Nata a Firenze nel 1935 e protagonista della scena sperimentale americana, ha attraversato oltre sessant’anni di ricerca tra danza, arti visive e improvvisazione. In Italia il suo lavoro è stato sostenuto con convinzione dalla gallerista Raffaella Cortese, che continuerà a custodirne e promuoverne l’eredità.
«Trova l’energia della serietà al di fuori della serietà del momento». È una delle riflessioni affidate da Simone Forti alle pagine del suo New Book (2024), quasi un testamento poetico di una ricerca che per oltre sessant’anni ha ridefinito i confini tra danza, performance e arti visive. L’artista si è spenta a Los Angeles all’età di 91 anni, lasciando un’eredità fondamentale nella storia dell’arte contemporanea e della coreografia sperimentale.
Nata a Firenze il 25 marzo 1935 in una famiglia ebrea, Forti fu costretta a lasciare l’Italia nel 1938 dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste. Attraverso Svizzera e Francia raggiunse prima New York e poi Los Angeles, esperienza che avrebbe segnato profondamente il suo sguardo sul mondo. Dopo un breve periodo al Reed College, si trasferì a San Francisco, dove iniziò a studiare con Anna Halprin, figura decisiva nella formazione del suo approccio all’improvvisazione e al movimento.

Nel 1959 raggiunse New York insieme al marito di allora, l’artista Robert Morris, entrando rapidamente in contatto con la vivace scena d’avanguardia del downtown. Tra il 1960 e il 1961 presentò le celebri Dance Constructions nell’ambito della Chambers Street Loft Series organizzata da Yoko Ono: opere essenziali e radicali che avrebbero cambiato per sempre il modo di intendere la coreografia, aprendo la strada a una nuova relazione tra corpo, spazio e oggetto e contribuendo alla nascita di quella stagione artistica poi ricondotta all’universo Fluxus.
La sua ricerca non ha mai smesso di evolversi. Durante il soggiorno romano tra il 1968 e il 1969 nacquero gli Animal Studies, ispirati dalle frequenti visite allo zoo della capitale e da un processo di immedesimazione con il comportamento animale che sarebbe diventato uno dei nuclei più originali della sua poetica. Negli anni successivi Forti alternò l’attività artistica all’insegnamento, trasformando i workshop nel proprio laboratorio creativo e costruendo una rete di collaborazioni destinata a durare per decenni.
Dagli anni Novanta sviluppò la pratica della Logomotion, comprendente le News Animations, improvvisazioni nate dalla lettura dei titoli dei giornali e capaci di tradurre l’attualità in gesto e movimento. Nel 2016 tornò inoltre a condividere il palco con Yvonne Rainer e Steve Paxton in Tea for Three, una performance che celebrava una lunga amicizia e una comune storia di sperimentazione.

Il riconoscimento istituzionale è arrivato con importanti retrospettive internazionali, dal Museum der Moderne di Salisburgo al MOCA di Los Angeles, passando per la grande mostra del MoMA dedicata al Judson Dance Theater. Nel 2023 la Biennale Danza di Venezia le aveva conferito il Leone d’Oro alla carriera, consacrando definitivamente il suo ruolo di protagonista assoluta della ricerca performativa del Novecento.
In Italia, una delle figure che più hanno creduto nella sua opera è stata Raffaella Cortese. La gallerista milanese ha accompagnato negli anni il lavoro di Simone Forti attraverso mostre, partecipazioni fieristiche e numerosi progetti espositivi, contribuendo a far conoscere al pubblico italiano una pratica artistica tanto rigorosa quanto rivoluzionaria. Un rapporto costruito sulla stima reciproca e sulla convinzione che il linguaggio di Forti fosse destinato a parlare anche alle nuove generazioni. Sarà proprio la galleria, insieme al Simone Forti Art Trust, a continuare a custodire e diffondere una ricerca che ha insegnato come il corpo possa diventare uno dei più potenti strumenti di pensiero dell’arte contemporanea.




