Il libro di Santa Nastro smonta il mito della maternità e riporta il lavoro (e la fatica) al centro del sistema arte
Il titolo di questo libro potrebbe trarre in inganno: Mamme nell’arte… suona quasi rassicurante, perfino didascalico. Basta aprire il libro di Santa per trovarsi in un territorio ben più complesso, fatto di ambivalenze, stanchezze e contraddizioni strutturali. Non è un libro “di categoria”, né un esercizio identitario: è un’indagine lucida e documentata sul lavoro culturale contemporaneo, che usa la maternità come lente critica per leggere un sistema fragile, performativo e spesso ipocrita. Un testo rigoroso, quasi accademico per ampiezza e profondità, ma attraversato da urgenza reale: quella di riportare la vita tutta, anche quella meno raccontabile, dentro l’arte.
L’abbiamo intervistata per voi. Eccovi Santa Nastro. Nata a Napoli nel 1981, formata in Storia dell’arte all’Università di Bologna e oggi vicedirettrice di Artribune, Nastro è una delle voci più strutturate del giornalismo culturale italiano, con una lunga esperienza tra critica, comunicazione istituzionale e ricerca sul sistema dell’arte. Dopo l’inchiesta Come vivono gli artisti (2022), torna con un libro che intreccia saggio e testimonianza, dando voce a una rete ampia di professioniste e mettendo a fuoco le contraddizioni profonde del lavoro culturale contemporaneo

Giacomo Nicolella Maschietti: Il titolo Mamme nell’arte rischia quasi di sembrare rassicurante, didascalico. Poi si apre il libro e si entra in tutt’altro territorio, fatto di ambivalenze, stanchezze, fratture. È stata una scelta consapevole “disarmare” il lettore già dalla copertina?
Santa Nastro: Non l’avevo pensata esattamente in questi termini, ma sapevo benissimo che il titolo Mamme nell’arte sarebbe stato un titolo critico, estremamente critico. Non è madri, è “mamme”. La mamma si mitizza, la mamma si dà per scontata, la mamma è il rifugio, la mamma è il trauma. Era un titolo che poteva essere oggetto di diminuzione, allo stesso tempo poteva far storcere il naso, o poteva essere travisato in una apologia della maternità. Ma è anche un titolo che ti riporta a casa, ad una quotidianità, a un affetto di cui spesso l’opera d’arte è orfana e sente il bisogno. Mi piace molto anche il dialogo con la splendida copertina /opera di Eva Frapiccini. Parla di equilibrio di fragilità, di resistenza. Tutte categorie imprescindibili nel complesso gioco di pesi e contrappesi che rappresentano l’esperienza binomio genitorialità e lavoro.
GNM: Dopo Come vivono gli artisti, torni a interrogare la vita prima ancora dell’opera. Ti interessa più smontare il mito dell’artista o, a questo punto, quello della madre?
SN: Mi interessa smontare la recente glamourizzazione forzata del mondo dell’arte e il progressivo allontanamento del settore dalla vita. Riportando la vita al centro delle opere, delle esperienze e delle persone che fanno, creano o fruiscono l’arte.
GNM: Nel libro emerge con forza un tema poco raccontato: la stanchezza. Non quella eroica, ma quella quotidiana, quasi invisibile. Ti chiedo: perché la storia dell’arte ha avuto così paura di rappresentarla, soprattutto quando riguarda le donne?
SN: Perché rappresentarla sarebbe stato il modo più immediato per riconoscere che c’era un problema. Idealizzare la maternità e limitarsi alla costruzione di un’opera secondo un impianto puramente tradizionale legato alla Natività significa deumanizzare, ascetizzandola, l’esperienza della genitorialità rendendola performante, alzando inevitabilmente l’asticella delle ambizioni. Succede ancora oggi. Ti basti solamente guardare la rappresentazione che viene fatta delle donne subito dopo il parto prima nel cinema, successivamente dagli influencer: la negazione della stanchezza, (e di contro la perfezione, la compostezza, il trucco) sono strumenti di rimozione che esasperano la performatività nella nostra società post-capitalista. Il mondo dell’arte, soprattutto negli ultimi decenni, non è esente dal concetto di performance. La domanda è se davvero è questo il sistema a cui vogliamo partecipare?
GNM: Penso a Berthe Morisot e a quella culla: un’immagine potentissima, quasi perturbante. È lì che, secondo te, inizia davvero una narrazione moderna della maternità—più onesta, meno decorativa?
SN: Sicuramente, nonostante la narrazione che si fa intorno a quell’opera, con la rappresentazione del gesto stanco di abbandono e di sollievo della sorella Edma, Morisot compie una vera e propria rivoluzione nella rappresentazione della maternità. Quell’opera, quello sguardo, ci abbraccia tutte. Ma Morisot fa di più: rappresenta in maniera totalmente inedita la paternità tra il marito Eugène Manet e la figlia Julie – quella moderna e borghese, fino ad allora invece raccontata quasi esclusivamente nella relazione padre-figlio maschio e con finalità politiche o dinastiche all’interno di un blasone.
