“Si può recensire un tramonto?” si chiedeva lo scrittore Emanuele Trevi in un suo testo, molto originale, qualche anno fa. È una domanda che mi torna in mente, specie quando viaggio, e mi chiedo: si può recensire una città? Si può racchiudere in poche righe la Storia, la Cultura, l’Atmosfera e tutto quello che si è stratificato nel tempo? Napoli, ad esempio, ha appena compiuto 2.500 anni ma chi potrebbe pensare di parlarne, o scriverne, senza il rischio di risultare incompleto e superficiale? Le città sono tutte sfuggenti, Napoli è davvero imprendibile.
Questa sensazione l’ho avuta, netta, mentre visitavo SuperOtium, un progetto napoletano che da qualche anno fa convivere un boutique hotel con un programma di residenze per artisti. SuperOtium si trova alle spalle del Museo archeologico, vicino il rione Sanità, a quasi un chilometro dal Museo Madre e dalla libreria Dispaccio. Si arriva in Via Santa Teresa Degli Scalzi, si entra in un palazzo ottocentesco, dove sono stati ricavati vari appartamenti, e poi una volta saliti al secondo piano ci si affaccia e Napoli è lì, che scorre sotto di te. Incurante dei tuoi pensieri e dei tuoi immancabili giudizi. È difficile fare altrettanto, è complicato non pensare alle vie del Duomo vicine, ai quartieri spagnoli, a Via Dante a Via Toledo e a tutto il negotium partenopeo. Ma grazie all’intuizione dei fondatori, Nicola Ciancio e Vincenzo Falcione, la visita a Napoli si fa non solo ozio, ma addirittura super oziosa.
Nelle stanze, infatti, si rallenta e si incontrano le opere d’arte degli artisti che sono stati invitati in residenza e che con le loro pratiche hanno condiviso la loro visione su Napoli. La città è percepita non con i suoi stereotipi, ma come una sequenza di soglie: tra interno ed esterno, privato e pubblico, ascolto e dialogo. Le opere sono anche nei corridoi, nell’ingresso, nella sala delle colazioni e nella hall delle letture. Artisti e opere incontrano gli ospiti, che a loro volta si incontrano tra loro. SuperOtium, infatti, nasce “come conseguenza naturale di un progetto fondato sull’incontro: un luogo di ospitalità dove l’arte contemporanea entra nella vita quotidiana e dove il passaggio di artisti, curatori, viaggiatori e comunità locale lascia, nel tempo, delle tracce” mi ha scritto Nicola Ciancio.

Non tutte le opere prodotte dagli artisti in residenza rimangono in collezione, la raccolta permanente di SuperOtium infatti“non nasce da un impulso di accumulo, né da un’idea tradizionale di collezionismo”. L’idea iniziale, nel 2017, era di dare vita ad una collezione temporanea, con opere lasciate dagli artisti come fossero impronte, come è stato effettivamente per “Memini” di Gianluca Panareo, donata al termine della sua residenza come traccia del suo passaggio e parte di una sua ricerca sulla città. In seguito, questo approccio si è trasformato in una pratica più strutturata di produzione e acquisizione. Un passaggio che è coinciso con l’arrivo dell’opera Amor Vacui di Martina Merlini (primo lavoro prodotto direttamente da SuperOtium) e poi con l’ingresso più recente di Blue Gates di Selma Gültoprak (2025), un’opera che riflette sul rapporto tra immagine e invisibilità, tra tecnologia e memoria. Oggi la collezione si articola attraverso linguaggi diversi, fotografie e polittici, sculture e installazioni, oggetti concettuali e forme ibride sospese tra materia e immagine, e comprende anche Slot di Selma Gültoprak, Grid di Martina Merlini, Le Città Invisibili, Pompei di Serena Fineschi. Più che un insieme chiuso di opere la collezione vuole essere un organismo in divenire, un’unica traccia condivisa, una collezione che è memoria di presenze, un archivio vivente.

