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Riflessioni su Benjamin e il collezionismo [pt.1]

del

Chi passa da Torino di solito non lascia di programmare una visita al celebre Museo Egizio. Il museo, secondo nel mondo solo a quello de Il Cairo, vanta allestimenti innovativi, divisi per aree tematiche. Alcune sale sono particolarmente scenografiche, come la maestosa galleria dei Re, il cui allestimento è stato affidato, come altre sale del museo, al maestro Dante Ferretti. Non si può non rimanerne affascinati.

Tuttavia, personalmente, visitando il Museo Egizio sono sempre rimasta colpita, più che dalle grandi statue e tombe dei faraoni, dai piccoli oggetti di vita quotidiana conservati per millenni e tuttavia così simili ai nostri. Particolarmente mi restano impressi, ogni volta, i gioielli e i monili indossati così tanto tempo fa da donne antiche, che immagino bellissime e dal fascino misterioso. Quei gioielli potrebbero essere tranquillamente disegnati oggi, allo stesso modo, apparendo ugualmente eleganti per le donne del XXIesimo secolo.

Ma una cosa ancor più curiosa che accade ai visitatori del Museo Egizio, soprattutto se si tratta di visitatori torinesi o piemontesi, è la solo apparentemente banale associazione psicologica tra la visita al museo e i ricordi della propria infanzia o primissima adolescenza. È abitudine consueta delle scuole di Torino e zone più o meno limitrofe, infatti – o almeno lo era fino a qualche tempo fa – fare del Museo Egizio una delle mete preferite delle gite scolastiche.

Alberto, Varese / Série “Les Choses” 2012-2022. Aurore Valade, Èditions Mexico à Marseille, 2022

Così, non è raro che qualcuno, in terra sabauda, con una giravolta temporale da capogiro, tenda ad associare gli antichi monili e manufatti, ma anche le preziosissime tombe dei faraoni, all’epoca in cui stava in fila lungo via Accademia delle Scienze, imbacuccati in piumini che adesso non usano più, mentre le compagne di banco ti parlano di cartoni giapponesi e di un film con Sophie Marceau. O magari ti fa venire in mente proprio i primi bijoux che hai mai osato indossare da bambina quasi-adolescente, e che avresti desiderato trovare, chissà dove e chissà come, almeno un po’ somiglianti a quelli delle antiche regine egizie, le quali, nella fantasia, immaginavi intime amiche di magiche dee con la testa di gatto.

Quei piccoli oggetti, preziosi o meno che siano stati millenni fa, quando la mano di qualcuno li forgiò, oggi hanno un valore inestimabile. Non si tratta di un mero valore economico, ma soprattutto storico. Ma poi, in più, questi oggetti trattengono in loro, come in un segreto, migliaia di ricordi che non è possibile associare tutti insieme senza ottenere uno strampalato, quanto intrigante, melting pot. Il personale, effimero e persino banale, ma struggente ricordo del singolo si mescola così a quello della storia dell’umanità, in un vortice che è poetico e che mette i brividi per sua la bellezza, mentre forse disegna sul volto di chi lo immagina, un sorriso.

Con nessuno riesco a entrare in contatto meglio che con un collezionista, diceva Walter Benjamin in una lettera a Gretel Adorno dell’aprile del 1939. L’affinità tra Walter Benjamin e il mondo del collezionismo era qualcosa che riguardava il filosofo tedesco in modo intimo e profondo. Lui stesso collezionista fin dall’età infantile, coltivò questa passione negli anni, passando dai francobolli ai piccoli oggetti della quotidianità, testimoni di esperienze e ricordi, fino ai disegni e alle stampe, per arrivare all’amata collezione di libri, cui è dedicato un noto saggio dal titolo Tolgo la mia biblioteca dalle casse del 1930 – 31.

