Da qualche anno ho la fortuna sfacciata di prendere parte agli eventi di presentazione che anticipano le mostre di Palazzo Strozzi ed ogni volta il mio povero cuore figurativo si ritrova sottoposto a ripetuti shock esistenziali a causa di mostri sacri come Tracey Emin, Anselm Kiefer, Anish Kapoor e tanti altri. Questo weekend è stata la volta di una mostra davvero molto attesa (nessuna retorica sugli oltre cinque anni di lavoro) che ha acceso sul capoluogo toscano i riflettori della scena artistica internazionale: Rothko a Firenze.
Chi frequenta gli stessi miei luoghi molto incorniciati e scarsamente illuminati è solito fare raffronti azzardati tra mostre incomparabili, ma qui il parallelo con l’antologica di Parigi del 2023 è subito confutato poiché mentre la prima è paragonabile ad una sinfonia di un centinaio di strumenti, quest’ultima di Firenze è considerabile come un concerto da camera intimo e personalissimo (prendo in prestito dalla conferenza stampa questo paragone molto azzeccato). Ma musicisti a parte, il risultato finale mette d’accordo tutti: una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko.

A conferma della estrema delicatezza dell’approccio innovativo, il percorso espositivo si propone in senso “cronologico, tematico e cromatico”; ovvero attraversando la vita e le opere dell’artista statunitense soffermandosi sui periodi piuttosto che sulla globalità della produzione. Si inizia con tele rarissime dove i ritratti e le suggestioni surrealiste quasi non permettono di ricondurle al più noto Rothko, proseguendo poi nei dieci ambienti tematici e concludendo nella rievocazione concettuale della Rothko Chapel di Houston con i lavori su carta degli ultimi periodi.
Ma tra inizio e fine percorso, come nella vita di ognuno di ognuno di noi, in mezzo c’è tutto il resto.
C’è una vita di tentativi e rinunce, di slanci e cadute, di profondità e rigetto dei canoni, ma soprattutto c’è un inedito quanto riservato rapporto viscerale con la città di Firenze, vera e propria chiave di volta dell’esposizione a Palazzo Strozzi (e non solo).

Un nuovo Rothko emerge dai carteggi familiari e dalle istantanee su pellicola, restituendo al visitatore la veste inconsueta di un grande conoscitore del Rinascimento fiorentino a partire dai suoi viaggi del 1950 e del 1966 . La sua grande capacità di fare proprie le lezioni del passato, come la spinta del ritmo geometrico dello Scalone Laurenziano che lo convincerà a staccarsi dal concetto di figura, nel secondo soggiorno si sublimerà con l’esperienza ravvicinata dei cicli pittorici del Beato Angelico: qui la tensione spirituale (a tratti fisica) vissuta all’interno delle cellette del Convento di San Marco segnerà la svolta in termini di consapevolezza verso quel suo tipico slancio emotivo che lo consacrerà all’immortalità della grande Arte.
Forse è tutto qui il segreto, nella capacità di riuscire a riconoscere quello shock esistenziale che avviene dentro i nostri poveri cuori figurativi nel momento in cui viviamo l’esperienza di quella grande Arte, così immensa e impossibile da contenere. Non vorrei mai peccare di hybris, né tantomeno paragonarmi a lui, ma mi piace pensare che anche Rothko abbia provato quello strano sgomento davanti al Cristo deriso del Beato Angelico, trasformando per sempre la sua concezione di arte.

La meraviglia assoluta delle opere di Mark Rothko (che tra tutte quelle esposte, a detta di molti si materializza in Sala 8) è che non possono essere spiegate o descritte più di tanto poiché esistono esclusivamente all’interno del campo visivo individuale: la scelta delle dimensioni della tela non a caso è calcolata per comprendere totalmente il raggio della visione periferica. Con queste premesse il lavoro di Rothko rappresenta il momento di svolta nel quale si instaura, come in nessun altro artista prima di lui, un legame relazionale opera-visitatore.
Ma benché si possa correre il rischio di ricondurre tutto ad elementi paranormali come ultimamente succede (vedi influencer che piangono già dalla biglietteria),questa mostra mette in luce le vicende profondamente umane di un artista che è riuscito tra tante difficoltà a concretizzare le proprie idee lungo la strada della sperimentazione artistica.

Ancora una volta l’arte è emozione e istinto, ma è anche e soprattutto la stratificazione delle vite che ci hanno preceduto; negli anni ’60 a Firenze Markus Yakovlevich Rothkowitz ha capito che poteva essere uno di loro e da quel momento è diventato Mark Rothko.
Rothko a Firenze
a cura di Christopher Rothko e Elena Geuna
Firenze, Palazzo Strozzi
14 marzo -23 agosto 2026
*Il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana sono entrambi visitabili grazie ad una collaborazione tra istituzioni particolarmente riuscita che amplifica il tema della mostra per le vie della città.




