Ha aperto il 3 maggio 2026, nelle sale storiche di Palazzo Bragadin Carabba a Venezia, una delle operazioni espositive più interessanti della stagione lagunare: “Mel Ramos: Un’iconografia della bellezza americana”. La mostra, curata da Elisa Carollo e prodotta da Ronald Harrar in collaborazione con l’Archivio dell’artista, rappresenta la prima vera retrospettiva organica dedicata in Italia a uno dei pilastri della Pop Art statunitense.
Oltre la Pop Art: la pittura come feticcio
Mel Ramos (1935-2018) non è stato solo un comprimario di Andy Warhol e Roy Lichtenstein. Sebbene abbia condiviso con loro l’appropriazione dei codici dei mass media e la fascinazione per il consumo, Ramos ha mantenuto una fedeltà alla “pittura alta” che lo distingue nettamente dalla serialità meccanica dei suoi contemporanei.
Nato a Sacramento, Ramos ha saputo fondere la vitalità pittorica della Bay Area — influenzata da maestri come Diebenkorn e de Kooning — con una precisione accademica che guarda direttamente ai Grandi Maestri. Le sue celebri pin-up, spesso adagiate su pacchetti di sigarette o emergenti da involucri di caramelle, non sono semplici provocazioni commerciali, ma vere e proprie “Veneri della California”. Come sottolineato dalla curatrice Elisa Carollo, Ramos eleva l’immaginario vernacolare americano a una dimensione monumentale, utilizzando formati tipici della pittura di storia per nobilitare l’effimero.
Giacomo Nicolella Maschietti: Mel Ramos è spesso associato a un immaginario seduttivo e immediato, ma il suo lavoro contiene anche una riflessione più complessa sul consumo e sulla costruzione del desiderio. In che modo questa mostra prova a superare una lettura superficiale della sua opera?
Elisa Carollo: Attraverso il suo dialogo idiosincratico con la lunga storia della pittura, Mel Ramos indaga come una mitologia americana della bellezza e della femminilità sia stata progressivamente plasmata da dinamiche del desiderio imposte dai media, tra branding e spettacolo.
Rivolgendosi a immagini che, come egli stesso disse, “pervadono l’intera società”, le sue “Venere californiane” svelano i meccanismi di quello che è stato definito un realismo capitalista: un sistema che ha trasformato il sex appeal femminile in una costruzione culturale prodotta in serie nel contesto della prosperità americana del dopoguerra.
Come ha osservato Daniel J. Schreiber, le figure femminili di Ramos non sono mai immagini di donne nude, ma piuttosto immagini di immagini di donne nude. Mettendo in luce come gli standard di bellezza siano mediati dalla pubblicità e dall’intrattenimento, la sua iconografia cristallizza un ideale di femminilità—giovane, impeccabile, emotivamente indecifrabile ma commercialmente leggibile.
Importante notare, che le sue eroine sono spesso ispirate alla sua musa di sempre, la moglie Leta, si muovono tra la realtà quotidiana degli oggetti di consumo e l’archetipo senza tempo di Venere.
In questo senso, il suo lavoro riapre anche una questione più ampia: quando e perché la nudità è diventata un tabù? In Ramos essa torna a una dimensione non moralizzata, quasi pre-mediatica, che entra in tensione diretta con la sua contemporanea mercificazione.
È poi attraverso il linguaggio sensuale della pittura a olio—colori vibranti, impasti materici e scala monumentale—che Ramos restituisce una presenza corporea a immagini nate nella bidimensionalità mediata della cultura di massa.
Più che appropriarsi semplicemente del linguaggio dei media, Ramos lo traduce nel linguaggio della grande pittura, operando quella che potremmo definire una forma di “Pop at ease”, in cui l’immediatezza dell’immaginario commerciale viene assorbita nella lentezza, nella materialità e nella disciplina della pittura.
GNM: Rispetto ai nomi più canonici della Pop Art come Andy Warhol o Roy Lichtenstein, Ramos è rimasto più laterale nel racconto storico. Questa retrospettiva può contribuire a riscrivere il suo posizionamento all’interno della Pop Art americana? Se sì, come?