Molti furono i filosofi appassionati di collezionismo. Si dice che Leibniz avesse una preziosa collezione di ceramiche e porcellane, mentre Umberto Eco, proprio come Benjamin, collezionava libri e francobolli.

Ma volendo avvicinarsi al tema del collezionismo dal punto di vista filosofico, la figura da cui non si può prescindere è proprio Walter Benjamin, che con la sua prosa intensa, insieme filosofica e letteraria, ha reso conto di sfumature ancora sempre da pensare, che ancora hanno molto da dirci.

Eymeric, Bordeaux / Série “Les Choses” 2012-2022. Aurore Valade, Èditions Mexico à Marseille, 2022

A dire il vero, si è già parlato molto del tema del collezionismo in Benjamin, e in modo approfondito. Basti pensare al testo di Grazioli su questo tema[1] e a molti altri. Anche su Collezione da Tiffany sono state proposte delle letture in merito alla passione di Benjamin. E, inoltre, oggi sono in molti a trovare in Walter Benjamin un interlocutore ideale con il quale confrontarsi su questioni che riguardano l’arte, le tecnologie, la fotografia, la memoria e, appunto, il collezionismo.

Sono perciò consapevole che il tema del collezionismo in Benjamin, con tutti i suoi risvolti poetici ed emotivi, oltre che filosofici e di pensiero, è stato oggetto di molte riflessioni sovente assai più autorevoli di questa. Propongo, perciò, una lettura sui generis, utilizzando esempi anche molto lontani fra loro, ma che a mio modestissimo parere forse possono aiutarci a capire di più e meglio, ampliando l’arco delle osservazioni e riflessioni, ciò che il pensiero di Benjamin ha da dirci come appassionati operatori nel mondo dell’arte e della cultura.

Riflettere sul suo pensiero in merito al collezionare ispira chi è interessato a capire che cosa vuol dire essere un collezionista, ma ha da dirci molto anche semplicemente come esseri umani che sempre hanno da imparare a stare al al mondo.

Quello che proverò a fare qui sarà quindi proporre una lettura un po’ diversa da quelle consuete, giocando su piani tra loro paralleli e confrontando la lettura di Benjamin con altre possibili interpretazioni, stimoli e suggestioni del tema del collezionismo tratte dal cinema e dalla letteratura. Ma facciamo un passo alla volta.

Per Benjamin collezionare è un gesto importante perché significa dare rilievo alle cose, attuando in loro una sorta di trasfigurazione e inserendole in un contesto diverso da quello immediato e spesso banale in cui le abbiamo incontrate nella quotidianità. Il suo modo di riferirsi alle cose e di pensarle esce perciò subito e completamente dai canoni del consumismo. Pur avendo a che fare con il possesso di oggetti e con il loro acquisto, il collezionismo benjaminiano esce dalla logica dello status o del mero “affare” economico, per farsi esperienza personalissima, sentimentale. Già questo meccanismo ha il pregio di cancellare il carattere di merce delle cose, trasformandole in meravigliosi oggetti del desiderio capaci di evocare non solo ricordi, esperienze ed emozioni, ma addirittura interi mondi esistenziali.

gianni, Varese / Série “Les Choses” 2012-2022. Aurore Valade, Èditions Mexico à Marseille, 2022

Collezionare diviene così un modo per togliere gli oggetti dal contesto alienante ed alienato in cui ciascuna cosa appare come sostituibile e convertibile in altro – nella fattispecie in denaro – per riportarli a un ambito dapprima intimo ed emotivamente saturo, e poi persino comunitario e condivisibile.

Mi spiego meglio. Benjamin si avvicina a un libro importante per la sua collezione come un amante si prepara a un corteggiamento. Si direbbe che per lui il prezzo dell’oggetto acquistato non deve necessariamente rispecchiare un andamento di mercato, anzi, vige il senso dell’avventura, dell’occasione, dell’ottenere qualcosa in modo anche astuto. Valgono perciò più di tutto i mercatini delle pulci, le rarità, gli scarti, le cose dimenticate e lasciate indietro dalla produzione che già ai suoi tempi appariva potenzialmente bulimica. È questa una dinamica che ha i ritmi della danza e il pregio di aumentare il piacere dell’atto del collezionare stesso.

