Dal 13 luglio al 4 dicembre 2026, lo showroom Gaggenau DesignElementi Hub di Milano ospita il secondo capitolo di Punti di contatto – Restiamo in ascolto, la personale di Betty Salluce curata da Sabino Maria Frassà. Al centro della mostra Fil Rouge, un nuovo nucleo di opere che porta la riflessione dell’artista dall’esperienza dell’altro al rapporto tra corpo, paesaggio ed empatia.
C’è un filo che attraversa la nuova mostra di Betty Salluce a Milano e che, più che un elemento formale, diventa una vera chiave di lettura. È il filo rosso di Fil Rouge, il progetto che dal 13 luglio al 4 dicembre 2026 occupa gli spazi di Gaggenau DesignElementi Hub, in Corso Magenta 2, e che costituisce il secondo atto della mostra Punti di contatto – Restiamo in ascolto, promossa da Cramum e Gaggenau e curata da Sabino Maria Frassà.
La nuova esposizione non si limita a proseguire il percorso inaugurato con il primo capitolo della mostra. Lo sposta. Se inizialmente la ricerca di Salluce prendeva le mosse dalla celebre domanda del filosofo Thomas Nagel – “Com’è essere un pipistrello?” – per interrogarsi sull’impossibilità di conoscere fino in fondo l’esperienza di un altro individuo, con Fil Rouge il tema dell’empatia assume una dimensione più concreta e, allo stesso tempo, più ampia.
L’artista parte infatti dal corpo per arrivare al paesaggio.

La settima Mano di Betty Salluce
Il fulcro della mostra è la settima Mano, una nuova opera appartenente al ciclo che Betty Salluce porta avanti dal 2018 e che rappresenta uno dei nuclei più riconoscibili della sua ricerca.
Il dato numerico è significativo: in otto anni l’artista ha realizzato soltanto sette Mani. Non si tratta quindi di una serie prodotta secondo una logica semplicemente quantitativa, ma di opere che corrispondono a passaggi importanti della sua vita e della sua evoluzione artistica.
La novità, in questo caso, riguarda soprattutto il soggetto. Dopo aver lavorato sulle mani di persone sconosciute, spesso incontrate attraverso storie di immigrazione e di forte rilevanza sociale, Salluce sceglie di confrontarsi con la mano del proprio compagno.
È un passaggio apparentemente intimo, ma che nell’opera perde rapidamente la dimensione privata.
La mano conosciuta diventa infatti un’immagine universale dell’incontro: il corpo dell’altro non è più soltanto qualcosa da osservare o comprendere, ma uno spazio attraverso cui costruire una relazione. Ed è proprio qui che Fil Rouge trova uno dei suoi punti più interessanti: conoscere l’altro non significa appropriarsi della sua esperienza, ma accettare che una parte di essa rimanga necessariamente sconosciuta.
In questa prospettiva, l’empatia non è identificazione assoluta. È piuttosto una forma di avvicinamento che conserva una distanza.

Dal corpo ai calanchi della Basilicata
Il filo rosso che dà il titolo alla mostra rende visibile questo passaggio. Segue le linee della mano come una sorta di mappa anatomica e, progressivamente, si sposta verso il paesaggio dei calanchi della Basilicata.
È qui che il progetto di Betty Salluce acquista una dimensione ulteriore. Corpo e territorio vengono messi in relazione come due geografie attraversate dalla stessa energia: le linee della pelle possono diventare incisioni della terra, vene, radici, corsi d’acqua.
Il rosso, dunque, non viene utilizzato soltanto come colore, ma come segno di continuità e connessione.
La scelta è interessante soprattutto perché evita una lettura troppo letterale del rapporto tra corpo e paesaggio. Il filo non rappresenta una fusione: non cancella le differenze tra individuo e ambiente, né tra una persona e un’altra. Al contrario, le mantiene.
È proprio questa distanza a permettere il riconoscimento.
In Fil Rouge, quindi, il paesaggio non appare come semplice scenario della vicenda umana. Diventa parte della stessa riflessione sull’esistenza e sulla relazione. Il filo che attraversa una mano può così attraversare anche la terra, trasformando un’esperienza individuale in qualcosa di condivisibile.

Arte e design: un dialogo che parte dallo spazio
La mostra nasce inoltre all’interno di un contesto particolare: quello dello showroom Gaggenau di Milano. Una scelta che potrebbe sembrare, a prima vista, distante dalla ricerca di un’artista contemporanea, ma che in questo progetto assume una funzione precisa.
Il dialogo tra l’arte di Betty Salluce e il design Gaggenau si sviluppa infatti attorno a un’idea comune di prossimità.
Le nuove interfacce Expressive e Minimalistic del brand sono state tra gli elementi che hanno ispirato il progetto fin dal suo avvio. Il tema non è tanto quello della tecnologia come spettacolo, quanto quello di un’interazione capace di accogliere la presenza dell’utente senza imporsi.
È un principio che ritorna nella mostra: avvicinarsi all’altro senza invaderne lo spazio.
Ed è forse questo uno degli aspetti più riusciti di Fil Rouge: il rapporto tra arte e design non viene costruito attraverso una semplice associazione estetica. Entrambi vengono ricondotti a una questione più ampia, quella dell’abitare. Abitare uno spazio, entrare in relazione con un oggetto, con una persona o con un paesaggio significa infatti stabilire una distanza e imparare a gestirla.

Fil Rouge, un invito all’ascolto
Il titolo complessivo della mostra, Punti di contatto – Restiamo in ascolto, suggerisce già una possibile interpretazione. Il contatto non coincide necessariamente con la vicinanza fisica. Può essere un gesto, una traccia, una linea, una memoria.
In Fil Rouge quella linea diventa il dispositivo attraverso cui Salluce collega dimensione privata e dimensione universale. La mano del compagno parte da una relazione personale, ma nell’opera diventa il simbolo di un’esperienza comune: il modo in cui tutti entriamo in contatto con gli altri, pur senza poterli conoscere completamente.
È un tema particolarmente attuale in un momento in cui la parola “empatia” rischia spesso di essere utilizzata in modo generico. La mostra di Salluce le restituisce invece una componente di complessità: essere empatici non significa pensare di sapere cosa prova l’altro, ma riconoscere il limite della propria conoscenza e scegliere comunque di ascoltare.
Dal corpo al paesaggio, dalla mano alla terra, Fil Rouge costruisce così una traiettoria coerente. E lo fa mettendo in dialogo arte contemporanea e design in un luogo non convenzionale per una mostra, ma particolarmente adatto a una riflessione sul rapporto tra persone, oggetti e spazio.
Informazioni sulla mostra
Betty Salluce – Fil Rouge
A cura di Sabino Maria Frassà
Promossa da Cramum e Gaggenau
13 luglio – 4 dicembre 2026
Gaggenau DesignElementi Hub
Corso Magenta 2, cortile interno, citofono 33 – Milano