GNM: Nel tuo libro dai voce a molte professioniste dell’arte, senza costruire gerarchie evidenti. Come hai scelto chi includere? E soprattutto: cosa ti interessava far emergere più delle “storie di successo”?
SN: Sono partita in primis dalle persone a me più vicine. Quello che mi interessava ricreare anche se in forma astratta era il villaggio, ovvero la rete di relazioni solidali di cui le donne delle precedenti generazioni hanno potuto godere durante il puerperio. Un villaggio non fatto di vicine di casa, parenti, amiche, ma di professioniste che scambiavano esperienze all’interno dello stesso contesto. Poi il cerchio si è allargato al punto tale grazie a consigli, chiacchierate, confronti che a un certo punto mi sono dovuta fermare. E la cosa che mi ha più emozionato è stata che man mano che entravo in contatto con le persone che hanno sostenuto il progetto e man mano mi rendevo conto che in realtà si sentiva davvero l’urgenza di aprire un dibattito su questi argomenti. Ad ogni modo ho cercato di svolgere il lavoro della cronista e di raccontare delle storie umane, facendo emergere tutto il lavoro, la forza, la fatica, la capacità di reinventarsi, di costruire e di progettare che le professioniste interpellate hanno avuto; al tempo stesso che la genitorialità non è un limite al lavoro e che le scelte di vita delle singole persone non devono apparire come uno scoglio per lo sviluppo della propria carriera in una società civile.
GNM: Dalle interviste emerge una realtà ancora molto concreta: congedi incerti, rientri difficili, rinunce silenziose. Ti ha sorpresa qualcosa, oppure la vera sorpresa è stata scoprire quanto poco, in fondo, sia cambiato?
SN: Mi ha francamente sorpreso di più il fatto che in un sistema progressista o sedicente tale ci fossero ancora tutti questi pregiudizi legati alla genitorialità e problematiche importanti sul linguaggio. Che il sistema fosse fragile da un punto di vista legato al welfare e contrattuale (vale anche per persone senza figli, per chi affronta uno stop legato a una malattia, per i problemi di salute mentale, per chi si ritrova nella difficile condizione di caregiver di una persona fragile, …) lo immaginavo. Che però un settore così attento alle tematiche di genere non arrivi a comprendere che anche la maternità (come lo avevano compreso le femministe del Gruppo di Padova o le artiste del Gruppo Immagine di Varese molti decenni prima) va inclusa all’interno della questione di genere, rieducando anche in questo caso il linguaggio l’ho trovato devo dire sconcertante.
GNM: C’è un punto in cui il libro smette di parlare “alle donne” e diventa un libro necessario anche per gli uomini. Secondo te, cosa dovrebbe mettere più in crisi un lettore maschio che si confronta con queste pagine?
SN: Come diceva bell hooks Il femminismo è per tutti. Le femministe di Padova avevano ben compreso che il problema risiedeva nelle relazioni di potere e di diminuzione che si creano nel momento in cui il lavoro (di cura, domestico) non sono riconosciuti e retribuiti, sottomettendo le identità personali e quindi era necessario far dialogare oggi diremmo in maniera intersezionale lotta di classe e questione di genere. Se pensi nella società post-capitalista quanto lavoro gratuito prestiamo tutti – uomini e donne – alla società, ai social media, alle banche, al supermercato, negli uffici pubblici, ti rendi conto di quanto davvero se anche gli uomini facessero proprie le tematiche di genere, quante cose cambierebbero. Sono debitrice a Marco Scotini che si sta occupando di questi temi e delle artiste del Gruppo Immagine Varese, tra le altre da molto tempo (e da prima ancora del MeToo) di questo ragionamento.
GNM: La maternità, nel tuo racconto, non è mai un destino né un’ideologia, ma una condizione complessa, a tratti contraddittoria. Se dovessi sintetizzare?
Questo libro non è infatti un’apologia della maternità, ma un libro sul lavoro che parla del settore dell’arte le cui problematiche sociali, contrattuali e talvolta discriminatorie però possono essere espanse all’intero dibattito sul lavoro contemporaneo e sul lavoro culturale. E’ anche un libro sul libero arbitrio e sulla libera scelta sul proprio corpo di essere o di non essere madri. Detto questo però penso che abbiamo bisogno nel mondo di oggi di maternità, basta intenderla in senso ampio. Certo può essere una maternità di bambini, ma può essere anche di persone, di animali, di opere d’arte, di progetti, di città, di comunità (Harald Szeemann nel suo progetto mai realizzato della mostra La Mamma richiama a diversi importanti esempi in questo senso), del nostro ambiente: maternità intesa come abbraccio collettivo. Maternità come gesto di cura e come trasformazione positiva dello spazio intorno a noi.






