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Pietro Barilla. L’uomo che credeva nella bellezza.

del

Tornando verso casa ripercorro quel chilometro di autostrada che costeggia lo stabilimento e ripenso a quel bozzetto intravisto in quello che sarebbe dovuto diventare l’ufficio di Pietro alla fine del ‘93 ma in cui lui non entrò mai.

Barilla aveva immaginato un’opera monumentale continua che accompagnasse chi, sfrecciando veloce in auto, verso nord o verso sud, potesse ‘sentire’ (più che guardare) la forza della bellezza.

Manzù prima e Arnaldo Pomodoro poi ipotizzano dei progetti che, tuttavia, non vedranno mai la luce, ma rimane nell’aria il messaggio di un’arte come segno della presenza sul territorio di una storia che nasce da molto lontano.

ARNALDO POMODORO
Progetto per stabilimento Barilla, Pedrignano, Parma, 1983-1984 
Disegno del Murale in movimento (progetto di un muro scolpito dedicato al lavoro e alla vita, da realizzarsi in cemento e bronzo, per una lunghezza di 300 metri).
Da: Arnaldo Pomodoro Catalogue Raisonnè online: https://www.arnaldopomodoro.it/catalogue_raisonne/artworks/project_studies/
Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro
ARNALDO POMODORO. Progetto per stabilimento Barilla, Pedrignano, Parma, 1983-1984 
Disegno del Murale in movimento (progetto di un muro scolpito dedicato al lavoro e alla vita, da realizzarsi in cemento e bronzo, per una lunghezza di 300 metri).
Da: Arnaldo Pomodoro Catalogue Raisonnè online.
Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro

Me la racconta un sabato mattina Giancarlo Gonizzi – cicerone d’eccezione e custode di cronache rare – passeggiando fra gli ampi giardini che circondano gli stabilimenti.

Una storia davvero ‘italiana’ (nel senso più romantico del termine) dove si intrecciano visione e passione, lungimiranza e determinazione di un uomo che credeva nella bellezza.

Le aziende non diventano ‘grandi’ accidentalmente. Vale lo stesso anche per le collezioni. E non è forse una coincidenza che in casa Barilla le due idee coincidano e siano faccia della stessa medaglia.

È il 1877 quando Pietro Barilla (senior) apre la sua bottega di panettiere in centro a Parma. I suoi figli sono Gualtiero e Riccardo che, in breve tempo trasformano il negozio in una vera e propria impresa (ancora oggi, nella ragione sociale dell’azienda rimane la loro memoria). Il primo, purtroppo, muore molto giovane, ma i figli di Riccardo – Pietro e Gianni – muoveranno i primi passi verso la realizzazione di quello che oggi è il pastificio più grande del mondo.

Pietro era sempre stato attratto dalla letteratura, dall’arte e dalla filosofia e sentiva che questo doveva essere il territorio sul quale edificare il suo mondo fatto di lavoro e impresa, nella convinzione che il bello dovesse essere un patrimonio condiviso e alla portata di tutti.

Verso la metà degli anni ’50 si reca a Basilea negli uffici della Ciba-Geigy. Nell’atrio lo sorprende un dipinto di Picasso.

Pochi anni dopo, Attilio Bertolucci gli parla del progetto di una rivista di arte e letteratura. All’epoca un accostamento del tutto inedito, ma sono determinati a mettere insieme le più importanti firme dei due campi: Pasolini, Bassani, Morlotti, Guttuso, e tanti altri. Scrittori e artisti sarebbero sempre stati in relazione, parole e immagini avrebbero dialogato sullo stesso piano. Pietro si innamora del progetto e decide di sostenere la rivista che si intitolerà Palatina.

Attraverso le pagine del periodico Pietro ‘scopre’ diversi artisti e spesso chiede di conoscerli di persona. È il caso di Giorgio Morandi. Bertolucci lo introduce così all’artista e visitano insieme il suo studio a Bologna, scoprendo quel mondo composto da 46 barattoli e bottiglie che si dispongono in composizioni sempre diverse in un motivo che si rimescola all’infinito, inesorabile come un Bolero senza crescendo.

Pietro torna a casa con il suo primo quadro. Ma è un paesaggio, una veduta dei Colli Bolognesi, opera unica in tutta la storia artistica di Morandi.

