«Mi interessa il modo in cui gli opposti si attraggono. Bellezza e orrore, attrazione e repulsione.»
Queste le parole di Mona Hatoum, artista palestinese classe 1952, in mostra a Fondazione Prada dal 29 gennaio al 9 novembre 2026 con la sua “Over, under, and in between”. Il progetto site specific prende forma negli spazi della Cisterna, antica distilleria milanese: silos e serbatoi dove un tempo fermentava l’alcol, oggi attraversati da un brivido più sottile; quello della precarietà dell’esistenza, della fragilità dell’umano.
La mostra si costruisce attorno a tre installazioni che condensano il lessico visivo di Hatoum: ragnatela, mappa e griglia. L’artista costruisce spazi di attrazione controllata, dove la forma seduce e, allo stesso tempo, respinge. È in quella distanza millimetrica tra eleganza e pericolo che l’opera si attiva, non come concetto ma come esperienza fisica.

Nella sala d’ingresso della Cisterna, una costellazione di sfere in vetro soffiato a mano, unite da sottili fili, dà forma a una ragnatela sospesa sopra il visitatore. Donna e migrante, Mona Hatoum porta nella propria esperienza la fuga dalla guerra civile nel suo Paese, un trauma che è divenuto il punto di partenza, insieme intimo e politico, della sua ricerca artistica. Da anni la sua pratica mette in scena spazi, ambienti e case, come memoria di quella che le è stata negata, luoghi che oscillano costantemente fra accoglienza e rifiuto, fra protezione e esclusione.
Come sottolinea l’artista: “Una ragnatela può essere vista come una rete minacciosa che suggerisce un senso opprimente di intrappolamento, ma che allo stesso tempo offre una casa o un luogo sicuro. Per me, la grande ragnatela sospesa sopra di noi ha anche un significato poetico, quasi cosmico. Le sfere di vetro, bellissime e delicate, sono un riferimento diretto alle gocce di rugiada e ne evocano la fragilità e luminosità. Possono anche assomigliare a una costellazione celeste. Mi piace vederla come un’allusione all’interconnessione di tutte le cose.”

Si arriva poi alla mappa. Il pavimento in cemento della sala centrale della Cisterna è interamente ricoperto da sfere di vetro rosso traslucido, disposte a delineare una mappa del mondo in cui emergono soltanto i profili dei continenti, mentre i confini politici e geografici vengono deliberatamente esclusi. Le oltre trentamila sfere, non ancorate al suolo, compongono una configurazione precaria che l’artista definisce come «un territorio aperto e indefinito», esposto a possibili tensioni e forze destabilizzanti provenienti dall’esterno.
È uno dei nuclei più intensi della mostra, tra i più incisivi sul piano visivo. È difficile non associare il colore delle sfere e la loro distribuzione sul pavimento, soprattutto immaginando una visione dall’alto, a dense campiture che evocano il sangue. La mappa non è mai un dispositivo innocuo e privo di implicazioni: nel corso della storia ha tradotto geografia in gerarchia, spazio in potere. Per questo Mona Hatoum sceglie la proiezione di Gall-Peters invece della più diffusa Mercatore, correggendo le distorsioni storiche che hanno penalizzato la rappresentazione del Sud globale.
In un’epoca segnata da guerre che non finiscono e da crimini inimmaginabili contro l’umanità, l’installazione si inserisce nel percorso curatoriale come una ferita, una criticità che non può essere ignorata. Per quanto ancora il mondo potrà guardare altrove? Osservata dall’alto, questa distesa di sfere rosse evoca certe immagini satellitari in circolazione oggi su internet in cui sabbie insanguinate rivelano il massacro di decine di migliaia di persone in Africa. La stessa tensione che ha spinto l’artista a sovvertire la neutralità fittizia del concetto di mappa sembra oggi riflettersi in un mondo in cui i territori vengono reclamati, sottratti, dominati: la violenza serpeggia ovunque, oltrepassando confini e continenti.
Tuttavia, dall’inquietudine che percorre la mostra come un basso continuo affiora una tenue linea di speranza. Il rosso potrà pur rimandare al sangue, sì, ma è anche il colore dell’amore, della passione, della vita. Ancora una volta, nulla viene lasciato al caso. L’ambivalenza si rivela come via d’uscita da una claustrofobia solo apparente, un’improvvisa apertura nel gelo calibrato dell’artista.

Si arriva infine alla terza e ultima sala della Cisterna. Qui si impone “all of a quiver”, installazione cinetica e vertice della mostra: una griglia metallica composta da nove livelli di cubi aperti, sovrapposti. Ci si avvicina con cautela, come se un semplice spostamento d’aria potesse comprometterne l’equilibrio. Il brivido è fisico. Sospesa al soffitto, la struttura oscilla tra crollo e ricomposizione. Ogni modulo emette scricchiolii e tintinnii. La massa scende piegandosi a zig-zag, al limite del cedimento. Ma non cede.
L’installazione richiama da lontano i Palazzi Celesti di Anselm Kiefer al Pirelli HangarBicocca, ma spinti a un grado ulteriore di essenzialità: l’ossatura è messa a nudo, lasciata all’aria e al cambiamento. Case sventrate, architetture sospese: immagini che riflettono l’instabilità, l’incertezza e la perdita di senso del presente. Eppure è proprio in questa condizione che la forma, spogliandosi, si rivela. Come scrive Giorgio Agamben, «È solo nella casa in fiamme che il problema architettonico fondamentale diventa visibile per la prima volta».




