettere in dialogo generazioni diverse: dai maestri riconosciuti — citiamo uno tra tanti, Enzo Cucchi — a nomi che, al momento delle prime mostre, non erano ancora entrati stabilmente nel radar del sistema ma oggi lo sono appieno (Cecilia Granara ad esempio).

Maria Chiara Valacchi © Fabio Rizzo

Il suo è uno sguardo curioso ma esigente, che rifugge le scorciatoie del mercato e cerca piuttosto quella qualità più difficile da definire: la capacità di riconoscere quando un’opera riesce davvero a creare una relazione viva con lo spazio e con chi la osserva. 

È anche per questo che sono felice, da collega e da amico, di dedicarle questo focus.

In questa conversazione Maria Chiara Valacchi racconta il suo percorso — dalla formazione nel restauro alla curatela — e riflette su ciò che oggi, nell’arte contemporanea, continua a meritare attenzione, fiducia e rischio.

Giacomo Nicolella Maschietti: Sei Art Guest Editor di Elle Decor, curatrice indipendente e co-fondatrice, insieme ad Antonio Di Mino, dello spazio no-profit Cabinet a Milano. Quando hai capito che l’arte contemporanea non sarebbe stata solo un interesse, ma il tuo linguaggio? C’è stato un momento preciso, una mostra, un artista, un incontro, che ti ha spostato definitivamente?

Maria Chiara Valacchi: Fin dall’infanzia l’arte ha fatto parte del mio linguaggio espressivo. Dipingevo e disegnavo sempre, la creatività era al centro del mio sviluppo. Tuttavia, il primo vero innamoramento è stato per il restauro. Mi trovavo con i miei genitori quando, ancora bambina, entrai in un laboratorio dedicato al recupero degli affreschi. Rimasi profondamente colpita dalla dimensione quasi rituale del lavoro, la precisione dei gesti, la lentezza consapevole, i piccoli pennelli, i bisturi, le sostanze dosate con sapienza per intervenire su superfici lacunose e fragili. Un dialogo silenzioso con la materia e con il tempo. Mi sono quindi laureata in restauro, specializzandomi nell’ambito dell’arte contemporanea. Possedevo manualità e competenze tecniche e, per un periodo, mi sono dedicata a questa pratica.

Nel frattempo nel 1998 avevo visitato la mia prima Biennale di Venezia a cui è seguita quella del 2001 e le successive; le mostre internazionali e le gallerie facevano sempre più parte della mia routine. Ho compreso che il mio desiderio si collocava altrove. Quello che mi attraeva con maggiore forza era come la materia artistica poteva esser capace di instaurare una relazione viva con lo spazio e con la dimensione emotiva dello spettatore. Volevo partecipare attivamente a questa alchimia.

Ho scelto allora di seguire l’ambizione della curatela e la critica, di contribuire alla costruzione di contesti espositivi, sostenendo e accompagnando il lavoro degli artisti. In circa venti anni di carriera ho curato più di cento mostre, insegnato, collaborato con diverse testate come Artforum, Flash ArtMuseArteIl CorriereIl Fatto, scritto un libro sull’opera di Pier Paolo Calzolari e nel 2011 ho fondato a Milano, con Antonio Di Mino, Cabinet, uno spazio non profit con cui credo di aver costruito un percorso significativo.

Il mio cammino però non è stato sempre lineare, molte occasioni mancate e alcune conquiste, tra queste sicuramente la fiducia che mi è stata accordata da Elledecor.it, rivista con la quale collaboro da ormai quattro anni con grande soddisfazione e dove mi occupo interamente della sezione arte. Oggi posso dire di svolgere il lavoro che desidero e, nonostante le difficoltà strutturali che il sistema dell’arte comporta, continuo ad esserne felice.

Maria Chiara Valacchi © Fabio Rizzo


GNM: Cosa ti interessa davvero dell’arte contemporanea oggi? Non in termini di trend, ma di necessità. Che cosa può comunicare oggi l’arte che altri linguaggi non riescono più a dire con la stessa forza? 

MCV: Mi interessa, oggi come sempre, l’emozione che un’opera d’arte sa generare. Uso un termine abusato e logorato, ma il più esatto per esprimere ciò che cerco e ciò che mi tiene viva. Ritengo però che i linguaggi si siano progressivamente appiattiti: i “creativi”, in qualunque ambito espressivo, appaiono competenti e abili, molto conformi ad essere “rispettosi” verso la comunità dove si esprimono, i veri talenti ci sono ma sono rari.