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1941. 
Courtesy Collezione Barilla
Giorgio Morandi, Paesaggio, 1941.
Courtesy Collezione Barilla

Da questa esperienza prende forma quello che sarà il suo personale modo di avvicinarsi all’arte: collezionare è incontrare.

Pietro non si ritiene un collezionista nel senso comune del termine; non è interessato al mero possesso dell’opera. Piuttosto è affascinato dall’incrocio con le grandi menti del suo tempo e ammaliato da quel sentimento di attrazione irreversibile verso la bellezza delle loro creazioni.

Quello dell’arte è un messaggio di cui si sente in dovere di rendere partecipe il suo mondo. E il suo mondo sono la sua azienda e tutte le persone che lavorano con lui. Cosicché gli uffici, i corridoi, le sale riunioni e ogni parete e spazio di Casa Barilla diventano il luogo dove condividere ciò che è bello per i sensi e per lo spirito e all’interno del quale divulgare i messaggi che sottintendono la creatività.

Condividere per Pietro Barilla è un dovere. E quindi il bello non è qualcosa da nascondere nei caveau o al limite fra le pareti domestiche e private della sua famiglia. La bellezza deve appartenere a tutti e essere per tutti, soffondendo la quotidianità del lavoro e permeando la vita intera.

E così il sentiero monumentale che percorriamo a ritroso fra gli stabilimenti e gli uffici è una storia di incontri eccezionali.

Barilla e Cascella si conoscono nel ’72. Nel suo lavoro Pietro vede il luogo dove la terra e il cielo si rivolgono l’uno verso l’altro.

Quando nel 1977 il pastificio Barilla compie 100 anni di attività, la Grace (a cui nel frattempo aveva ceduto la guida dell’azienda) non si preoccupa di celebrare questa importante ricorrenza. Ma una volta che nel luglio del 1979 Pietro riesce a riacquistare il controllo della società vuole festeggiare questo importante traguardo e commissiona a Cascella un’opera monumentale: il sole che splende sopra i campi di grano, le mani, la pressa raffigurano in modo simbolico il lavoro che si svolge in fabbrica. Un omaggio a tutti coloro che hanno lavorato nella Barilla ma anche un omaggio all’acqua, alla terra, al grano, al sole.

“Campi di Grano” è ‘un santuario del lavoro e della riconoscenza’ per non dimenticare le fatiche e i sudori di tre generazioni. Ma è un po’ anche la sintesi di un rapporto illuminato fra arte-impresa-collezionismo: un’opera per tutti, che si può toccare, che si può vivere e dalla quale si può trarre ispirazione leggendo i racconti che l’artista ha scavato nella pietra e ha reso, in qualche modo eterni.

Pedrignano (Parma) - Stabilimento Barilla e Scultura-Piazza Campi di Grano di Pietro Cascella
Pedrignano (Parma) – Stabilimento Barilla e Scultura-Piazza Campi di Grano di Pietro Cascella
Courtesy Collezione Barilla

Nel 1950 Pietro aveva compiuto anche un “viaggio di formazione” negli Stati Uniti per studiare le tecniche di marketing d’oltre oceano. Si persuade che la pubblicità televisiva potesse essere il modo per dimostrare al mondo come si fanno le cose in Casa Barilla e quindi diventare un mezzo trainante per far crescere l’azienda. L’idea è che per dimostrare che all’interno si fa un lavoro di qualità anche i caroselli devono essere di altissima qualità. Perché la qualità del messaggio rappresenti la qualità del prodotto.

Dal 1965 ai primi anni ’70 Mina è la principale testimonial dell’azienda. Per uno dei tanti caroselli che verranno girati, Valerio Zurlini per la scenografia sceglie Ceroli che intaglia nel legno il profilo della cantante (vedi video sul Canale Mina Mazzini Official).

Oggi la ferrovia arriva direttamente in azienda ma, all’inizio del ‘900 i cavalli avevano il compito di trasportare il grano che arrivava con i treni merci.

A Ceroli, quindi, il compito di ricordare quel momento con un grande cavallo di bronzo (fusione sul modello in legno) che diventa memoria storica e ricordo della generazione che guidò l’azienda all’inizio del XX secolo.

