Esiste una stanchezza sotterranea che corrode la nostra epoca visiva, un consumo bulimico e distratto che riduce ogni opera a un flusso informe destinato all’evanescenza digitale. Contro questa anestesia diffusa la galleria Glenda Cinquegrana Art Consulting, in occasione della nuova stagione autunnale e all’interno del Milano Centrale Festival, erige un baluardo intransigente nel cuore di Milano inaugurando una doppia personale che rifugge ogni compromesso decorativo per interrogare le faglie più oscure del ricordo e dell’identità.
Curata con affilata precisione analitica dalla stessa gallerista insieme a Rebecca Delmenico, la mostra convoca due ricerche radicali, quelle di Ada Marino e Nico Mingozzi, capaci di sbranare l’illusione d’innocenza che spesso ancora viene attribuita alla superficie fotografica.
Muovendosi sul crinale impervio tra indagine psicologica e drammaturgia dello spazio, Ada Marino edifica un teatro della ferita che rifiuta ogni forma di compiacimento melodrammatico o di esibizione urlata del dolore. Artista napoletana radicata in Galles, Marino convoglia nelle serie selezionate la tensione irriducibile tra il peso soffocante del potere patriarcale e la possibilità concreta di una rinascita. Nelle opere provenienti dal ciclo Pater Familias, l’atmosfera domestica si carica di una cappa barometrica irrespirabile, un clima in cui la violenza strutturale non si mostra mai attraverso la cronaca esplicita ma si insinua nelle pieghe di posture troncate e di frammenti di un abitare domestico cristallizzati nella rigida geometria dei tableaux vivants.

L’autrice smonta i meccanismi del dominio maschile dall’interno, isolandone i codici normativi e le scorie interiorizzate con la freddezza di un’analisi antropologica implacabile. Di contro, l’apertura luminosa offerta dalla serie New Moons sposta l’asse verso un futuro possibile, dove le cicatrici non vengono rimosse o edulcorate, ma assunte fieramente come le coordinate geometriche di una sovranità soggettiva finalmente riconquistata.

All’opposto, ma in un contrappunto di sbalorditiva coerenza concettuale, si staglia la pratica brutale e profanatoria di Nico Mingozzi. Pittore e fotografo ferrarese classe ‘76, Mingozzi demolisce lo statuto stesso della conservazione e della documentazione fotografica attraverso un’azione di scavo archeologico che saccheggia archivi anonimi e banchi polverosi dei mercatini delle pulci. L’artista rifiuta l’idea della fotografia come reliquia immobile da custodire con devozione museale, al contrario aggredisce la carta stampata con la furia clinica di un chirurgo che opera senza anestesia: tagli netti, bruciature caustiche, solchi profondi e suture grossolane eseguite con il filo tessile trasformano ogni ritratto d’epoca in un organismo dolente e reattivo.
Questa violenza manuale trasforma l’immagine in un campo di battaglia dove la bidimensionalità del supporto si fa epidermide viva. I volti alterati e sfigurati dall’intervento dell’artista innescano quello scarto perturbante in cui il ritratto familiare precipita improvvisamente nell’enigma più profondo, dimostrando con disarmante lucidità che l’Io non costituisce un blocco monolitico e rassicurante, bensì una superficie fragile e vacillante, esposta senza difese alla corrosione del tempo e alla furia delle nostre stesse proiezioni psichiche.

La grandezza di questo progetto espositivo risiede interamente nella lucidità tagliente con cui la curatela riesce a cucire insieme due poetiche così distanti senza edulcorarne i conflitti o appiattirne le asperità. Sintonizzare la regia geometrica e rigorosa di Ada Marino con la furia corporale e iconoclasta di Nico Mingozzi significa offrire al pubblico un’occasione di rara riflessione profonda.
Fino al 7 novembre prossimo la galleria di via Settembrini si conferma un luogo dove la fotografia torna a farsi ferita aperta e promessa di un riscatto radicale che attraversa lo sguardo per restituire densità, verità e spessore alla nostra più intima umanità.




