Centro Pecci 2026, l’arte passa di mano in mano

del

Da Prato alle nuove geografie del contemporaneo, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci presenta una stagione costruita sulla trasmissione di idee, materiali e linguaggi

C’è un’idea di passaggio al centro della programmazione 2026 del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Si chiama “Passaggi: di mano in mano” e raccoglie in una formula semplice una delle vocazioni più interessanti dell’istituzione toscana: quella di essere non soltanto un luogo espositivo, ma uno spazio nel quale opere, idee, persone, generazioni e saperi entrano continuamente in relazione.

Dopo “La Toscana al Centro” nel 2024 e “Costruire Comunità” nel 2025, il nuovo tema prende spunto da La grande mano di Adelaide Cioni, collocata all’ingresso del museo. Una mano che accoglie, saluta e invita a entrare, ma che richiama anche la storia manifatturiera di Prato, città nella quale il rapporto tra materia, lavoro, produzione e trasformazione è parte integrante dell’identità locale. In un presente sempre più dominato dall’immateriale e dal digitale, il Pecci sceglie così di rimettere al centro anche la dimensione fisica e sensibile dell’esperienza.

Il concetto di “passaggio” attraversa infatti l’intera stagione: dagli oggetti riutilizzati alle donazioni, dalla trasmissione delle conoscenze tra generazioni al rapporto tra arte e manifattura. Ed è significativo che proprio una grande donazione privata, quella di Carlo Palli, apra a fine maggio il principale capitolo espositivo dell’anno.

“Rotte. Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli”, a cura di Stefano Pezzato, presenta una selezione delle centinaia di opere che Palli ha donato al Centro nel 2025, dopo quella già effettuata nel 2006. Il percorso racconta le “rotte” di un collezionista particolarmente attento alle pratiche di rottura e alle esperienze controcorrente: dal Gruppo 70 a Fluxus, dal Nouveau Réalisme alle ricerche concettuali e processuali, fino alla centralità dell’immaginario femminile nelle neoavanguardie. Una donazione che diventa dunque non soltanto acquisizione patrimoniale, ma nuova materia per la storia del museo e della città.

Lorenza Longhi. Shot Point 1, 2023
inchiostro serigrafico su tessuto, pannello di legno, alluminio, viti. 180 × 130 × 2,5 cm
Courtesy l’artista e Oskar Weiss, Zurigo

Accanto a Palli, il Pecci recupera una figura meno frequentata dalla storia della fotografia italiana con “Verita Monselles. Carnale”, a cura di Alessandra Acocella, Michele Bertolino e Monica Gallai. La mostra, realizzata in collaborazione con l’Archivio Fotografico Toscano del Comune di Prato, ripercorre il lavoro di una fotografa che ha attraversato moda, teatro e arte tra gli anni Settanta e Novanta. Il corpo femminile diventa per Monselles uno strumento di riappropriazione della soggettività, lontano dagli stereotipi della donna-oggetto. Un linguaggio ora barocco, ora pop, ora sofisticato e sensuale, nel quale fotografia, teatro e cultura pubblicitaria si incontrano.

A settembre sarà la volta di Lorenza Longhi, con Villa Delizia, prima personale dell’artista in un’istituzione pubblica italiana. Longhi guarda agli oggetti quotidiani, al design, alla moda e ai meccanismi attraverso cui il desiderio viene costruito e indirizzato. Materiali di recupero, tecniche fai-da-te, imperfezioni e fallimenti diventano strumenti per mettere in discussione la retorica dell’efficienza e i codici del gusto. Per il Pecci realizzerà dieci grandi tele in tessuti naturali e sintetici, in collaborazione con le manifatture locali.

L’autunno porterà quindi due personali internazionali. Alex Ayed, artista franco-tunisino nato a Strasburgo nel 1989, presenterà la sua prima mostra in un’istituzione italiana, con opere realizzate appositamente per gli spazi del Pecci e nate anche dall’esperienza di una navigazione solitaria dalla Svezia a Tunisi attraverso il Mediterraneo. Materiali organici e di recupero, artigianato, lusso e tradizioni produttive diventano gli elementi di una riflessione sul rapporto tra passato e presente.

Con “Cadabra”, infine, Karen Kilimnik porta a Prato una ricerca che attraversa pittura, fotografia, scrittura e assemblage, mescolando storia dell’arte, moda, letteratura e cultura popolare. La magia, intesa come dispositivo capace di trasformare la realtà e mettere in crisi il confine tra autenticità e finzione, è il filo conduttore di una mostra che attraversa il lavoro dell’artista dagli anni Ottanta alle produzioni più recenti.

Karen Kilimnik. The Joker Episode of the Avengers, 1991
materiali vari, dimensioni variabili
Courtesy l’artista e Sprüth Magers

Ma il programma non si esaurisce nelle mostre. Proseguono Centro Pecci Night, Pecci School, Pecci Cinema e i progetti di Arte e Benessere, insieme alle attività per scuole, famiglie e adulti. Nel 2026 torneranno inoltre la biblioteca e il teatro esterno, rafforzando la vocazione del museo come spazio pubblico.

È forse proprio qui che il Pecci continua a distinguersi nel panorama dell’arte contemporanea italiana: nella capacità di tenere insieme ricerca curatoriale, produzione culturale, territorio e apertura internazionale. Un museo nato a Prato, ma che da Prato continua a interrogare il presente. E che, avvicinandosi ai quarant’anni dalla sua nascita, sceglie di farlo ancora una volta attraverso un gesto elementare: passare qualcosa di mano in mano.

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