Saikalis Bay Foundation: Geografie intime del collezionismo

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Nel cuore di Milano, in via della Spiga, Nicole Saikalis e Matteo Bay trasformano casa e Fondazione in un crocevia tra Beirut e Milano.

C’è una Milano che non si mostra, ma si lascia scoprire. Sta dietro portoni discreti, ai piani nobili delle vie più eleganti, dove l’arte non è solo esposta ma vissuta. È qui, a pochi passi da via della Spiga, che prende forma il mondo di Nicole Saikalis e Matteo Bay: una coppia di collezionisti cosmopoliti che ha fatto della relazione tra opere, persone e geografie, il cuore della propria visione.

Con la Saikalis Bay Foundation, i due hanno costruito un progetto che si muove con naturalezza tra Beirut, Parigi, Londra e Milano, sostenendo artisti emergenti e affermati e dando spazio a pratiche capaci di attraversare confini culturali e linguistici. Il loro quartier generale milanese, CIRCOLO, è molto più di uno spazio espositivo: è un interno vivo, un luogo di ricerca e incontro affacciato sul quadrilatero della moda, dove il collezionismo si trasforma in piattaforma condivisa.

In occasione della mostra Shifting Crossroads. Beirut Contemporary, la Fondazione apre le sue porte, non solo quelle di via della Spiga, ma anche quelle, più intime, della visione che guida una collezione costruita nel tempo, tra maestri della modernità italiana e protagonisti della scena internazionale, con un’attenzione particolare al Libano e alle sue narrazioni stratificate.

Entrare nel loro spazio e nella loro casa significa attraversare un racconto fatto di memoria, identità e trasformazione. Un racconto che oggi si riflette nella mostra milanese e che trova nella dimensione del dialogo la sua forma più autentica.

Nicole Saikalis Bay_Circolo_Niccolo Campita

Giacomo Nicolella Maschietti: La sua formazione in architettura e il suo percorso internazionale tra Beirut, Parigi, Londra e Abu Dhabi sembrano aver inciso in modo significativo sul suo sguardo. In che modo queste esperienze hanno influenzato il suo approccio al collezionismo e alla costruzione di uno spazio come quello di via della Spiga?

Nicole Saikalis: La formazione in architettura ha avuto un impatto determinante sulla mia capacità di osservazione: mi ha insegnato a leggere lo spazio come un sistema di relazioni tra materia, luce, storia e uso. Anche la dimensione estetica, maturata lavorando su progetti complessi per clienti molto esigenti, è qualcosa che ti accompagna quotidianamente e che continua a informare il mio modo di vedere.

Questo approccio si è esteso naturalmente al mio modo di avvicinarmi all’arte e al collezionismo. Il mio percorso internazionale ha aggiunto una dimensione ulteriore, quella della complessità culturale: vivere in contesti così diversi significa confrontarsi con identità stratificate e narrazioni molteplici, spesso anche complementari. Da qui nasce l’interesse per opere che non offrono letture univoche, ma che fanno sorgere interrogativi.

Lo spazio di via della Spiga nasce dal desiderio di costruire un luogo di incontro, più che semplicemente espositivo. CIRCOLO, sede della Fondazione, si configura come una piattaforma di dialogo tra artisti, curatori e una comunità più ampia. Pensato come un incubatore culturale, sostiene pratiche emergenti e consolidate, mettendole in relazione tra loro e con il pubblico. Accanto alle mostre, sviluppa un programma pubblico fatto di talk, performance e momenti di condivisione.

GNM: Nella sua collezione convivono opere di maestri della modernità italiana e artisti contemporanei internazionali, inclusi molti nomi della scena libanese. Qual è il filo conduttore che tiene insieme queste presenze così diverse? Quali sono i nomi da non perdere?

NS: Il filo conduttore non è geografico né generazionale, ma piuttosto concettuale. Ciò che accomuna le opere è una tensione verso temi come identità, memoria, trasformazione e appartenenza.

Accanto ai maestri della modernità italiana — penso a Castellani, Melotti, Accardi, Boetti, Spalletti — che hanno lavorato sulla materia e sul segno in modo radicale, mi interessa sostenere artisti contemporanei che interrogano il presente con altrettanta urgenza, spesso attraverso linguaggi diversi.

La presenza di artisti libanesi non è una scelta identitaria, ma nasce da una vicinanza culturale e da una scena artistica estremamente consapevole e impegnata, oggi più che mai necessaria. Tra i nomi imprescindibili, Simone Fattal, Akram Zaatari, Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Lamia Joreige — ma anche artisti di altre geografie come Jim Lambie, Matt Mullican, Nari Ward, Mandy El-Sayegh e Tacita Dean, che condividono la capacità di costruire narrazioni complesse e stratificate, con una qualità visiva molto definita e una forte intensità estetica.

