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giovedì, Gennaio 27, 2022

Moderno antico. I restauri della Collezione Torlonia

del

Percorrendo a piedi il lungotevere Gianicolense a sud del Vaticano, a un certo punto, scendendo sulla destra, si imbocca l’inizio di via della Lungara. Si tratta di un rettilineo molto lungo – “lungara”, appunto – che per trecento metri circa corre affossato tra il muraglione del congestionato lungotevere e gli edifici. All’altezza del carcere di Regina Coeli, la strada si libera del contenimento laterale, allargandosi un poco fino ad arrivare alla porta Settimiana, l’ingresso ufficiale nel rione Trastevere, territorio di romanità notturna. Il regista Bernardo Bertolucci ha abitato a lungo in questa strada.

Sull’ultimo tratto della via si affacciano alcuni edifici di rilievo, come la villa Farnesina con la Loggia affrescata da Raffaello e, appena di fronte, Palazzo Corsini, oggi uno dei due polmoni – con il Barberini – del Museo Nazionale d’Arte Antica. Di fianco, si trova Palazzo Torlonia, sede di quello che fu il Museo Torlonia, ovvero la più grande collezione privata di scultura antica dell’epoca moderna protagonista della nostra storia.

I lettori collezionisti troveranno un certo interesse nelle figure di Giovanni e Alessandro Torlonia, padre e figlio, self-made men, artefici della rapida ascesa sulla scena romana di questa famiglia di origine francese. Giunse, infatti, in Italia verso la metà del Settecento un certo Marin, il quale si portava appresso dalla montagnosa Alvergna il cognome Tourlonias il quale fece presto fortuna come commerciante di tessuti. Fu, però, il figlio Giovanni, primo Tourlonias nato in Italia e per questo diventato Torlonia, a indirizzare l’economia famigliare dalla faticosa mercatura alla rischiosa arte dei banchieri: abilità e spregiudicatezza gli valsero l’assegnazione di importanti appalti pontifici. La concessione di prestiti a diverse nobili famiglie romane ridotte in miseria, gli conferirono la credibilità necessaria per divenire banchiere del papa e della famiglia Bonaparte. In breve tempo, si trovò tra le mani immense proprietà immobiliari e fondiarie da poter acquistare, a volte corredate di titolo, come quello di principe di Civitella Cesi ereditato da un ramo Pallavicini.

Una fortuna che il figlio di Giovanni, Alessandro, seppe convertire in un ambito ancora differente, quello delle bonifiche, in particolare nella zona di Fucino, Marsica, che con i suoi investimenti infrastrutturali divenne di fiorente agricoltura.

Nei territori pontifici, i Torlonia diventarono proprietari di grandi appezzamenti, come quello a San Mauro in Romagna, di cui fu tenutario il signor Ruggero Pascoli, torbidamente assassinato nel 1867, trauma mai risolto da suo figlio Giovanni che dedicò al padre Ruggero versi struggenti e bellissimi.

Non si contano le proprietà nell’Urbe, come il palazzo di piazza Venezia o quello originariamente affacciato sulla spina di borgo, ovvero il nucleo edilizio che venne abbattuto per aprire via della Conciliazione e suggellare firma e controfirma dei Patti Lateranensi.

C’è poi quello di via della Lungara, citato all’inizio di questa storia, comprato appositamente dal principe Alessandro per radunare l’immensa collezione di marmi antichi di famiglia e aprire, così, l’ambizioso “Museo Torlonia”, fondato ufficialmente nel 1875.

La presenza della parola museo evidenzia l’aspirazione del principe a far competere la propria collezione con quelle Capitolina e Vaticana, ma anche la speranza che il suo valore storico e scientifico richiamasse l’attenzione dei circuiti di studio e connoisseurship  internazionali.

Le oltre seicento sculture vennero originariamente allestite nelle settanta sale del palazzo divise per gruppi tematici, e nel giro di pochi anni vennero pubblicati otto raffinati cataloghi, l’ultimo dei quali dotato delle riproduzioni di tutte le sculture in fototipia, una bella avanguardia per l’Italia di allora. Una fortuna durata un secolo circa, perché attorno agli anni Settanta del secolo scorso la storia del museo prese una piega in stile commedia all’italiana già ampiamente raccontata su altre frequenze.

Basti sapere che da allora, della preziosa collezione Torlonia, il pubblico perse le tracce.

Fino ad oggi, quando la bella mostra curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri a Villa Caffarelli, sul Campidoglio, ne ha riportato alla luce una selezione significativa, restaurata e allestita in modo da evidenziare i differenti nuclei di acquisizione dai quali Torlonia, padre e figlio avevano costituito la loro imponente collezione, la cui totalità dovrà, secondo le intenzione delle diverse parti in causa, trovare in futuro un nuovo allestimento permanente.

Ma come si presenta la Collezione Torlonia? Significativo il termine ricorrente nel vademecum per il visitatore e nel testo di Salvatore Settis presente sul catalogo: una “collezione di collezioni”, un “gioco di scatole cinesi” dove raccolte più antiche sono integrate in raccolte moderne, a loro volta integrate in quella Torlonia.