EC: Più che riscrivere una posizione storica, questa retrospettiva permette di ricalibrare lo sguardo su Ramos, evidenziando quanto la sua apparente lateralità rispetto a figure come Andy Warhol o Roy Lichtenstein sia in realtà il risultato di una precisa scelta di postura.
Ramos è stato uno dei principali esponenti della Pop Art della West Coast, vicino a Wayne Thiebaud, e ha esposto accanto ad artisti come Tom Wesselmann, collaborando con gallerie fondamentali come la Leo Castelli e la Bianchini Gallery. A differenza degli altri però, Ramos non fu mai sotto i riflettori di New York, ma rimane fedele alla origine più suburbana e operaia, assumendo con devozione posizione quasi anacronistica di un pittore “classico”: padre di famiglia, devoto al lavoro in studio come poi all’insegnamento accademico, lontano dalla costruzione dell’artista come celebrity.
Il fatto che dipingesse donne nude non ha poi aiutato in un contesto di nuovo puritanesimo conservatore americano, che ha progressivamente sostituito la libertà espressiva della California degli anni ’60. Ne è derivata talvolta una lettura riduttiva e moralizzante del suo lavoro, una condanna di sessismo che spesso finisce per mascherare, più che rivelare, i limiti di uno sguardo contemporaneo incapace di confrontarsi con la dimensione naturale dell’erotismo e con la pura bellezza di corpi che, in Ramos, non sono mai semplicemente idealizzati ma costruiti pittoricamente con una forte presenza fisica.
Questa dimensione più appartata ha contribuito a una minore mitologizzazione, ma la sua opera ritorna oggi come estremamente attuale. Se la Pop Art aveva già messo in luce i meccanismi di capitalizzazione del corpo e propaganda del consumo; oggi questi stessi meccanismi trovano un’ulteriore amplificazione nella riproducibilità digitale, nella circolazione massiva delle immagini sui social media e in una nuova sfera di artificialità e personificazione introdotta dall’AI.
In questo senso, è interessante guardare anche all’attualità del mercato: il risultato che farà in asta Anxious Girl (1964) di Roy Lichtenstein—con una stima intorno ai 60 milioni—conferma un enduring appeal che è anche legato alla capacità di queste immagini di condensare una riflessione psicologica ed emotiva sulla rappresentazione femminile, che troviamo, in modo diverso, anche in Ramos.
La mostra mette al centro il suo talento pittorico. Ramos ricevette una formazione accademica rigorosa, fondata sulla tradizione classica della pittura e sulla conoscenza della storia dell’arte. I suoi dipinti rivelano una profonda reverenza per la tradizione occidentale, evidente nella modellazione anatomica e nei rimandi alla genealogia dei nudi distesi che attraversa il Rinascimento e il Barocco—da Sandro Botticelli a Titian, fino a Jean-Auguste-Dominique Ingres e Édouard Manet. Allo stesso tempo, Ramos assimilò l’impulso cromatico e la sensualità pittorica degli artisti della Bay Area come Richard Diebenkorn, Elmer Bischoff e Nathan Oliveira, sviluppando inoltre una forte ammirazione per il vigore gestuale di Willem de Kooning.
Una delle sue ispirazioni più precoci e decisive fu tuttavia Salvador Dalí. L’audace appropriazione da parte di Ramos delle icone del consumo americano riecheggia infatti la logica surrealista delle giustapposizioni inattese, in cui elementi incongrui collidono: cultura alta e cultura popolare, parodia e critica, carica erotica e umorismo.
Allo stesso tempo, questa libera appropriazione di fonti è però più vicino alla ricerca di Ed Ruscha, condividendo un interesse alla dimensione semiotica del paesaggio contemporaneo—dalle insegne urbane fino alla costruzione del desiderio come sistema di segni—anticipando una riflessione che diventa oggi centrale nell’economia delle immagini digitali
Tutti questi riferimenti storici, il fatto che la sua opera si inserisca puramente in un discorso più ampio non solo della storia dell’arte ma dell’evoluzione dell’immagine, è un focus fondamentale della mostra e dell’approccio curatoriale adottato.
