Sensibile, cerebrale, intima e universale. La mostra Sulla persistenza imperfetta delle cose amate di Valentina De’ Mathà –visitabile fino al 30 settembre 2026 presso la Collezione Yvn di Palazzo Agliardi, a Bergamo – parla di memoria individuale e di un passato che, ripercorrendolo, si ri-crea.
Il tema della persistenza interiore del tempo passato, caro da sempre a intellettuali ed artisti (uno su tutti Proust), assume nella produzione di De’ Mathà la connotazione di una necessità personale. La tecnica scelta dall’artista è indissolubilmente legata a questo stato: il tessere e il cucire escono dalla sfera domestica e funzionale tipicamente femminile per trasformarsi in un potente strumento di analisi e trasmissione del sé.
La tessitura come metodo e metafora
Per l’artista, la tessitura è al contempo metodo, linguaggio e metafora. La sua è una prassi privata e quotidiana, fatta di lunghe ore trascorse in camera oscura a lavorare materiali che poi, con la cura meticolosa del cucito, vengono assemblati o intrecciati. Le sue pellicole, carte e poliesteri emulsionati reagiscono ai processi chimici e si intrecciano tra loro, evocando il tentativo di tenere insieme i ricordi che, come la pellicola stessa, tendono inevitabilmente a sbiadire. Il rapporto con la luce e la brillantezza dei materiali concorrono a creare quella sensazione di persistenza imperfetta di cui il fruitore è parte necessaria ed integrante.
De’ Mathà percorre il filo del ricordo per cercare un preciso istante; lo percorre ritualmente e lo rappresenta, lasciando che si sedimenti nell’opera attraverso l’atto creativo. Un gioco di spinte uguali e contrarie: da un lato è la nostalgia che spinge all’indietro, dall’altro la fuga, un moto liberatorio verso il lontano.
Il percorso espositivo: tra tradizione e introspezione
L’installazione site-specific che apre il percorso, Ho sognato che ero nella mia camera da letto ad Avezzano…, indaga proprio questo stato sospeso. Si compone di dodici coperte della tradizione abruzzese pirgate e impilate, sulle quali è adagiato un intreccio – realizzato tra il 2025 e il 2026 – in carta emulsionata e cucita con filo di cotone. I colori riportano la memoria a quelle giornate trascorse nel giardino di casa, sul tappeto d’erba, osservando il cotto dei tetti e i fiori blu di stagione. È l’incarnazione di quell’immobilità che fa sognare terre lontane finché, una volta raggiunte, non resta che sognare il giardino di casa.
Valentina De’ Matha rintraccia gli attimi di persistenza imperfetta di ciò che ha amato e li ripercorre riscrivendone, intrecciandone o cucendone il ricordo nei materiali, secondo un procedimento così privato che fatica ad essere catalogato e archiviato entro schemi cronologici tradizionali, poiché il tempo si fa flusso in cui presente e passato si mescolano indistintamente. Questo concetto emerge con forza negli “Entanglement” (intrecci), opere che attraversano l’esposizione mutando forma: ora bassorilievi, ora sculture su piedistallo, fino a opere adagiate a terra, quasi collassate sotto il proprio peso esistenziale.
Dagli album di famiglia ai diari dell’inconscio
Un altro nucleo fondamentale è costituito dagli Album di famiglia: libri sculture componibili realizzati in poliestere emulsionato dalla forma mobile. Come fragili contenitori di memoria, nell’ultima sala si trasformano evocando il velo delle madonne processionali, richiamando, insieme alle coperte, l’identità culturale dell’artista.
Accanto a essi troviamo un nuovo tipo di narrazione personale: Ninnananna, un’opera video che, attraverso la scrittura con biro su pelle che avviene rapida, imperfetta e diretta, segue il metodo del flusso di coscienza, configurandosi come un diario notturno che dà voce all’inconscio, alla memoria e al segno.
Il titolo della serie contrasta volutamente con la crudezza delle immagini, segnando il passaggio dalla memoria evanescente a quella corporea di Ninnananna. In queste opere, superfici rosa pallido sono attraversate da solchi e linee che ricordano smagliature, trasformandosi in sentieri bellici e confini di difesa psicofisica.
Qui, però, contrariamente a quanto avviene in delle Trincee (2009-2029), attraverso la lavorazione di carte fotosensibili con acidi e fissanti e l’ingrandimento dell’immagine, il segno si astrae. Ne risulta una superficie di grande impatto estetico, quasi come se la fatica e l’introspezione che richiede la trasformazione, si possano sublimare in un polittico di materia densa e lucida.
I lavori esposti, inscindibili dal lavoro dell’artista sulla propria memoria, abitano con suggestione le sale neoclassiche della villa progettata da Leopold Pollack. Un’occasione rara per compiere un viaggio nella memoria di un tempo che è anche interiore.