Ma, potenzialmente, il gesto del collezionare non si ferma qui. L’oggetto, ormai estrapolato dal suo primo contesto e assurto alla densità della cosa che si pone all’interno di una nuova costellazione di senso, può varcare la soglia del mondo privato del collezionista e ritornare fruibile per il pubblico, fosse anche attraverso una riflessione o, meglio ancora, un racconto. Questo ritorno alla collettività è ricco di conseguenze.

Per meglio comprendere di che cosa stiamo parlando, una via è mettere il concetto di collezionismo per Benjamin in rapporto con altri due: quello di allegoria e con quello di montaggio. Andiamo a vedere nel dettaglio che cosa questo significa.

L’allegoria avviene quando riferiamo una cosa ad un’altra, sciogliendo il rappresentato dal contesto consueto per inserirlo in uno diverso, alludendo, così, anche con effetto sulle prime spiazzante, a qualcosa che non è immediatamente presente alla percezione, ma che si fa attualissima ad altro livello: nel ricordo, nel vissuto privato, nel sentire dell’individuo, ma anche nell’esperienza condivisa. In un certo senso, si può dire che il collezionismo fa esattamente il contrario, perché ha a che fare con il possesso di cose e oggetti: e tuttavia il procedimento funziona, per dir così, secondo in un meccanismo analogo.

È vero che la cosa che viene collezionata, e perciò scelta e conservata con cura, in certo senso rimanda solo a se stessa. Eppure la sua portata evocativa è amplificata proprio dal desiderio che essa ha assorbito, dai mondi di fantasia e memoria che, forse, ha ereditato e comunque porta con sé. La madeleine di Proust non è solo un dolce, mangiarla o desiderare di farlo non è solo sfamarsi e, in modo analogo, l’oggetto da collezione ha in sé tutto il carico di un desiderio. Perciò, possiamo dire che allegoria e collezionismo sono in un rapporto dialettico tra loro? Certo è che l’una cosa rimanda all’altra, pur nella differenza.

L’altro concetto utile – e affascinante, oltre che ricco di conseguenze – è quello di montaggio. A questo proposito occorre ricordare che all’epoca di Benjamin nasceva il cinema, che utilizza ancora oggi il montaggio, seppure con tecniche diverse, per dare vita a una narrazione visiva. Ma la funzionalità tipica del montaggio, la scomposizione e ricomposizione di frammenti tra loro separati e poi rimescolati in modo inedito, alla ricerca di nuovi sensi o percorsi, era oggetto di attenzione anche di altre pratiche artistiche. Pensiamo ai collage di Hannah Hoch e a molta parte della poetica e produzione surrealista. In questo modo di operare artistico, l’oggetto, anche nella sua immagine, era costantemente decontestualizzato, per essere poi ricontestualizzato in un altro ambito, in assemblaggio con altri oggetti o frammenti di essi, fino ad assumere un nuovo significato, disegnando nuove figure dai contorni volutamente non sempre rassicuranti e nuove immagini inattese spesso anche per chi le produceva.

Il rimando è al mondo del sogno, dell’inconscio, finanche al modo stesso in cui funziona il nostro stream of consciousness. Siamo in un ambito in cui vale quasi più l’immagine del mero oggetto, più il desiderio e il ricordo, i ricordi, che esso ha assorbito, intesi nel senso della memoria involontaria del noto saggio su Proust, che altro. È in gioco sicuramente quello che comunemente indichiamo come valore affettivo, ma in un senso molto più profondo e dalle conseguenze ben più ampie e spiazzanti.

