Quando l’immagine smette di custodire semplicemente il ricordo e comincia a dissezionarlo: Ada Marino e Nico Mingozzi in mostra da Glenda Cinquegrana Art Consulting 

del

Esiste una stanchezza sotterranea che corrode la nostra epoca visiva, un consumo bulimico e distratto che riduce ogni opera a un flusso informe destinato all’evanescenza digitale. Contro questa anestesia diffusa la galleria Glenda Cinquegrana Art Consulting, in occasione della nuova stagione autunnale e all’interno del Milano Centrale Festival, erige un baluardo intransigente nel cuore di Milano inaugurando una doppia personale che rifugge ogni compromesso decorativo per interrogare le faglie più oscure del ricordo e dell’identità. 

Curata con affilata precisione analitica dalla stessa gallerista insieme a Rebecca Delmenico, la mostra convoca due ricerche radicali, quelle di Ada Marino e Nico Mingozzi, capaci di sbranare l’illusione d’innocenza che spesso ancora viene attribuita alla superficie fotografica.

Muovendosi sul crinale impervio tra indagine psicologica e drammaturgia dello spazio, Ada Marino edifica un teatro della ferita che rifiuta ogni forma di compiacimento melodrammatico o di esibizione urlata del dolore. Artista napoletana radicata in Galles, Marino convoglia nelle serie selezionate la tensione irriducibile tra il peso soffocante del potere patriarcale e la possibilità concreta di una rinascita. Nelle opere provenienti dal ciclo Pater Familias, l’atmosfera domestica si carica di una cappa barometrica irrespirabile, un clima in cui la violenza strutturale non si mostra mai attraverso la cronaca esplicita ma si insinua nelle pieghe di posture troncate e di frammenti di un abitare domestico cristallizzati nella rigida geometria dei tableaux vivants.

Ada Marino, Pater Familias #02, 2021, Stampa su carta Hahnemühle, 59 x 42, ed. 1/5 © Ada Marino/Courtesy Glenda Cinquegrana Art Consulting

L’autrice smonta i meccanismi del dominio maschile dall’interno, isolandone i codici normativi e le scorie interiorizzate con la freddezza di un’analisi antropologica implacabile. Di contro, l’apertura luminosa offerta dalla serie New Moons sposta l’asse verso un futuro possibile, dove le cicatrici non vengono rimosse o edulcorate, ma assunte fieramente come le coordinate geometriche di una sovranità soggettiva finalmente riconquistata.

Nico Mingozzi, N. 587, 2025, Collage e tecnica mista su cartolina vintage, cm 13,5 x 8,5, ©Nico Mingozzi/ Glenda Cinquegrana Art Consulting

All’opposto, ma in un contrappunto di sbalorditiva coerenza concettuale, si staglia la pratica brutale e profanatoria di Nico Mingozzi. Pittore e fotografo ferrarese classe ‘76, Mingozzi demolisce lo statuto stesso della conservazione e della documentazione fotografica attraverso un’azione di scavo archeologico che saccheggia archivi anonimi e banchi polverosi dei mercatini delle pulci. L’artista rifiuta l’idea della fotografia come reliquia immobile da custodire con devozione museale, al contrario aggredisce la carta stampata con la furia clinica di un chirurgo che opera senza anestesia: tagli netti, bruciature caustiche, solchi profondi e suture grossolane eseguite con il filo tessile trasformano ogni ritratto d’epoca in un organismo dolente e reattivo.

Questa violenza manuale trasforma l’immagine in un campo di battaglia dove la bidimensionalità del supporto si fa epidermide viva. I volti alterati e sfigurati dall’intervento dell’artista innescano quello scarto perturbante in cui il ritratto familiare precipita improvvisamente nell’enigma più profondo, dimostrando con disarmante lucidità che l’Io non costituisce un blocco monolitico e rassicurante, bensì una superficie fragile e vacillante, esposta senza difese alla corrosione del tempo e alla furia delle nostre stesse proiezioni psichiche.

Nico Mingozzi, N. 1516, 2024, Collage e tecnica mista su cartolina vintage, cm 13,5 x 8,5, ©Nico Mingozzi/ Glenda Cinquegrana Art Consulting

La grandezza di questo progetto espositivo risiede interamente nella lucidità tagliente con cui la curatela riesce a cucire insieme due poetiche così distanti senza edulcorarne i conflitti o appiattirne le asperità. Sintonizzare la regia geometrica e rigorosa di Ada Marino con la furia corporale e iconoclasta di Nico Mingozzi significa offrire al pubblico un’occasione di rara riflessione profonda. 

Fino al 7 novembre prossimo la galleria di via Settembrini si conferma un luogo dove la fotografia torna a farsi ferita aperta e promessa di un riscatto radicale che attraversa lo sguardo per restituire densità, verità e spessore alla nostra più intima umanità.

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, spesso nota con lo pseudonimo GEL, è nata a Pisa nel 1990. È curatrice d’arte indipendente e ha scritto per giornali e riviste di cultura e costume, tra cui POSH, Artribune, Arte In e Artuu Magazine. Collabora stabilmente, da più di dieci anni, con Inside Art. Ha curato mostre di artisti internazionali e sviluppato una ricerca rivolta in particolare alla nuova arte e alla fotografia contemporanea, con attenzione alle tematiche sociali, alla parità di genere e ai diritti. Ha inoltre collaborato con Istituti di Cultura e Ambasciate. Tra i progetti più significativi figurano la mostra personale di Angelo Dozio “Palmyra”, presentata nel 2017 presso il Padiglione della Repubblica Araba Siriana alla 57ª Biennale di Venezia, e diverse collaborazioni con gli Istituti Italiani di Cultura: la personale “Fluid Memories” (2019) di Marco Angelini presso Apteka Sztuki Gallery in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia; “La memoria delle forme” (2019) personale dello stesso artista al Palais des Rais – Bastion 23, realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia ad Algeri; la personale “Rhizomes” (2023) sempre di Marco Angelini presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia; e la personale di Andrea Pinchi “Il mito del sogno quotidiano” (2024) presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene.

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