Tra le tante iniziative che animano il SuperOtium c’è Look Closer – 7 opere in camera da letto, una mostra temporanea con artisti scelti di anno in anno da galleristi, collezionisti e storici dell’arte che per l’occasione diventano curatori ufficiali di SuperOtium e propongono, ciascuno secondo la propria sensibilità, opere e artisti che provano a misurarsi con l’identità complessa di Napoli. Tra gli artisti coinvolti ricordo Dario Biancullo, Andrea Bolognino, De Angelis aka 8ki, Luca Gioacchino Di Bernarod, Martina Di Gennario, Erk14, Mariapia Pellegrino, kobramulata, Libero De Cunzo, Adriano Tenore, Chiara Arturo, Ciro Battiloro, Nives Widauer e Teresa Gargiulo.
La proposta delle opere, scaturita dal dialogo tra curatori e artisti, coinvolge anche i visitatori e suggerisce a loro nuove visioni e prospettive diverse, proprio come dovrebbe essere per Napoli e ogni altra città. In questa e altre attività lo spirito del SuperOtium resta vivo e fecondo, sia per la comunità che ruota attorno al progetto, che per chi decide di sceglierlo per alloggiare a Napoli. E ora, prima di andare a curiosare sul loro sito o di andare a leggere i loro cataloghi, ecco cosa ci hanno detto i fondatori Nicola e Vincenzo.
SD: A SuperOtium i visitatori di Napoli possono fare colazione, rilassarsi e dormire con opere d’arte. È questo il senso di un progetto così unico?
SO: Sì, il senso di SuperOtium è proprio questo: far entrare l’arte contemporanea nella vita quotidiana, senza la soglia spesso intimidatoria del museo o della galleria. Fare colazione accanto a un’opera, attraversarla distrattamente tornando in camera, dormirci vicino: sono gesti semplici, ma cambiano la percezione. L’arte non è più “da guardare”, diventa una presenza, una compagnia e una domanda silenziosa.
SD: Umberto Eco ha scritto “la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. Cosa potrebbe sorprendere della vostra collezione?
SO: Ci auguriamo sempre di sorprendere ma non con l’effetto spettacolare. Piuttosto con quel tipo di sorpresa di cui parla Eco: scoprire qualcosa che non si sapeva di cercare. A SuperOtium un visitatore può essere spiazzato dal fatto che le opere non sono lì per essere consumate velocemente, fotografate e archiviate. Sono lavori nati da un tempo condiviso, da una residenza, da una relazione con Napoli. La collezione, sia temporanea che permanente, non racconta un gusto, ma un incontro.

SD: “Gli oggetti sono sempre stati trasportati, venduti, scambiati, rubati, recuperati e perduti. Le persone hanno sempre fatto regali. Quello che conta è come racconti la loro storia” si legge nel romanzo “Un eredità di avorio e ambra”. Che storia vorreste raccontare legata ad una vostra opera d’arte?
SO: Una storia che ci è cara è quella di Amor Vacui di Martina Merlini. L’opera nasce da una mappatura collettiva: persone diverse hanno indicato luoghi di Napoli che per loro rappresentavano un vuoto, un’assenza, una memoria non detta. Martina ha trasformato quei punti in un pellegrinaggio laico e poi in forme scultoree. È un lavoro che racconta come un’opera possa essere non solo un oggetto, ma il risultato di una comunità temporanea.
SD: “Ogni immagine più che del soggetto ci parla dello sguardo dell’autore” scrivono Gayford e Hockney. Una collezione ci parla molto anche del collezionista: la vostra cosa dice?
SO: La nostra collezione dice prima di tutto che SuperOtium non è una realtà nata con l’intenzione di “collezionare”, ma con l’intenzione di creare un contesto. Siamo uno spazio di ospitalità, un hotel, ma anche un luogo che prova a stimolare connessioni tra chi arriva da fuori e la comunità creativa locale: artisti, curatori, ricercatori, viaggiatori. Nel tempo ci siamo accorti che queste relazioni lasciavano tracce: opere prodotte, lavori donati, gesti di restituzione. La collezione permanente nasce così, non come accumulo, ma come memoria concreta di un percorso condiviso. Dice che per noi l’arte è un modo di osservare il reale e di abitare Napoli in maniera più lenta e più attenta. E che il collezionismo, oggi, può essere anche un atto di cura e continuità, non solo di possesso.