Torniamo all’inizio di questo testo, per esempio, e immaginiamo di fare un giro al Museo Egizio di Torino. Ecco che, in quel contesto, che è museale ed archeologico, un oggetto umilissimo e quotidiano, sorto da tempi lontanissimi, assume una magia, un aura, appunto, che paradossalmente ne aumenta a dismisura anche il valore economico.

Ma come dicevamo al principio, contestualmente, il Museo Egizio è meta classica di gite scolastiche per molti bambini, non solo torinesi. Difficile, perciò, non avere dei ricordi molto personali e privati legati alla propria infanzia in quel luogo, che pure il tempo ha modernizzato e modificato anche radicalmente. Immaginiamo di guardare quegli antichi reperti non come vestigia storiche di popoli antichi, o almeno non solo, ma attivando il desiderio, la fantasia, il racconto. Che storie si portano dietro? Quante, nei millenni, si sono in loro stratificate, sovrapposte, montate insieme? Che cosa significano, queste storie, per noi? Naturalmente siamo qui in un ambito che ha da fare certamente con la storia e l’archeologia, ma non solo. Molto (di più?) qui si gioca sul piano esistenziale, potremmo dire di “mitologia privata”.

Qualcosa del genere capita con gli oggetti di una collezione, che sono sempre carichi di un’affettività stratificata, dalle sfumature potenzialmente infinite.

Benjamin, Aix en Provence / Série “Les Choses” 2012-2022. Aurore Valade, Èditions Mexico à Marseille, 2022

Da un lato, perciò, così come l’allegorista si riferisce ad altro nella sua costruzione poetica e retorica, così nel montaggio a partire da uno o più frammenti si ricostruisce una nuova storia e un nuovo senso o percorso.

Vediamo allora che tra i due meccanismi, quello dell’allegoria e quello del montaggio, è forse racchiuso in qualche modo, sempre in maniera dialettica, almeno un frammento del senso del collezionismo per Benjamin, inteso come atto del collezionare. E in più, grazie ad essi, è possibile comprendere il senso profondo del collezionare come gesto significativo anche dal punto di vista addirittura, potremmo dire, politico (nel senso della polis greca).

La collezione, la scelta degli oggetti da conservare e ammirare nel segreto del nostro privato come nella dimensione pubblica, si inseriscono infatti comunque in un sistema di relazioni complesso, che coinvolge tutto il contesto in cui abitiamo, operando nei confronti degli altri o della comunità a cui apparteniamo, e quindi assume senso rispetto alla collettività con cui siamo costantemente e inevitabilmente in dialogo.

Pensiamo quante volte è accaduto, nella storia dell’arte, che la scelta di un collezionista importante abbia reso famoso, e quindi pubblico, conosciuto e quindi conoscibile per tutti, il lavoro un artista che altrimenti sarebbe rimasto sconosciuto.

Collezionare è dunque il gesto di estrapolare gli oggetti dal loro mero valore di merce per dar loro un significato più profondo. Noi oseremmo dire che li si ricontestualizza per renderli fruibili alla collettività con un senso del tutto nuovo, anzi, ogni volta nuovo, perché non smette mai di rinnovarsi. Non sarà certo tanto l’oggetto a cambiare nel tempo, quanto il suo disporsi in relazione ad altri, e viceversa di altri nei suoi confronti. Così come accade con i grandi classici e i libri del passato, muteranno le risposte al mutare delle domande che ad esso, in qualche modo, vengono poste.


[1] Elio Grazioli, La collezione come forma d’arte, Johan & Levi 2012

Maria Cristina Strati
Maria Cristina Strati
Maria Cristina Strati vive e lavora a Torino. Studiosa indipendente di filosofia, è critica e curatrice di arte contemporanea, nonché autrice di libri, saggi e racconti. Convinta che davvero l’arte sia tutta contemporanea, si interessa al rapporto tra arte, filosofia e quelli che una volta si chiamavano cultural studies, con una particolare attenzione alla fotografia.

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