Il mese di marzo, appena iniziato, ha introdotto una novità di rilievo internazionale per la storia dell’arte moderna. Un articolo a quattro mani redatto da Jonathan Bikker, capo dipartimento arte olandese del XVII secolo al Rijksmuseum di Amsterdam, e da Petria Noble, conservatrice senior dei dipinti del medesimo museo olandese, è stato pubblicato sulla celebre rivista scientifica The Burlington Magazine titolando “La visione di Zaccaria nel tempio di Rembrandt”.
Con fare efficace, immediato, gli autori entrano icasticamente nel vivo della questione togliendo ogni potenziale dubbio: “The Vision of Zacharias in the Temple is an example of a painting that has been mistakenly excluded from Rembrandt’s œuvre since the mid-twentieth century on the basis of evaluation using photographic reproductions rather than first-hand examination”.Il problema è enucleato, un’aggiunta al catalogo del più importante pittore della Golden Age olandese, una revisione di critica dopo un’errata valutazione d’analisi.
La storia dell’arte, e forse qui risiede una parte importante degli stimoli che genera, è in continuo divenire e il mutamento, anche radicale, di certe posizioni costituisce il più delle volte quell’opportunità di confronto teorico senza il quale la crescita della scientificità della materia sarebbe nettamente rallentata.
L’iconografia dello stravolgimento: lo “staetveranderinge”

Iconograficamente di immediata comprensione, ci troviamo di fronte a un tipico tema con cui Rembrandt si confronta più volte, specialmente negli anni della decade del 1630, quello vetero e neotestamentario. Zaccaria, qui rappresentato, ci viene descritto nel vangelo di Luca nel momento di officiamento con incenso nel tempio, al culmine della sua esperienza di fede, quando un piccolo squarcio di luce affonda, dal margine superiore destro, le tenebre; è il momento della rivelazione, a Zaccaria viene annunciata la futura discendenza del figlio Giovanni; in olandese staetveranderinge è il termine atto a indicare proprio questo stravolgimento inaspettato di trama, espediente narrativo più volte impiegato dagli artisti barocchi.
Analisi dei dettagli e traslazione attributiva
Tipologicamente affine ai vari profeti che popolavano la mente creativa di Rembrandt in quegli anni di intensa attività dopo il suo trasferimento da Leida a Amsterdam, Zaccaria occupa ed impatta la composizione andando con le sue vesti e i suoi paramenti a offrire spunti continui di indagine al dettaglio.
I dettagli sono infatti quelli che parlano in questa fattispecie e sono i medesimi ad aver permesso una traslazione attributiva da opera considerata di un minore attivo nella bottega del maestro a dipinto certamente ascrivibile con piena autografia al genio rembrandtiano. Due piccoli pannelli di quercia costituiscono il supporto dell’opera, con medesime dimensioni di una tipologia denominata salvator già impiegata dal maestro per altri suoi quadri come il celeberrimo Geremia datato 1630, tre anni antecedente allo Zaccaria in questione che presenta una piccola e marginale datazione 1633.
Scienza e diagnostica al servizio dell’attribuzione

Ciò che questa vicenda ci racconta non è solo il mutare della critica ma come questa non possa prescindere un’attenta analisi della qualità pittorica, anche, oggi, con l’ausilio dei potenti strumenti tecnologici che ci facilitano enormemente nelle fasi di accertamento. Gli storici del XX secolo si erano limitati a un giudizio solamente osservando delle riproduzioni fotografiche, mentre oggi, al Rijksmuseum, grazie anche al capitale informativo negli anni formatosi con il Rembrandt Research Project, si adottano sofisticate tecniche di indagine.
Una tra queste, Macro X-ray fluorescence spectroscopy (MA-XRF), ha rivelato i pigmenti utilizzati che sono risultati i medesimi utilizzati dall’artista in altre opere coeve. Lo studio calligrafico con le firme conosciute, autografe, di Rembrandt ha confermato l’assoluta coerenza e la non possibilità di ipotesi di apocrifia della stessa. Tutti tasselli di coerenza scientifica che si sommano a formare un puzzle di integrità dello studio pubblicato da Burlington Magazine e in breve tempo rimbalzato tra i giornali di tutto il mondo.

Un modello deontologico di connoisseurship
Si può quasi definire un caso studio la vicenda dello Zaccaria di Rembrandt, impostando un modello deontologico di connoisseurship in cui la lettura sensibile dell’occhio umano, unica e ad oggi ineguagliabile, viene amplificata dalle tecnologie più raffinate di diagnostica.
Anche in questa fattispecie l’impiego delle radiografie, imprescindibili prassi tecniche, si è dimostrato illuminante nella comprensione della genesi del dipinto. Pentimenti, cambiamenti, dettagli aggiustati ci raccontano di una concezione articolata dell’opera, meditata e originale proprio nella sua spontaneità che, come tale, si contraddistingue per essere non lineare ma ricca di emersioni continue, affioramenti inventivi.

Il ritorno al Rijksmuseum: prestito e verità
Ora, dal 4 marzo scorso, il dipinto resterà a disposizione dei tanti visitatori che popolano quotidianamente le sale del Rijksmuseum grazie a un accordo di prestito a lungo termine con l’attuale proprietà. Il dipinto per anni dimenticato può finalmente essere restituito, svelato nella sua originale verità dal tempo che in questi lunghi decenni ne aveva offuscato la comprensione.




