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Perugino e altri -preraffaelliti-. Breve storia di una lunga moda

del

Sebbene il nome che si diedero possa suggerire una certa reazionaria nostalgia per i tempi passati, i pittori del Pre-Raphaelites Brotherhood erano, piuttosto, mossi da uno spirito rivoluzionario.

Lo storico dell’architettura Nikolaus Pevsner li pone, assieme all’eclettico William Morris e al teorico John Ruskin, alla radice più profonda del Modernism che poi, nel Novecento, avrebbe stravolto il fare arte e architettura.

Dominarono la cosiddetta epoca vittoriana, durante la quale, a Parigi, nacque l’haute couture, che divenne fenomeno commerciale quando un inglese, William Perkin, brevettò un colorante per tessuti dall’inconfondibile tinta viola, il Perkin’s mauve, facendo un sacco di soldi e lanciando la prima vera moda vestiaria moderna.

Sotto il cielo nerofumo della città di Londra, la borghesia locale impazziva per le stoffe color malva, tonalità peculiare molto rappresentata anche nei dipinti dei Preraffaelliti.

Pittori alla moda all’epoca e di moda ancora oggi, se è vero che, nel 2022, Vogue ha usato l’espressione Cascading Pre-Raphaelite curls per descrivere la pettinatura eterea e sensuale à la Elizabeth Siddal – la musa di Dante Rossetti – adottata dalle VIPs presenti sulla pedana del Met Gala di New York.

Eterea e sensuale come la loro pittura, facile alla citazione letteraria e allo spiritualismo romantico, anticipatrice del Simbolismo e dell’Art Nouveau.

Forlì, in questi giorni, va in scena una grandissima mostra a loro dedicata, nella quale le loro opere dialogano con quelle dei pittori realmente precedenti Raffaello.

Se il richiamo alla pittura del Quattrocento era, infatti, usato come pretesto per andare contro l’arte ufficiale – idealmente identificata nel capostipite Sanzio -, il confronto con ciò che era stato prima dell’Urbinate non si basava, però, sul nulla.

Era, anzi, un interesse sincero che trovava un’eminente controparte nei musei londinesi, dove approdarono, in quegli anni, diverse opere italiane, e su tutte quelle di Pietro Perugino, il meglio maestro d’Italia come lo definì Agostino Chigi: un preraffaellita nel vero senso del termine, la cui opera visse, allora, un rinnovato successo pari a quello del migliore artista vivente.

I musei inglesi, all’epoca, rappresentarono una certa avanguardia nello studio delle tecniche artistiche e in particolare pittoriche, con interventi di restauro che diventavano occasione di ricerca.

Un caso emblematico è la Natività proveniente da Fontignano: un affresco staccato dalla parete di una piccola pieve appena fuori Perugia, diviso in tre parti e incollato su tre tele che, nel 1862 approdarono al South Kensington Museum di Londra, freschissimo di inaugurazione e che anni dopo avrebbe cambiato nome in Victoria and Albert.

John Ruskin definì il dipinto the finest thing of his I’ve ever seen out of Italy. Una benedizione, considerando l’autorità del benedicente.

Da allora, questa e altre opere del maestro di Perugia e di suoi coevi connazionali vennero copiate da artisti e da studenti, usate come metro di paragone nelle recensire le opere di Dante Gabriel Rossetti e Edward Burne-Jones e furono persino d’ispirazione per le evocative fotografie di una pioniera della tecnica come Julia Margaret Cameron, zia di Virginia Woolf.

In questi anni, come mai prima, il flusso di opere che dall’Italia salparono alla volta del Regno Unito, si trasformò da semplice collezionismo per pochi eletti a fenomeno commerciale per molti munifici.

Nacque una nuova figura, il mercante d’arte, il cui prototipo ancora oggi insuperato è Joseph Duveen, il quale agiva in sinergia con restauratori – spesso italiani -, il cui compito era di recuperare e rendere pezzo da collezione  qualunque opera potesse fruttare un introito economico.

Un po’ come, in altri tempi e mossi da altri ideali, fecero l’archeologo Winckelmann e lo scultore Cavaceppi a Roma.

L’interesse per il Quattrocento, tutt’altro che prettamente intellettuale, segnò profondamente il gusto della borghesia inglese. Nuovamente citando la moda, non sorprenderà sapere dell’affinità elettiva dei celebri cherubini apparsi nel 1981 sulle magliette Fiorucci.

Fu l’architetto Italo Lupi a recuperare i due leziosi angioletti da una cartolina natalizia risalente all’epoca vittoriana: sicuramente di maniera, ma senz’altro figli da un copiare e ricopiare cento volte qualche opera dei veri preraffaelliti. Corsi e ricorsi di una moda, nata in alto e scesa fino alle sfere più terra a terra del gusto pop.

Francesco Niboli
Francesco Niboli
Restauratore di dipinti antichi e contemporanei, ha intrapreso un percorso di approfondimento del design grafico e dell’arte del ‘900 italiano collaborando con Fondazione Cirulli di Bologna. Ha partecipato alla scrittura del libro "Milano, la città che disegna", catalogo del neonato Circuito lombardo Musei Design. Attualmente collabora come grafico con la casa editrice indipendente Sartoria Utopia.

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