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Cacciatori d’arte. I mercanti di ieri e di oggi

del

Nel lessico del collezionismo la parola “mercante” è sempre stata ambigua: figura necessaria e, insieme, potenzialmente perturbante. È il tramite che rende visibile un’opera, la mette in circolo, costruisce contesti e occasioni; ma è anche l’agente che può accelerare (o deformare) desideri, prezzi e reputazioni. Cacciatori d’arte. I mercanti di ieri e di oggi di Yann Kerlau (Johan & Levi) parte proprio da questa zona di frizione – tra passione e strategia, intuito e opportunismo, cultura e finanza – e la attraversa con un taglio che unisce divulgazione colta e piacevole ritmo narrativo.

Il libro si legge come una galleria di ritratti: otto capitoli, ognuno dedicato a un protagonista che ha incarnato un modo specifico di “fare mercato” e, di conseguenza, di modellare il gusto. Kerlau apre con un monito contemporaneo – la caduta di Knoedler, travolta dallo scandalo dei falsi – per ricordare che la professione del mercante può degenerare rapidamente in speculazione o mistificazione quando la macchina della credibilità (provenienze, expertise, fiducia istituzionale) viene forzata. È un avvio intelligente, perché pone il lettore-collezionista davanti al punto cruciale: nel mercato dell’arte non si compra solo un’opera, ma un intero sistema di garanzie.

Da qui il passo è lungo ma lineare: dall’Ottocento ai nostri giorni, Kerlau fa sfilare figure diverse per temperamento e per epoca ma accomunate da un talento decisivo: intuire prima degli altri dove si sta spostando la storia dell’arte e trovare il modo di trasformare quell’intuizione in un modello di distribuzione e di desiderio. Il primo ritratto, quello di Théodore Duret, ha il sapore del “collezionismo militante” ante litteram: il sostenitore che non si limita a comprare ma divulga, difende, crea un’atmosfera attorno a una nuova pittura. Con Paul Durand-Ruel entriamo invece nel cuore del mercante moderno: l’uomo che scommette sugli impressionisti, inventa una rete, “apre” mercati, gestisce liquidità e rischio e capisce che il prezzo non è soltanto un numero ma un racconto collettivo che va costruito nel tempo.

Il capitolo su Ambroise Vollard è forse il più gustoso per chi ama la dimensione quasi romanzesca delle origini del sistema parigino: botteghe, incontri, amicizie, rivalità e soprattutto la capacità di muoversi tra artisti e clienti con un misto di opacità e genio commerciale. Daniel-Henry Kahnweiler, “Giano e i suoi volti”, segna un cambio di registro: con lui il mercante diventa un vero architetto di movimenti, un negoziatore di esclusività e un teorico pratico della modernità, capace di tenere insieme estetica, contratti, politica culturale. È un passaggio fondamentale, perché mostra come le avanguardie non si affermino mai “da sole” ma necessitino anch’esse di “sistema”.

Quando arriva Peggy Guggenheim, il libro si illumina di un’altra variabile spesso decisiva per i collezionisti: la personalità come forma di capitale. Venezia, il palazzo, le relazioni, i consigli “d’eccellenza”, la capacità di trasformare una collezione in un dispositivo di visibilità pubblica: qui Kerlau racconta come la costruzione di una raccolta possa diventare una postura culturale, un modo di stare nel mondo. E, soprattutto, come il collezionismo, per essere davvero incisivo, debba saper alternare leggerezza e rigore: frequentazione e studio, impulso e metodo.

Gli ultimi due capitoli – Charles Saatchi e Larry Gagosian – portano il lettore nell’ecosistema contemporaneo, dove il confine tra arte, branding e finanza si fa più sottile che mai. Saatchi incarna la potenza del comunicatore: l’artista come “marchio”, la scena come prodotto culturale asoggetto alle leggi del marketing. Gagosian è il professionista totale del mercato globale: un occhio al sistema bancario e l’altro alle case d’asta, una logistica internazionale che trasforma l’arte in un flusso continuo, capace di creare rarità anche quando la rarità è, in parte, un effetto di regia. Qui il libro diventa particolarmente utile, perché non indulge in moralismi facili: suggerisce piuttosto che la domanda più interessante, oggi, non è “mi piace o non mi piace”, ma “che cosa sto comprando insieme all’opera?” (posizionamento, liquidità potenziale, narrazione, circuito di legittimazione).

Per i lettori di Collezione da Tiffany, il valore di Cacciatori d’arte non è solo  un testo storico ma uno strumento di metodo che si declina in almeno quattro momenti:

  1. Capire come si forma il valore
    Kerlau mostra che il prezzo non nasce nel vuoto: si forma tra mostre, testi critici, reti di gallerie, collezioni “giuste”, musei, aste. Conoscere i meccanismi non significa diventare cinici: significa evitare di essere ingenui.
  2. Allenare lo sguardo sulla reputazione (e sulla sua fragilità)
    L’apertura su Knoedler ricorda che anche le istituzioni più solide possono incrinarsi. Per un collezionista questo si traduce in una regola semplice: la reputazione è importante, ma non sostituisce mai la verifica (provenienza, bibliografia, condition report, expertise).
  3. Leggere i profili dei mediatori
    Ogni capitolo è una lezione su un tipo di interlocutore: l’ideologo, il rischiatore, il networker, l’invisibile, il teorico-contrattualista, la collezionista-mecenate, il pubblicitario, il dealer globale. In controluce, il collezionista capisce quale “gioco” sta giocando chi ha di fronte.
  4. Mettere a fuoco la propria identità di collezione
    Il libro suggerisce (senza mai predicarlo) che collezionare non è accumulare: è scegliere un’angolazione sul mondo. Conoscere le genealogie del mercato aiuta a non farsi trascinare soltanto dall’onda del momento, e a costruire un percorso riconoscibile.

Il tono di Kerlau è scorrevole, elegante, spesso ironico, con quel passo da saggio narrativo che rende accessibili anche passaggi complessi (debito, rischio, strategie di vendita, dinamiche di legittimazione). Non è un manuale tecnico – e non vuole esserlo – ma un libro che fa una cosa più preziosa: dà contesto. Per un collezionista, il contesto è protezione e potere decisionale.

Se si cerca una critica, è semmai questa: chi desidera dati, grafici, serie di prezzi o analisi quantitative dovrà affiancare altre letture. Ma come “mappa mentale” dei protagonisti e delle logiche che hanno costruito il mercato – ieri come oggi – Cacciatori d’arte centra l’obiettivo.

Un libro consigliato a chi colleziona (o vorrebbe iniziare) perché insegna a riconoscere i meccanismi dietro le quinte senza togliere fascino all’oggetto del desiderio. 

Giuseppe Simone Modeo
Giuseppe Simone Modeo
Giovane Collezionista, Giuseppe Simone Modeo è laureato in Economia con una tesi sul legame tra Marketing ed Estetica. Per Collezione da Tiffany si occupa, principalmente, del rapporto tra economia e creatività, intervistando personaggi del mondo dell'arte.

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