Sono tre i nuclei di provenienza fondamentali, nella mostra e nel catalogo rispecchiati nelle varie sezioni espositive: le opere provenienti dagli scavi effettuati dai principi nei terreni di proprietà, quelle acquistate dal dismesso studio di Bartolomeo Cavaceppi e quelle della seicentesca collezione di Vincenzo Giustiniani.

Ho parlato, nei paragrafi precedenti, di quanto numerose fossero le proprietà dei Torlonia: Romavecchia nei pressi della tomba di Cecilia Metella, Caffarella sulla Appia Antica, la zona nei pressi dell’antico porto di Augusto, tutte terre dove i principi Giovanni e Alessandro ordinarono scavi. Dalla zona di Portus, ad esempio, proviene il particolarissimo rilievo rappresentante una veduta quasi fotografica di una scena di vita quotidiana nel porto, con evidenti segni apotropaici come l’occhio di Nettuno, benaugurante per la navigazione, e tracce di policromia ben visibili.

Bartolomeo Cavaceppi, poi, è stato il massimo restauratore del Settecento secondo lo storico Alessandro Conti. Il fatto che fosse amico e uomo di fiducia del mitico Winckelmann la dice lunga sul suo conto: con il letterato tedesco, Cavaceppi lavorò al riordino della collezione del cardinal Albani. Winckelmann catalogava, rifletteva e poi scriveva sui marmi antichi del prelato, mentre Cavaceppi si occupava dei restauri. Insieme inventarono il Neoclassicismo, potremmo osar dire.

Conti ci dice di quanto il Cavaceppi fosse attento che i suoi restauri si presentassero come una statua rotta e ricomposta con i pezzi originali, lasciando spesso allo stato conservativo scabro e rovinato la superficie del marmo antico, su cui interveniva applicando ad esso integrazioni ex novo: un rispetto per il pezzo originale abbastanza lontano dal pastiche applicato, come vedremo nel prossimo paragrafo, dagli artisti-restauratori di un secolo prima.

Cavaceppi era un collezionista egli stesso: nel suo studio, raccoglieva bronzetti, modellini, gessi e marmi da collezioni dismesse, come quelle dei Pio da Carpi e i Cesarini. Alla sua morte, nel 1799, nonostante avesse lasciato in eredità i suoi averi all’Accademia di San Luca, la collezione venne messa sul mercato: l’intervento rapido e provvidenzialmente del principe Giovanni l’assicurò al suo Museo.

Il terzo nucleo è quello che ha origine dalla collezione Giustiniani, una delle più belle del Seicento: Vincenzo Giustiniani era stato uno dei collezionisti più colti e raffinati del suo tempo, autore di saggi teorici sopra la pittura e la scultura, nonché tra i massimi acquirenti di Caravaggio.

Suoi erano alcuni dei pezzi più interessanti acquisiti dal principe Giovanni a titolo di garanzia per un prestito sottoscritto dagli eredi Giustiniani: il torso di Marsia scuoiato, le due Afroditi accovacciate, la mastodontica Hestia.

Giustiniani, nei suoi scritti, sosteneva che la scultura moderna trovasse il suo apice nel restauro degli antichi. Di conseguenza, quando un artista di grande fama si cimentava nel restauro, si raggiungeva un non plus ultra di perfezione: questo è il caso del Caprone restaurato dal Bernini (nella foto di copertina), uno dei pezzi più belli ed iconici dell’intera collezione.

Nel Seicento, scrive sempre Alessandro Conti, gli scultori intervenivano sui frammenti concedendosi notevoli licenze interpretative, realizzando pasticci di sculture concepiti per essere alloggiate in gallerie, in dialogo coi dipinti e altre sculture.

È documentato che Gian Lorenzo Bernini, come il padre Pietro, si fosse cimentato in diversi restauri di sculture antiche, come nel caso del famoso Ermafrodito Borghese oggi al Louvre, al quale aggiunse un bel materasso barocco su cui giace la statua d’epoca imperiale. Nel caso del Caprone, Bernini è intervenuto ricostruendo la testa, dotandone lo sguardo di una vivacità umana e il vello di movimenti assolutamente berniniani.

Insomma, la mostra della Collezione Torlonia offre un bel quadro storico del rapporto mutevole, cangiante a seconda dell’epoca, tra collezionismo e restauro. Non è un caso che il percorso si concluda con l’esposizione di un Ercole frammentato in centododici pezzi, il cui restauro contemporaneo ha deciso di non mascherare i punti di congiuntura (in genere, venivano da tradizione colmati con colofonia mischiata a gesso con funzioni di collante): un’immagine potente, che fa riflettere su come, per secoli, il rapporto con l’antico si giocasse sull’arbitrio e sul gusto di collezionisti e restauratori.

Francesco Niboli
Restauratore di dipinti antichi e contemporanei, ha intrapreso un percorso di approfondimento del design grafico e dell’arte del ‘900 italiano collaborando con Fondazione Cirulli di Bologna. Ha partecipato alla scrittura del libro "Milano, la città che disegna", catalogo del neonato Circuito lombardo Musei Design. Attualmente collabora come grafico con la casa editrice indipendente Sartoria Utopia.
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