Circolo_Nicole Saikalis Bay e Matteo Bay

GNM: La sua attività con WeArt Projects e gli spazi come Circolo a Milano suggeriscono una visione del collezionismo come pratica aperta e condivisa. Quanto è importante per lei trasformare la collezione in uno strumento di relazione e non solo di possesso?

NS: Per me collezionismo non è solo un gesto privato, fin dall’inizio è stato un momento di relazione.  Principalmente con iniziative quali WeArt Projects e spazi come CIRCOLO, l’idea è sempre stata quella di aprire un dialogo – tra artisti, curatori, collezionisti, ma anche con un pubblico più ampio –  creando una comunità e avvicinando le persone al mondo dell’arte.

Questo implica ripensare il ruolo del collezionista non come figura che accumula, ma come qualcuno che attiva contesti. Il dialogo è anche una componente molto naturale del mio DNA mediterraneo.

La collezione si è sviluppata ben prima delle attività della Fondazione — inizialmente con WeArt Projects, poi attraverso le mostre e le attività di CIRCOLO — ma è difficile separare i due ambiti. La ricerca che guida il collezionismo genera continuamente nuove connessioni, e da queste nascono progetti, collaborazioni e dialoghi tra artisti, curatori, gallerie e istituzioni.

Nicole Saikalis Bay

GNM: La Saikalis Bay Foundation ha sviluppato progetti di residenza e supporto per artisti libanesi in collaborazione con realtà internazionali. Qual è oggi il ruolo del collezionista-patron nel sostenere concretamente la crescita degli artisti e delle scene emergenti?

NS: Oggi il ruolo del collezionista come mecenate è ormai molto più concreto e strutturato, soprattutto all’estero, mentre in Italia siamo ancora in una fase iniziale. Non si tratta solo di acquisire opere, ma di assumersi una responsabilità: sostenere processi, produzioni, residenze e ricerca.

Il lavoro con artisti libanesi – attraverso il programma di residenze d’artista con Gasworks e il dialogo con il Beirut Art Center –  nasce da questa esigenza di accompagnare le pratiche nel tempo, creando condizioni reali di sviluppo.

Non è sufficiente aprire la propria casa e condividere una collezione con pochi per parlare di mecenatismo: è un impegno di lungo periodo, che richiede responsabilità, visione e strategia. In questo senso, il collezionista può diventare un attivatore di contesti, capace di costruire connessioni e continuità tra geografie e istituzioni.

GNM: Milano, pur essendo una città centrale nel sistema dell’arte, viene spesso percepita come meno “visibile” rispetto ad altre capitali. Dal suo punto di vista, quali energie la rendono invece particolarmente fertile, e quale contributo può dare un collezionista nel valorizzarle?

NS: Milano ha una qualità forse meno evidente, ma molto solida: è una città operativa. Non si costruisce tanto sull’immagine di grandi musei o collezioni aperte, come può essere percepita Parigi, né su un sistema più concentrato come Torino.

Milano si misura sulla continuità del lavoro. Esiste una rete molto attiva di istituzioni, spazi indipendenti, fondazioni e gallerie che dialogano tra loro, rendendo la città particolarmente fertile, anche se meno “spettacolare” rispetto ad altre capitali.

Il contributo di un collezionista può essere proprio quello di rafforzare queste energie: sostenere progetti, creare connessioni internazionali, offrire piattaforme. CIRCOLO nasce anche con questa intenzione — inserirsi in un ecosistema già vivo e contribuire ad ampliarlo.

Nicole Saikalis Bay

GNM: Nel costruire questa mostra, il dialogo con artisti come Joana Hadjithomas & Halil Joreige e Lamia Joreige sembra restituire una riflessione profonda su memoria, identità e storia contemporanea del Libano. Qual è stato il filo conduttore che ha guidato le sue scelte e in che modo la Fondazione si pone come piattaforma per amplificare queste narrazioni oggi, anche in un contesto internazionale come la Biennale di Venezia?

NS: Il filo conduttore della mostra nasce da una riflessione su Beirut come luogo di stratificazioni, attraversato da storie che continuano a riemergere e a trasformarsi. Il progetto prende avvio da uno sguardo sulla storia della città nell’ultimo secolo, a partire dalla caduta dell’Impero Ottomano, con le opere di Lamia Joreige che si radicano concretamente in questo contesto.

Il dialogo con artisti come Joana Hadjithomas & Khalil Joreige è stato centrale, in particolare attraverso lavori come The Battle of the Hotels e Waiting for the Barbarians, che riflettono questa tensione tra memoria e costruzione del presente. Gli artisti saranno inoltre presenti alla Biennale di Venezia nel padiglione curato da Koyo Kouoh, e siamo molto fieri di averli anche in mostra a Milano.

Le opere presentate portano con sé un peso emotivo e concettuale profondo, interrogando la possibilità stessa di immaginare il futuro. È solo attraversando questo terreno complesso e necessario che nuovi immaginari possono prendere forma.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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