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martedì, Luglio 5, 2022

Museo Pecci: se la fine è il suo inizio

del

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C’è tutta la forza di una città come Prato, che negli anni ha vissuto momenti di grande boom economico e le crisi più profonde, sempre affrontate con la voglia di risorgere, nella cerimonia di inaugurazione del rinnovato Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci. Una forza che si è concretizzata in una capacità di coinvolgimento immensa, che ha messo insieme gallerie, istituzioni culturali e tanta, tantissima gente che ieri ha atteso ore per visitare The End of the World, la prima mostra in programma che durerà fino al 19 marzo 2017 e che solo nella giornata di domenica 16 ottobre ha registrato ben 12.000 visitatori. Un successo che è il giusto coronamento di anni di duro lavoro per riportare in vita quello che è il secondo museo d’arte contemporanea nato in Italia – correva l’anno 1988 – e che in molti, troppi, avevano quasi dimenticato dopo un prolungato silenzio interrotto solo ieri con un ritorno sulle scene che ha tutto il sapore della sfida. Una sfida ambiziosa, forse anche un po’ arrogante ma di cui molti sentivano il bisogno: riavvicinare l’arte alla società, alle persone.

La reception del Centro Pecci di Prato
La reception del Centro Pecci di Prato

«L’arte – ha spiegato infatti Fabio Cavallucci, direttore del Centro, durante il suo discorso inaugurale – negli ultimi anni ha raggiunto risultati importantissimi a livello economico, di visibilità e anche di attrazione, ma ho paura che si sia un po’ allontana da una visione più ampia: dall’essere parte di una comunità nel senso più profondo». «Credo che sia importantissimo che esista un sistema economico che sorregga l’arte: il collezionismo e il mercato – ha proseguito -. Ma ritengo anche che sia altrettanto importante oggi fare una scommessa nuova e cercare di spingere l’arte a dialogare con le persone». Un dialogo che il Centro Pecci intende costruire a partire dall’orario di apertura – prolungato fino alle 23 – perché, ha sottolineato il direttore «è necessario rinnovare un sistema che ormai da secoli va avanti solo per forza di inerzia e che prevede che i musei siano aperti quando la gente è a lavoro o a studiare. Aprire la sera è il primo passo affinché qui si crei una comunità, perché il vero obiettivo di un Centro d’Arte è quello diramare l’arte dove la gente vive, nelle case, nelle piazze. L‘arte deve tornare ad essere qualcosa di cui la gente si nutre quotidianamente».

 

The end of the world: una mostra che sa parlare alle persone

 

In un mondo dell’arte contemporanea dove spesso ci si chiede per chi vengano fatte le mostre, vista la loro incapacità di comunicare al di fuori della cerchia dei soli addetti ai lavori, The end of the world è una gradita sorpresa. La mostra curata da Fabio Cavallucci e dai suoi collaboratori, infatti, ha il raro pregio di poter essere compresa anche da chi di arte non si intende. Le opere dei 50 artisti selezionati – tra icone del contemporaneo e giovani  – sviluppano, su 3000 mq di superficie, un racconto montato con la sapienza del regista cinematografico. E se il titolo può suonare provocatorio, il suo significato originale non si discosta poi molto dalla realtà che intende descrivere. Lungi dall’essere una mostra catastrofista,  The end of the world affronta, infatti, un tema di stringente attualità: quel sentimento di diffusa incertezza, di incapacità di comprendere il mondo così come ci è sembrato di riuscire comprenderlo fino a qualche tempo fa. Quando il nostro sistema di interpretazione della vita poteva poggiare su riferimenti politici, religiosi e sociali solidi.

Oggi, con una società che da liquida si fa sempre più gassosa, in cui tutto è dematerializzato a partire dai rapporti interpersonali, ci troviamo in una situazione di smarrimento, in cui il mondo come lo conoscevamo non esiste più e, al tempo stesso, ci troviamo di fronte ad un futuro che forse è già arrivato, ma che non sappiamo riconoscere e, tanto meno, maneggiare con la stessa sicurezza di un tempo. Ecco, la mostra del Pecci, attraverso un itinerario espositivo che dal presente ci riporta alle nostre origini per poi farci tornare all’oggi, con la sua precarietà, i suoi contrasti e conflitti, offre al visitatore la possibilità di una visione a distanza di questa situazione. E lo fa lasciando da parte le grandi aspirazioni teoriche, ma proponendo un tema solido, sviluppato in modo che le opere possano parlare da sole e che ogni persona possa così essere in grado di vivere un’esperienza. E questo, per un Centro che si pone come mission quella di avvicinare la società all’arte e l’arte alla società mi sembra decisamente un grande risultato.

 

L’edificio di Maurice Nio: moderno e sostenibile

 

Se la mostra allestita per l’inaugurazione è già un primo segnale positivo di un cambio di rotta che speriamo sia contagioso, il Pecci di Prato è già un esempio dal punto di vista “architettonico”. L’edificio del museo, infatti, progettato dall’architetto di fama internazionale Maurice Nio, è un importante elemento di discontinuità rispetto ad esperienze analoghe tanto internazionali che italiane. Pur collocandosi nel filone dei musei progettati da Archi-star e in grado, grazie alla loro forza estetica che esce fuori dal comune, di divenire importanti poli di attrazione turistica, la struttura disegnata da Nio ha avuto costi estremamente ridotti rispetto a quelle create da Frank Gehri a Bilbao (166 milioni di euro) o a Roma da Zaha Hadid (110 milioni di euro): 14.4 milioni di euro di cui 7 finanziati dalla Regione Toscana e il resto dal Comune di Prato. Un esempio virtuoso a cui va aggiunto l’impegno di fare di questo Centro un luogo dove il contenitore non deve superare il contenuto. Il Pecci rinasce, infatti, per essere un centro in cui, sul modello del Wales Millennium Centre di Cardiff, la arti visive dialogheranno con il teatro, la musica, la danza e il cinema. Insomma non un luogo in cui la cultura si conserva e basta, ma in cui si coltivano le energie creative e si aggrega una comunità attorno ad una cultura da vivere e far vivere in prima persona. Il tutto con una visione nazionale ed internazionale. Speriamo che anche in questo, il rinato museo pratese possa fare scuola.