Non credo che l’arte possieda, in sé, una forza comunicativa superiore rispetto ad altri registri espressivi; tuttavia è il linguaggio al quale ho attribuito il valore più alto, dedicandogli ampia parte della mia vita. La grande arte continua a commuovermi profondamente, ed è per questo che ci credo ancora, in essa fondamentalmente, ripongo fiducia.

GNM: Lavori con giovani talenti in una città come Milano, che negli ultimi anni è diventata un acceleratore culturale ma anche un sistema competitivo. Come si costruisce oggi un percorso credibile per un artista emergente? E quali sono, secondo te, gli errori più frequenti che vedi fare — dagli artisti e dal sistema?

MCV: Allora ci sono fondamentalmente due percorsi. Il primo passa attraverso il riconoscimento del sistema: la partecipazione a mostre di rilievo, il sostegno di curatori autorevoli che confidano nel lavoro, la rappresentanza da parte di gallerie di comprovato prestigio. Per accedere a tale circuito è necessaria una solida formazione artistica, la capacità di intercettare il proprio tempo e di restituirlo mediante un linguaggio personale, abilità nel muoversi nei contesti adeguati e, come in molte vicende umane, una massiccia dose di fortuna.

Il secondo percorso consiste nell’essere autenticamente dotati: gli artisti che nel tempo si consacrano e vengono unanimemente riconosciuti per la coerenza della loro ricerca e per la forza del loro linguaggio possiedono quel quid ulteriore che difficilmente può restare celato. Sono strade differenti ma entrambe vincenti.

Tra gli errori invece più frequenti in cui incorre un giovane artista vi sono la tentazione di bruciare le tappe, l’illusione di essere già approdato a un traguardo solo per aver partecipato a qualche mostra significativa, prezzi sproporzionati rispetto all’esperienza, la mancanza di professionalità e non ultimo il conformismo. 

Maria Chiara Valacchi © Fabio Rizzo

GNM: Con una nuova edizione della Biennale di Venezia in arrivo e un calendario fitto di fiere e appuntamenti internazionali, quali sono gli eventi che non manchi mai? E soprattutto: cosa cerchi davvero quando attraversi padiglioni e stand — conferme o dissonanze?

MCV: Il programma dell’arte è sempre molto fitto e cerco di essere presente alle principali manifestazioni, è parte integrante del mio lavoro e dei miei interessi. Non manco mai alla Biennale di Venezia, quasi mai alla fiera di Art Basel, né alle mostre della Fondazione Beyeler o a Paris International.

Mi impegno inoltre a partecipare anche a quelle esposizioni in cui riconosco un impianto curatoriale e critico fortemente orientato alla scoperta e allo sviluppo di linguaggi artistici per me meno noti, anche quando questo avviene al di fuori dei consueti percorsi del sistema. Apprezzo la serietà nell’arte: non in un’accezione austera o rigida del termine, ma come autentica volontà di operare con rigore intellettuale, attenzione e cura, realizzando ogni progetto al meglio delle proprie possibilità.

GNM: Se l’arte contemporanea fosse:

un luogo? Marte, una terra sconosciuta dove ci sono tutte le risorse per costruire un futuro.
un difetto che non sopporto? 
Due, la furbizia e la mancanza di onestà intellettuale.
una qualità che mi commuove sempre? La fragilità, quando si espone senza compiacimento.
un rischio che vale la pena correre? La scelta di mantenersi facendo arte.

GNM: E, infine: che cosa ti spaventa di più per il futuro delle arti visive — e che cosa invece ti fa essere ottimista?

MCV: Ciò che mi spaventa maggiormente, per il futuro dell’arte, è l’affermarsi di un conformismo silenzioso e pervasivo, che si accompagna alla mancanza di una sincerità del proprio pensiero e a forme di servilismo mascherate da furbizia. Temo in un progressivo appiattimento culturale, un impoverimento del rigore intellettuale per rifugiarsi in formule rassicuranti e in linguaggi convenzionale tanto per appartenere.

Mi inquieta soprattutto la perdita di cura: verso la propria intelligenza, verso la qualità dell’espressione e la responsabilità che ogni gesto artistico implica nei confronti degli altri. Rimango tuttavia ottimista, si tratta pur sempre di un ambito culturale, e chi sceglie di farne parte ha uno sguardo curioso e consapevole del mondo. Finché le persone continueranno a sentirsi attratte dalla cultura, conserverò fiducia nelle sorti non solo dell’arte, ma della società intera.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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