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martedì, Luglio 5, 2022

Le icone della Rus’. Un collezionismo particolare

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La Cronaca degli anni passati dice che Kiev, la città di Kyj, il mitologico fondatore, era già un centro di commercio sulla via per Bisanzio quando il principe variago Oleg detto Il Vate la conquistò.

Siamo agli albori della Rus’ di Kiev, il grande regno slavo di cui la città sul Nipro era capitale politica e spirituale.

Oleg disse: “Kiev sarà la madre di tutte le città russe”. E in effetti, molte città presero il nome dai principi succedutisi sul trono aureo: Jaroslav, Jurev, Gleb, Vladimir.

Sulle radici di Kiev sono germogliate tre culture cresciute simbioticamente: quella ucraina, quella russa e quella bielorussa. Scrive lo studioso di arte russa Dmitrij Lichacev che nessuno ha saputo descrivere meglio Pietroburgo dell’ucraino Gogol e nessuno ha raccontato meglio l’Ucraina del russo Bulgakov.

Quando il principe Vladimir I il Grande, attorno all’anno Mille, scelse la religione di Bisanzio, incardinò il proprio regno su una cultura vasta e complessa, quella del cristianesimo greco, facendo della sua città una nuova Costantinopoli.

Nel Monastero delle Grotte, i monaci di Kiev si formavano per diventare vescovi in tutta la Rus’.

Dalla Grecia, la Rus’ importò soprattutto l’arte di dipingere le icone, le immagini sacre che definiscono la propria intima natura già nell’etimologia: icona, da eikénai, apparire. L’icona è una teofania, apparizione del divino, presenza reale nell’immagine dipinta. L’iconografo traccia l’icona, gráphein, come fosse un trattato teologico.

L’arte dell’icona procede per canoni che devono essere seguiti con scrupolo, perché ogni elemento costitutivo, sia esso grafico o materico, è prima di tutto un simbolo: le proporzioni e la forma della testa, il rapporto tra il naso e gli occhi, le posture, i gesti delle mani, l’uso dei colori, la foglia d’oro.

Pensiamo ad esempio al colore blu. Dionigi l’Areopagita lo definisce come il mistero degli esseri, trascendenza in rapporto a tutto ciò che è terrestre e sensibile. Seguendo una linea di continuità al di sopra di epoche e tradizioni, e che procede dall’Antico Egitto sino ad Yves Klein, esso non può che rappresentare la pace dell’immensità. Gli iconografi utilizzavano quindi il blu, naturalmente lapislazzuli, per il manto del Pantocratore o per la veste della Vergine.

C’è un bel racconto di Nikolaj Leskov dal titolo L’angelo sigillato, nel quale si potrà trovare un precisa descrizione del valore devozionale che poteva avere un’icona per un gruppo di credenti, nel caso del racconto di Starovery, ossia Vecchi Credenti, un movimento religioso che nel XVII secolo si oppose ai rinnovamenti liturgici proposti dal patriarca Nikon, troppo vicini al sentimento greco e quindi “poco slavi”.

Ciò che è oggetto di devozione non è una semplice opera d’arte: le icone venivano toccate, baciate, esposte ai fumi di cento candele che ne inscurivano l’olifa, la mistura oleosa stesa come vernice protettiva.

Uscita dalla dimensione sacra della devozione per entrare in quella profana del collezionismo, l’icona merita attenzione particolare e studio approfondito prima di un intervento conservativo. C’è quasi sempre una lunga storia popolare dietro a un’icona: un’alterazione del colore potrebbe essere dovuta a uno o più ritocchi che ne hanno rinnovato l’immagine per aggiornarla al gusto del momento, oppure per risarcire un danno dovuto a una brusca caduta o all’usura del tempo.

C’è una fissità che va al di là dell’immagine nell’icona russa, restia ad accettare la sopraffazione del realismo che caratterizza grosso modo lo sviluppo dell’arte occidentale. Ricorderete il duro giudizio espresso dal Vasari riguardo la qualità dell’arte bizantina – e quindi implicitamente di quella russa -, chiamando maniera goffa l’arte di quei pittori Greci operanti in Santa Maria Novella a Firenze dai quali il giovane Cimabue si recava a scuola di pittura.

Il caso vuole che proprio i Medici, sotto la cui egida Vasari scriveva e lavorava, siano stati i primi europei a costituire una collezione di icone russe fuori dalla Rus’.

Da gennaio scorso, Palazzo Pitti ha aperto al pubblico gli spazi al piano terra dove è esposto il corpus di 78 icone raccolte a Firenze tra la fine XVI e non più tardi del 1761.

Ciò manifesta un interesse straordinariamente precoce per l’arte sacra della Rus’, considerando che l’intelligencija russa cominciò ad apprezzarla ben più tardi, verso la metà dell’Ottocento, e tra i primi fu proprio quel Leskov citato qualche riga sopra.

E non è l’unica collezione importante in Italia. Si ricorda anche quella di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza, raccolta dal Banco Veneto Ambrosiano e consistente di oltre quattrocento pezzi, tra i quali si segnalano due importanti tavole del XIII secolo provenienti da Novgorod, grande centro di produzione artistica prima dell’affermazione del Granducato di Moscovia.

Importante anche la collezione del Museo di Peccioli, di proprietà del collezionista Francesco Bigazzi.

Come non parlare, poi, delle tante collezioni private presenti in Italia e in tutta Europa, piccole e grandi, messe in mostra o conservate con gelosia, forme di collezionismo senz’altro di nicchia rispetto ad altre, ma mosse da grande fervore e curiosità verso il mondo della Rus’, un mondo pervaso di poesia, come diceva Fëdor Buslaev, di cui forse, a ben sperare, qualche traccia sopravvive ancora oggi, mentre spirano tremendi venti di guerra.

Francesco Niboli
Francesco Niboli
Restauratore di dipinti antichi e contemporanei, ha intrapreso un percorso di approfondimento del design grafico e dell’arte del ‘900 italiano collaborando con Fondazione Cirulli di Bologna. Ha partecipato alla scrittura del libro "Milano, la città che disegna", catalogo del neonato Circuito lombardo Musei Design. Attualmente collabora come grafico con la casa editrice indipendente Sartoria Utopia.
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