SD: Thomas Bernhard in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo, quando leggo un libro ho comunque la sensazione e la convinzione che il libro sia stato scritto solamente per me, se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”. Avete mai provato la stessa cosa davanti ad un’opera, che fosse “solo per voi”?
SO: Sì, ma non nel senso romantico dell’esclusività. Piuttosto nel senso relazionale: alcune opere sembrano nate esattamente da un incontro preciso, da un tempo e un luogo irripetibili. Quando un artista lavora in residenza, l’opera non arriva dall’esterno come un oggetto già compiuto: cresce dentro una rete di conversazioni, passeggiate, scambi, osservazioni della città. In quel senso si crea qualcosa che non potrebbe esistere altrove. Non è “solo per noi”, ma è “con noi”.
SD: Alan Bennett in ‘I quadri che mi piacciono’ confessa: “Il mio criterio di giudizio è piuttosto superficiale, e mi riesce difficile separarlo dall’idea di possesso. Così so che è un quadro mi piace solo quando ho la tentazione di portarmelo via nascosto sotto l’impermeabile”. Concordate?
SO: Capisco molto bene quella tentazione: l’arte crea attaccamento, e a volte anche un impulso quasi infantile a volerla trattenere. Sapere che un’opera può restare con noi “ad libitum” è una forma di conforto. Ma la nostra idea di collezionismo si lega ad un approccio al collezionismo più contemporaneo: non riguarda tanto l’appropriazione quanto la condivisione. Per noi le opere hanno senso se generano esperienza, se continuano a vivere nello sguardo di chi passa, se diventano occasione di incontro estetico. SuperOtium non è una cassaforte: è un luogo abitato. E le opere, per quanto permanenti, restano sempre parte di una relazione aperta.

SD: Pierre Le-Tan, parlando dei collezionisti che aveva incontrato, come a voler dare un consiglio, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Senti di condividere questo consiglio?
SO: Sì, perché ciò che è estraneo alle mode spesso è ciò che resiste nel tempo. Per noi significa seguire pratiche sincere, non inseguire il consenso immediato. Questo vale anche per il progetto di interni e di ospitalità: SuperOtium non nasce per essere “trendy”, ma per essere site-sensitive, profondamente legato al contesto. Già con residenze come quella degli Hypereden, il collettivo di architetti e designer che ha realizzato il progetto di design di interni di SuperOtium, ci interessava creare un ambiente che dialogasse con Napoli e con chi la attraversa, più che replicare un’estetica riconoscibile del momento. Lontano dalla moda non vuol dire fuori dal presente: vuol dire stare nel presente in modo personale.
SD: Maurizio Cattelan in un’intervista ha paragonato le sue opere a degli orfani in cerca di una nuova famiglia. Vi piace pensarvi nei panni di un genitore adottivo per un’opera d’arte e forse anche per una o un artista?
SO: In parte sì, anche se preferiamo l’immagine della cura più che quella della proprietà. Un’opera entra a SuperOtium come in una casa: trova uno spazio, una quotidianità, una compagnia. E lo stesso vale per gli artisti: più che adottare, cerchiamo di creare un contesto in cui possano lavorare, rischiare, lasciare una traccia.
SD: Ci dite un motivo che sentite particolarmente vostro per acquistare arte?
SO: Per noi acquistare o produrre un’opera significa continuare una relazione. È un modo per dire: questo incontro non finisce con la residenza, questa esperienza lascia qualcosa che resta, che può essere condiviso con chi verrà dopo. Non compriamo per completare una serie o costruire un “patrimonio”, ma per dare continuità a un dialogo.
SD: Quando scegliete un’opera seguite più l’orecchio e i “cosa si dice” sull’artista o il cuore e cosa vi dice?