Mario Ceroli, Cavallo, 1984
Courtesy Collezione Barilla

Il cammino dentro e fuori dallo stabilimento è costantemente guidato dal racconto degli artisti: non c’è un vero e proprio filo conduttore, ma ciò che tiene insieme lo scorrere delle immagini sono le emozioni che raccontano l’urgenza di un uomo curioso e desideroso di riempire il mondo (o quanto meno il suo mondo) di cose belle e di lasciar raccontare alle opere che dentro quel ‘prodotto’ che mangiamo non c’è soltanto grano e lavoro, ma c’è anche molta poesia, c’è dentro anche dell’arte.

Ed è come se Pietro continuasse a lanciare ogni giorno questo messaggio.

Entrando in azienda si percepisce forte questo suo desiderio: lungo i muri dei corridoi, degli uffici, delle sale riunioni si scoprono con sorpresa, ad uno ad uno i grandi nomi del ‘900. Opere diverse tra di loro per stile, per dimensione per tecniche spesso presentate in antiche cornici scelte personalmente da Pietro nella convinzione che il messaggio dell’arte travalichi i secoli e linguaggi diversi siano in grado di creare un dialogo mai dissonante, piuttosto, sorprendente e originale che va al di là dell’aspetto “funzionale” ma che spesso diventa una dissonanza affascinante, inaspettata e riuscita.

L’ufficio di Pietro (oggi luogo di riunioni e incontri) è rimasto così come lui l’aveva voluto. Guido, Luca e Paolo l’hanno tenuto per conservare tutte quelle cose che Pietro amava di più e che oggi hanno un significato particolare.

Umberto Boccioni (1882-1916), Il romanzo di una cucitrice, 1908
Umberto Boccioni (1882-1916), Il romanzo di una cucitrice, 1908
Courtesy Collezione Barilla

Il grande “romanzo di una cucitrice” campeggia sulla prima parete che ci accoglie entrando. Pietro lo acquistò ad un’asta, contendendoselo con Giovanni Agnelli, con il quale, però, divenne poi grande amico.

Il romanzo che ha in mano la giovane modella da la luce a tutto il quadro, ma sembra che questa luce possa espandersi in tutta la stanza. Penso per un attimo che è la metafora perfetta di questa collezione aziendale: l’arte è la finestra che spalanca il mondo agli occhi di chi la vive, giorno per giorno. Ora di lavoro dopo ora di lavoro.

Tante altre sono le opere che bisognerebbe raccontare. Il Ritratto di Jaqueline di Picasso, il fumatore di Guttuso, il Falco biancone di Ligabue, le Variazioni sul tema di Fausto Melotti, solo per citarne alcuni fra le centinaia di artisti di un secolo che ha segnato un passaggio fondamentale fra la tradizione e la modernità.

Il nostro viaggio termina con una scultura di Giuliano Vangi che accoglie gli ospiti davanti all’ingresso principale degli uffici: un uomo e una donna che per mano corrono verso il domani, un’eco di quel testamento ideale che Pietro lascia a chi verrà dopo di lui, ma anche una direzione ben precisa per la sua azienda, un binario segnato, un orizzonte da tenere sempre negli occhi.

Pedrignano (Parma) - Ingresso Uffici Barilla con la scultura Il nodo di Giuliano Vangi
Courtesy Collezione Barilla
Pedrignano (Parma) – Ingresso Uffici Barilla con la scultura Il nodo di Giuliano Vangi
Courtesy Collezione Barilla

Oggi, il quartier Generale è ancora a Parma. Il grano arriva con il treno (non più con i cavali, ovviamente, ma neanche con i camion!) per far si che il trasporto abbia il minore impatto possibile dal punto di vista ambientale.
Anche la collezione è ancora qui, ed è parte integrante di quell’alleanza fra impresa e cultura – così sottovalutata dalla maggior parte degli imprenditori – che Pietro Barilla un giorno ha deciso di stipulare e che, con forza e visione è riuscito a trasmettere fino noi: fra i “Campi di Grano” di Cascella e il “Nodo” di Vangi si attraversa una grande storia fatta di bellezza, di sudore, di ricordi, di sogni e di tanto lavoro. Ma ogni grande storia contiene in sé una grande promessa. Quella di Pietro Barilla è contenuta nel rapporto fra una azienda e il suo territorio, fra un uomo e le persone che, con lui, hanno reso immortale, come le opere d’arte che li hanno ispirati, un’idea, un marchio, un prodotto.

Gino Fienga
Gino Fienga
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