Nicola Maggi
Nicola Maggi
Giornalista professionista e storico della critica d'arte, Nicola Maggi (n. 1975) è l'ideatore e fondatore di Collezione da Tiffany. In passato ha collaborato con varie testate di settore per le quali si è occupato di mercato dell'arte e di economia della cultura.
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  1. Ho visto il preview sabato.Le opere molto già visto e molto fuori dal tema, una qualità discontinua. Ha colpito molto L’allestimento svalorizzante, che non mette in dialogo le opere e che di fatto risolve l’allestimento in un girotondo. Persino,Fontana, Duchamp e Boccioni sono in un angolo, senza dialogo né connessioni fra loro o col resto. Se aggiungiamo che l’alta velocità ha tagliato fuori Prato dall’asse Bologna – Firenze, che sia Bologna che Firenze hanno di meglio da offrire sul contemporaneo, che il Museo sorge in una zona periferica di cementificazione popolare per cui un visitatore deve andare appositamente, viene da chiedersi i motivi di tanto rumore per nulla, A me e ai colleghi presenti è parsa una buona occasione persa. Mi sembra azzardato affiancare l’edificio con quelli di Roma o Bilbao. Là è stata costruita bellezza qui una surreale “astronave”. Mi sembra chiaro che i budget siano molto diversi. Basta guardare i risultati.

    • Buongiorno, mi scuso per il ritardo con cui rispondo ma ieri ero a Trieste per lavoro e non ho potuto controllare i commenti ai post. Partendo dal presupposto che ognuno esprime il suo parere su quello che vede, sinceramente rimango dell’opinione che la mostra sia ben fatta. Le opere nel loro insieme trasmettono a pieno quel senso di destabilizzazione e di incertezza che è proprio della nostra epoca e il racconto mi è parso ben costruito: dalla prima sala che rappresenta a pieno il crollo di quei punti fermi che hanno guidato le generazioni precedenti nel loro cammino fino ad una sorta di ritorno alle origini, alle nostre radici e quindi il ritorno al nostro presente. E’ un racconto circolare e in questo cammino Fontana, Boccioni ecc. stanno lì a testimoniare le origini delle attuali ricerche contemporanee, così come i “reperti preistorici” testimoniano le nostre origini di homo sapiens. Mi è sembrato un racconto coerente che, come ho scritto e come ha sottolineato lo stesso Cavallucci, non ha grandi pretese teoriche ma solo quella di raccontare una situazione. E in questo credo che la mostra assolva a pieno al suo compito.
      Venendo al secondo punto, è indubbio che Prato si trovi oggi in una posizione svantaggiata seppur ben collegata a Firenze via autostrada (15 minuti al massimo). Non a caso il Comune ha chiesto un prolungamento della tranvia che dal centro di Firenze arriverà a breve all’aeroporto di Peretola e che vorrebbero far arrivare al Pecci. Si tratta di un elemento importante che influirà, e non poco, sulla riuscita del rilancio. Ma la sola richiesta mi sembra testimoni una certa consapevolezza della situazione. La zona in cui sorge, ormai dal quasi 30 anni, non è una zona di cementificazione popolare. Semmai una zona di uffici e logisticamente azzeccata vista la vicinanza con l’uscita di Prato Est. Il confronto con Roma e Bilbao era prettamente economico non architettonico: ma in Italia, dove si spende e spande senza cura, il caso del Pecci mi sembra una notizia positiva che non deve passare sotto silenzio. Sul concetto contemporaneo di bellezza poi potremmo discutere a lungo. Ma al di là di questo il progetto del Pecci si fonda anche sul tentativo, analogo a quello di Cardiff, di creare un luogo che oltre che museo e sede di esposizioni, sia anche un posto in cui tornare, in primis per coloro che vivono in Toscana. Mi piace ricordare che la biblioteca del centro è una delle più ricche d’Italia e che comprende anche tutto il fondo di Lara Vinca Masini: in questo se adeguatamente valorizzato potrebbe diventare un interessante polo attrattivo per chi oggi studia arte nel Centro-Italia. Insomma, forse tanto rumore per nulla, ma nessuno ha parlato di una sfida già vinta ma di una sfida che inizia. Ma da toscano e amante dell’arte e convinto sostenitore che l’arte non possa più permettersi di essere solo un giocattolo per pochi addetti ai lavori, mi sembra che la filosofia con cui si sta tentando il rilancio del Pecci sia corretta e che il progetto, nella sua articolazione funzionale, sia stato pensato bene. Poi ovviamente dovremo valutare come tutto ciò sarà portato avanti. La partenza però mi è sembrata buona e l’evento in sé importante in un Paese dove per la cultura e l’arte si fa sempre poco.

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