GNM: Il rapporto tra corpo femminile e prodotto commerciale nel lavoro di Ramos oggi si confronta con una sensibilità molto diversa rispetto agli anni ’60. Come avete affrontato, a livello curatoriale, questa tensione tra contesto storico e sguardo contemporaneo?
EC: Come dicevo, la riflessione di Ramos rimane estremamente attuale, soprattutto se osserviamo l’immaginario a cui siamo oggi quotidianamente esposti: una proliferazione di immagini pubblicitarie sui social media, non più soltanto veicolate da influencer che spesso rievocano queste dive bionde americane—se non in versioni ancora più costruite e iper-truccate, dietro una maschera di spontaneità che dissolve il confine tra celebrity ed everyday—ma anche attraverso intere messe in scena generate puramente dall’AI, tanto nella produzione quanto nella profilazione del desiderio.
Questi modelli di bellezza continuano a circolare e rafforzarsi, dato che AI stessa si nutre di questi stereotipi ormai profondamente radicati nell’immaginario collettivo per rispondere al gusto di massa.
Storicamente, sia la musa sia la femme fatale hanno rispecchiato più le ansie e le fantasie dei loro creatori che la realtà delle donne stesse. Le figure di Ramos, come osserva Belinda Grace Gardner, esprimono invece un erotismo diretto, non dissimulato — un sistema vitale di sessualità femminile e consapevole potere di seduzione.
Dal punto di vista curatoriale, è stato importante lavorare su questa ambiguità. Ramos introduce una distanza sottile tra superficie e intenzione — una forma di ironica socratica — rende visibile la natura costruita di queste immagini, elevando però queste muse che lo impersonano e vi partecipano. In questo senso, il suo lavoro si colloca in uno spazio intermedio tra rappresentazione e critica, in dialogo anche con giochi di ruolo come quelli di Marcel Duchamp o Cindy Sherman.
Come suggerì Donald Kuspit, per Ramos dipingere significa cantare le lodi della bellezza mentre vi si riavvicina. La sua arte ritorna costantemente al corpo femminile reale — prima e oltre l’immagine, prima e oltre l’idolo.
La provocazione centrale risiede nell’equivalenza perfetta tra donna e prodotto. Ma in Mel Ramos il corpo femminile non accompagna la merce: le sue protagoniste appaiono consapevoli, spiritose e pienamente in controllo della propria presenza e potere di seduzione..
GNM: La mostra nasce in collaborazione con l’Estate dell’artista e con importanti collezioni private. C’è un’opera o un nucleo di lavori che, più di altri, rappresenta la chiave di lettura della mostra e che secondo te il pubblico non dovrebbe perdere?
EC: La mostra presenta veri masterpieces, incluse opere storiche degli anni ’60, che dimostrano tanto l’unicità dell’approccio di Ramos alla Pop Art quanto la sua bravura pittorica.
Particolarmente significativa è la presenza dell’autoritratto del 1959, dove lo vediamo ancora in dialogo con una ricerca quasi informale, vicino per certi aspetti a Jean Fautrier o Jean Dubuffet, mentre esplora la possibilità della figura umana di emergere quasi alchemicamente da una materia densa e stratificata. Un approccio che ritroviamo anche nella figura di Batman dei primi anni ’60, quasi escavata dalla pittura stessa.
Due opere iconiche come Phantom Lady (1963) e Miss Liberty – Frontier Heroine (1962) rappresentano una chiave di lettura fondamentale. Qui vediamo perfettamente l’elevazione della figura femminile a eroina contemporanea, sempre in relazione con tropi profondamente ancorati nella storia dell’arte.
In Phantom Lady si avverte una posa quasi classica — quasi una Atena trasposta in un immaginario da cabaret – mentre in Miss Liberty Ramos ribalta uno dei miti fondativi americani, quello del cowboy, trasformando la protagonista in una figura condottiera nella costruzione di una nuova mitologia nazionale che pare già porsi come alternativa al potere mascolino e del domino.
Info utili: Mel Ramos: Un’iconografia della bellezza americana
In mostra fino al 22 novembre 2026 Palazzo Bragadin Carabba, Calle Scaleta 6036, Venezia









