Da Juvarra alla Galleria Vittorio Emanuele: Luca Burzio e Laura Camporese portano nel nuovo universo Prada due straordinarie consolle settecentesche e una specchiera rococò. Una vendita che racconta anche il ritorno dell’antico negli interni del lusso contemporaneo.
Il diavolo, questa volta, veste Prada. E, a quanto pare, ama il Settecento piemontese. È una delle piccole ironie che rendono particolarmente interessante una vendita appena conclusa tra due mondi apparentemente lontani: quello della moda e quello dell’antiquariato. Da una parte Prada, che proprio in questi giorni ha inaugurato in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano il nuovo grande progetto Prada Galleria, otto piani che riuniscono boutique, ospitalità, arte, storia del marchio e spazi privati; dall’altra Luca Burzio e Laura Camporese, una delle coppie più riconoscibili del mercato internazionale delle arti decorative italiane.
Al centro dell’operazione ci sono tre pezzi. Anzi, due gruppi di pezzi: una coppia di monumentali consolle piemontesi del primo Settecento, dipinte in quell’inconfondibile azzurro sabaudo e con i piani originali in alabastro fiorito di Busca, e una grande specchiera rococò torinese, scolpita e dorata, alta 226 centimetri, con le lastre di vetro acidato originali. Opere che non hanno bisogno di essere piegate al contemporaneo per funzionare nel contemporaneo: è precisamente la loro storia a renderle attuali.

Le consolle sono il nucleo più spettacolare dell’insieme. Datate intorno al 1720, sono attribuite alla cultura progettuale di Filippo Juvarra, il grande architetto messinese chiamato nel 1714 a Torino da Vittorio Amedeo II e destinato a trasformare radicalmente il volto della capitale sabauda. La loro attribuzione è formulata come «probabilmente dopo un disegno di Juvarra», ma la qualità dell’intaglio, la costruzione delle gambe, il repertorio di volute e foglie d’acanto e soprattutto la relazione tra struttura e ornamento le collocano perfettamente nel momento di passaggio dalla gravità barocca alla leggerezza del primo Rococò.
È un dettaglio importante: Juvarra non progettava soltanto palazzi e chiese. Il suo universo comprendeva anche mobili, specchi, cornici, carrozze e apparati decorativi. I suoi disegni per le arti decorative sono conservati in importanti raccolte, e proprio alcuni fogli della sua produzione mostrano motivi molto vicini a quelli delle due consolle Burzio. L’alabastro di Busca, inoltre, non è un materiale qualsiasi. La sua presenza è documentata negli arredi delle residenze sabaude, dalla Venaria Reale alla Villa della Regina e alla Palazzina di caccia di Stupinigi.

Anche quel colore azzurro pallido racconta una storia di corte. Le residenze sabaude utilizzavano diverse cromie secondo destinazione e contesto: il cosiddetto “blu Savoia”, nelle sue diverse declinazioni, è particolarmente legato agli ambienti delle residenze reali fuori Torino. Le consolle, dunque, non sono semplicemente due magnifici oggetti d’arredo: sono frammenti di quella gigantesca operazione di rappresentazione dinastica che trasformò Torino nel Settecento.
E Burzio non è arrivato per caso a questi oggetti. La sua è una storia familiare. Il nonno Anastasio aveva fondato nel dopoguerra l’attività antiquaria di famiglia a Torino; Luca vi è cresciuto professionalmente e nel 1991 ha aperto una propria galleria. Nei primi anni Duemila incontra Laura Camporese, antiquaria di origine padovana, e insieme scelgono di abbandonare progressivamente la dimensione delle gallerie italiane per lavorare sul circuito internazionale. Da allora il nome Burzio è diventato una presenza stabile nelle grandi fiere del settore, da TEFAF a Maastricht e New York alla Biennale di Parigi, da Masterpiece London alle principali manifestazioni americane.

È una coppia che ha fatto della ricerca il proprio marchio di fabbrica. «Il nostro è un lavoro bellissimo, un continuo allenamento, si è sempre in viaggio. È studio, è anche scommessa su opere e oggetti che aspettano di essere riscoperti», raccontava Luca Burzio all’Associazione Antiquari d’Italia. Una definizione che spiega bene il loro approccio: non soltanto comprare e vendere, ma riportare alla luce opere capaci di rientrare nel circuito della storia dell’arte e del collezionismo internazionale. Non è un caso che alcune delle loro riscoperte siano oggi nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, del Victoria & Albert Museum di Londra, del Louvre Abu Dhabi e di numerose altre istituzioni.

La coppia di consolle oggi venduta a Prada era già comparsa sulle pagine della stampa internazionale e aveva avuto un posto di rilievo nella selezione presentata da Burzio a TEFAF Maastricht 2026, dove la galleria era presente allo stand 157. È una traiettoria significativa: dal grande palcoscenico del mercato internazionale dell’antico a uno dei luoghi più contemporanei e riconoscibili della moda mondiale.

Accanto alle consolle, la specchiera torinese della metà del XVIII secolo appartiene a un piccolo gruppo di esemplari caratterizzati dalle lastre di vetro acidato periferiche, tutte riconducibili alla produzione di una ancora anonima bottega torinese. La letteratura specialistica ne documenta confronti nelle collezioni private e soprattutto nelle residenze sabaude, con esemplari conservati a Palazzo Reale e altri studiati nel fondamentale repertorio di Roberto Antonetto sul mobile piemontese. Anche qui il valore non sta soltanto nella dimensione spettacolare dell’oggetto, ma nella sua capacità di raccontare quel momento irripetibile in cui il barocchetto piemontese comincia lentamente a lasciare spazio alle nuove eleganze neoclassiche.

Che Prada abbia scelto proprio questo genere di arredi per i suoi nuovi spazi milanesi è, allora, qualcosa di più di una semplice acquisizione. Il nuovo Prada Galleria nasce infatti come un luogo nel quale moda, memoria, arte, design e ospitalità convivono all’interno dell’edificio che nel 1913 ospitò il primo negozio Fratelli Prada. Inserire in questo racconto anche l’alto antiquariato significa riconoscere che la qualità di un ambiente non dipende necessariamente dalla sua contemporaneità, ma dalla capacità degli oggetti di costruire una storia.
È forse questo il dato più interessante dell’operazione Burzio-Prada. In un momento nel quale il mercato del design contemporaneo ha occupato per anni una parte crescente dell’attenzione dei grandi collezionisti, vedere un marchio globale scegliere mobili del Settecento italiano per i propri spazi è un segnale che vale la pena osservare. Non un nostalgico ritorno al passato, ma la possibilità che l’antico torni a essere considerato per quello che è sempre stato: materia viva per progettare il presente.

Quanto sia costato questo incontro tra Juvarra, il Rococò piemontese e il mondo Prada resta ufficialmente riservato. Secondo una fonte vicina alla trattativa, tuttavia, l’operazione si collocherebbe in una cifra confidenziale oltre il mezzo milione di euro, incluse le due coppie di consolle e la specchiera.
Il diavolo veste Prada, dunque. Ma questa volta, almeno, sembra avere scelto anche un ottimo antiquario.




