Una mostra alla Chiesa di San Lorenzo racconta la straordinaria vicenda della prima fotografa professionista della Valle d’Aosta. Una figura che, tra Otto e Novecento, ha anticipato il ruolo delle grandi autrici della fotografia contemporanea
La fotografia ha sempre avuto un potere che nessun’altra forma d’arte possiede fino in fondo: quello di fermare il tempo. «Le fotografie sono belle perché le persone all’interno delle fotografie non cambiano mai», ha osservato Mimmo Jodice, sintetizzando in poche parole il fascino di un medium capace di trasformare un istante in eternità. Ogni scatto diventa una sospensione del tempo, una memoria che continua a vivere quando tutto il resto cambia.

Per questo colpisce la storia di Rosalie D’Hérin Seris (1871-1956), protagonista della mostra che la Regione autonoma Valle d’Aosta inaugura alla Chiesa di San Lorenzo di Aosta. Definita la prima donna fotografa professionista della Valle d’Aosta, Rosalie rappresenta una figura sorprendentemente moderna. Forse non fu la prima fotografa in assoluto – la storia della fotografia femminile è costellata di esperienze ancora poco indagate – ma certamente fu una pioniera, una donna che, in un’epoca in cui la professione fotografica era quasi esclusivamente maschile, ebbe il coraggio di scegliere la macchina fotografica come mestiere e come linguaggio espressivo.
Una scelta che oggi appare naturale, ma che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento richiedeva determinazione, autonomia e una notevole capacità imprenditoriale. Molto prima delle grandi protagoniste del Novecento – da Dorothea Lange a Diane Arbus, da Vivian Maier a Francesca Woodman – Rosalie D’Hérin Seris aveva già intuito come la fotografia potesse diventare uno strumento per raccontare una comunità, costruire memoria e osservare la società.
Curata da Daria Jorioz, l’esposizione, aperta dal 25 luglio 2026 al 28 febbraio 2027, nasce nell’ambito della valorizzazione degli archivi del Bureau Régional Ethnologie et Linguistique e propone la prima ricognizione monografica dedicata all’autrice.

Il percorso prende forma attraverso ventinove immagini selezionate tra circa settecento negativi originali su lastra di vetro conservati nel Fondo Seris, autentico patrimonio documentario della fotografia valdostana. Le stampe, realizzate da Enrico Peyrot, restituiscono tutta la qualità tecnica e poetica di un archivio rimasto a lungo poco conosciuto.
Nata nel 1871 in un piccolo villaggio di Montjovet, Rosalie sembrava destinata a una vita contadina. L’incontro con un fotografo ambulante piemontese cambiò però radicalmente il suo destino. Dopo un periodo di formazione a Torino, dove perfezionò le tecniche di ripresa e di stampa, fece ritorno in Valle d’Aosta, aprendo un’attività professionale specializzata nella ritrattistica.
I suoi clienti erano gli abitanti della valle ma anche gli ospiti della celebre stazione termale di Saint-Vincent, che affidavano al suo obiettivo il desiderio di conservare un ricordo del soggiorno. I suoi ritratti, tuttavia, non si limitano alla semplice documentazione. La luce naturale, le inquadrature leggermente ribassate, l’attenzione agli elementi architettonici e vegetali, la spontaneità delle pose raccontano una sensibilità autoriale riconoscibile, lontana dalla rigidità della fotografia di studio dell’epoca.

Come sottolinea la curatrice Daria Jorioz, Rosalie D’Hérin Seris può essere considerata una figura pionieristica non soltanto nel contesto valdostano ma anche in quello italiano, capace di elaborare uno stile personale che ancora oggi sorprende per modernità.
La mostra rappresenta quindi molto più della riscoperta di un archivio fotografico. È il recupero di una vicenda umana che restituisce visibilità a una donna capace di costruire, con le proprie forze, una professione in un ambito quasi interamente maschile, trasformando la fotografia in uno strumento di lavoro ma anche di narrazione sociale.
In un’epoca in cui la storia della fotografia viene sempre più riletta attraverso il contributo delle sue protagoniste, la figura di Rosalie D’Hérin Seris assume un significato particolare. Le sue immagini non raccontano soltanto la Valle d’Aosta di un secolo fa: raccontano la nascita di uno sguardo femminile indipendente, capace di osservare il mondo con sensibilità, rigore e libertà. E ricordano come ogni fotografia, fermando il tempo, riesca davvero a sottrarre qualcosa all’oblio.




