Gli addetti ai lavori della Biennale
I livelli apicali di disagio che si raggiungono a Venezia durante l’opening della Biennale sono difficilmente eguagliabili.
Perché diciamolo, quando quello che dovrebbe essere un place to be assume i contorni di un’esperienza grottesca, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che non si sta più vivendo un evento culturale ma una punizione medievale con accredito stampa.
Ottomila eventi al giorno.
Se ti va miracolosamente bene coi traghetti ne vedi due. Tre se rinunci del tutto alla dignità fisica.
I piedi piagati come quelli dei pellegrini del cammino di Santiago, con vesciche espiatorie sono il risultato della solita scelta del cazzo della calzatura. Arrivi con valigie piene di soluzioni mondane: stivaletti, slingback, mocassini, sandali concettuali (che tra l’altro trascini tipo sherpa per km di ponti) e l’unica cosa che avresti dovuto indossare sono le ciabattine che ti forniscono in hotel. Quelli dove andiamo noi è già tanto che siano dotati di saponettina al gesso e carta igienica ruvida a un velo.
La qualità di spritz e prosecchi è ormai scesa a livelli che definire offensivi sarebbe generoso. Le fiamme dell’inferno nell’esofago, coliti che ti piegano in due come il gobbo di Notre-Dame. Poi il clima sud tropicale che delizia le giornate, piogge monsoniche e un caldo talmente umido così feroce da far migrare le zanzare nel basso mantovano dove ritrovano un clima più umano.
Ma la vera sorpresa di questa Biennale è stata la quantità di addetti ai lavori. Ora. Durante il resto dell’anno chi frequenta mostre di arte contemporanea vede un’affluenza media paragonabile a quella del deserto rosso del Wyoming. Ma da dove sono usciti improvvisamente tutti questi addetti ai lavori? Orde. Migliaia. Addetti ai lavori ovunque. E pensa che ai tornelli di entrata chiedevano anche i documenti. Mah!
Addetti ai lavori in file interminabili con altri addetti ai lavori per entrare a vedere altri addetti ai lavori già intenti a postare stories in modo che l’ultimo in fila aveva già visto sul telefonino la biennale d’arte circa tre volte.
Addetti ai lavori vestiti come se dovessero entrare al Pacha di Ibiza o alla friend e family di Rick Owens. Addetti ai lavori che chiedevano se l’Arsenale fosse ai Giardini o i Giardini all’Arsenale. E poi gli uffici stampa, completamente impazziti, oramai sempre meno interessati alla stampa ma a soddisfare le presenze degli addetti ai lavori.
Come sopravvissuti ad un evento catastrofico stiamo ancora metabolizzando il trauma di questa settimana con sedute costosissime di Emdr.
Scusateci Venezia, scusateci Veneziani siamo solamente una specie in estinzione di addetti ai lavori che vi invade la città per pochi giorni ogni due anni.