SO: L’orecchio aiuta a orientarsi, ma il cuore è decisivo. Cerchiamo artisti che sappiano entrare in ascolto del luogo, che non impongano un discorso ma aprano una possibilità. Il cuore ci dice quando un lavoro può davvero abitare SuperOtium.

SD: Gertrude Stein diceva agli amici che per fare una collezione è sufficiente risparmiare sul proprio guardaroba. A cosa avete rinunciato per un’opera d’arte?
SO: Più che a un oggetto materiale, rinunciamo a una certa idea di comfort. Produrre un’opera significa investire tempo, energie, cura, risorse che potrebbero andare altrove. È una scelta di priorità: investire in un progetto culturale come parte integrante dell’ospitalità.
SD: Un collezionista può essere paragonato ad un giardiniere che cura il suo giardino, ad un editore che sceglie i libri del suo catalogo, ad una famiglia che adotta, ad un custode che mette al riparo: a cosa vi paragonereste come collezionisti e promotori?
SO: Forse più che mecenati ci sentiamo degli operatori dell’ospitalità che fanno spazio. SuperOtium vive di turismo, di accoglienza, e sceglie di reinvestire parte di ciò che genera in un progetto culturale. Ci paragoneremmo a chi tiene aperta una porta: non per accumulare, ma per permettere alle cose di accadere. Un hotel può essere anche questo: un’infrastruttura per incontri, non solo per pernottamenti.
SD: Mark Rothko ha scritto “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Le opere d’arte fanno compagnia?
SO: Sì, una collezione fa compagnia se è viva. Le opere cambiano con chi le guarda, con chi le attraversa, con chi ci dorme accanto. A SuperOtium la compagnia è reciproca: noi abitiamo le opere e le opere abitano noi.

SD: Avete un libro da consigliare a chi si avvicina al collezionismo?
SO: Più che un libro solo, diremmo che la cosa fondamentale è allenare uno sguardo. Ascoltare, osservare, entrare in dialogo con ciò che ci circonda: opere, oggetti, spazi, persone. Il collezionismo, prima di essere un acquisto, è una forma di attenzione.
SD: Prendo in prestito da un titolo dello scrittore Giorgio Soavi “Il quadro che mi manca” e vi chiedo: qual è l’opera che ti manca?
SO: Ci manca sempre l’opera che deve ancora arrivare: quella che nascerà da una futura residenza, da un incontro inatteso. SuperOtium è una collezione in divenire, fatta più di possibilità che di assenze.
SD: C’è qualcosa che non siete ancora riusciti a raccontare ma che è necessario far sapere?
SO: Che SuperOtium non è solo un luogo dove si espongono opere, ma un progetto più ampio di produzione culturale. Le residenze, i momenti pubblici, iniziative come Look Closer nascono proprio per creare prossimità tra arte e vita, tra artisti e città, tra ospiti e comunità locale. La collezione è solo una delle forme che queste attività lasciano dietro di sé: una traccia permanente di qualcosa che prima è stato esperienza.
SD: Quali parole potrebbero accompagnare la vostra collezione o un oggetto in particolare?
SO: Relazione, ospitalità, traccia, contesto, produzione, condivisione. Sono parole concrete, perché la nostra collezione non nasce come insieme di oggetti isolati, ma come risultato di incontri e processi.
SD: Elio Fiorucci al Corriere della Sera disse che per dormire bene, lui pensava ad una donna nuda. A cosa pensa una collezionista prima di addormentarsi?
SO: Ai soldi che mancano per comprare la prossima opera… sicuramente! Ma subito dopo pensiamo che in realtà non ci sentiamo collezionisti in senso classico. Ci sentiamo un progetto che integra l’arte come strumento di osservazione del reale e di relazione. Prima di addormentarci pensiamo piuttosto: quale artista potremmo invitare? In quale contesto potrebbe lavorare? Che tipo di esperienza potrebbe nascere qui, a Napoli, dentro SuperOtium?




