Alla Rhinoceros Gallery, la prima personale italiana dell’artista brasiliano Miguel Afa intreccia corpo, memoria e paesaggio in una pittura che trasforma il tempo in materia viva.
Roma non è solo uno sfondo, ma una soglia. È qui che Miguel Afa costruisce O tempo que mora em mim (Il tempo che vive in me), la sua prima mostra personale in Italia, nata dalla collaborazione tra A Gentil Carioca e Rhinoceros Gallery, lo spazio fondato da Alessia Caruso Fendi all’interno dell’hub culturale voluto da Alda Fendi.
Le opere, realizzate durante il soggiorno romano, non raccontano semplicemente un’esperienza: la assorbono. Il tempo, nella pittura di Afa, smette di essere una misura e diventa una sostanza — qualcosa che si deposita nei corpi, nei gesti, nei luoghi. È un tempo che si guarda, ma soprattutto si sente. In corso fino al prossimo 3 giugno 2026.
Giacomo Nicolella Maschietti: Nel tuo lavoro, il tempo sembra assumere una dimensione quasi fisica, strettamente legata al corpo e alla memoria. Come è cambiata la tua percezione del tempo vivendo e lavorando a Roma, lontano da Rio de Janeiro?
Miguel Afa: Il mio lavoro propone essenzialmente di riflettere sul tempo e sulla memoria attraverso il colore. Questo colore, a sua volta, è anche una forma di discorso e di resistenza, e si sviluppa a partire da una linea di indagine che inizia con una domanda: qual è il colore della memoria?
Cosa mi presentano l’universo onirico e il regno delle idee in termini di colore, saturazione, valore e contrasto quando un’immagine emerge nella memoria?
Dipingere il colore del pensiero è ciò che mi ha guidato. E Roma mi ha offerto nuove possibilità. La luce di Roma mi ha messo di fronte e mi ha invitato a pensare al tempo e alla memoria con nuove sfumature.
GNM: Nelle opere create per questa mostra, emergono paesaggi e spazi intimi che sembrano sospesi tra luoghi reali e memoria. Qual è, per te, l’importanza del cortile – reale o simbolico – come spazio affettivo e narrativo?
MA: Tutto ciò che si vede nel presente è anche la costruzione di un ricordo del futuro. Dipingere il cortile è un modo per recuperare l’affetto che ancora mi pervade e trasporlo nel campo della pittura.
Per me è inevitabile interagire con questo luogo – sia fisico che simbolico – che è territorio. Questi paesaggi sono a volte ricordi di ciò che è stato visto; altre volte sono paesaggi mentali, nati dal desiderio di costruire un luogo magico e sicuro fatto di sogni.
GNM: Il tuo lavoro crea un dialogo tra il personale e il collettivo. Guardando al Brasile contemporaneo, come credi che l’arte di oggi sia in grado di esprimere le sue contraddizioni, ma anche la sua straordinaria vitalità culturale?
MA: Il Brasile è un paese meraviglioso e multiculturale, e tutto ciò che si vive qui è proprio ciò che dà origine alla malemolência presente nella nostra esistenza. Tutto lo scambio, l’affetto e la forza di questa terra – che è anche il colore della nostra pelle – permeano il mio lavoro.
Mi sono sempre preoccupato di sviluppare la mia pittura all’interno di una proposta che si confronta con questioni intrinseche al campo: il gesto, la materialità, il colore e la dimensione intellettuale insita nella pratica pittorica.
E in tutto questo, ho sempre fatto in modo di non perdere la brasilianità del mio lavoro. Sono sempre rimasto attento a far sì che il dipinto parli il Brasile. Anche quando dipingo il Giardino degli Aranci, c’è samba sulla punta del pennello.
GNM: Il colore nelle tue opere non è mai neutro; sembra avere una posizione. Secondo te, qual è il ruolo della pittura oggi nella costruzione di nuove immagini e immaginari del presente?
MA: Il colore non è mai stato neutro: è discorso. È un elemento che stimola l’introspezione, che invita alla vicinanza, un invito a guardare dentro di sé, a visitare la pietra filosofale di ognuno.
È il colore della memoria, il colore mentale. Non si tratta del colore che si vede nel paesaggio di una città, ad esempio, ma della dimensione onirica che risiede in ogni persona, della memoria e di un universo metafisico.
Questo colore compone l’immagine proposta nel dipinto e dialoga con il colore della pelle – una tonalità vicina a quella della terra – stabilendo una connessione tra corpo e territorio. Una presenza radicata in quest’idea di appartenenza.
Il corpo che emerge nel dipinto non è un corpo visto dalla prospettiva dell’eroe, ma un corpo che perdura, che esiste e resiste. Un corpo storicamente rifiutato dai canoni dell’arte e che ora rivendica il suo posto di esistenza e permanenza.







