A Palazzo Reale di Milano, Anselm Kiefer porta 42 grandi teleri dedicati a figure femminili tra scienza, filosofia e alchimia. Una mostra potente e scenografica che dialoga con la memoria ferita della città.
Naso in su, poi qualche passo indietro, ma questo non basta per cogliere la grandezza e la complessità del tutto. Entrare nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale di Milano significa sempre confrontarsi con la storia. Questa volta, però, ad attendere il visitatore non c’è solo la memoria del bombardamento del 1943, ma anche l’universo visionario di Anselm Kiefer.
Con “Kiefer. Le Alchimiste”, visitabile dal 6 febbraio al 27 settembre 2026, l’artista tedesco – tra i più rilevanti della scena internazionale – porta a Milano un ciclo di opere monumentali dedicato a donne sapienti, scienziate, filosofe e alchimiste dimenticate dalla storia ufficiale. Artista tedesco tra i più rilevanti della scena internazionale ed interprete inconfondibile di un passato postbellico e memorie personali, Kiefer si contraddistingue nel panorama artistico mondiale per quella grande forza espressiva che piega i materiali al fine di una narrazione potente e visionaria.
Nelle sue opere esplora temi quali la storia, la memoria individuale e quella collettiva.
Formatosi sulla scia di Beuys, quindi dal gesto alla materia, approfondisce la conoscenza della storia, delle religioni, della cabala e dell’alchimia, argomenti alla base dei suoi celebri Sette Palazzi Celesti.
Progettata per l’apertura di Pirelli Hangar Bicocca nel 2004, l’installazione permanente site-specific deve il suo nome ai palazzi descritti in un antico trattato ebraico che narra il cammino simbolico di iniziazione spirituale. Le sette torri, di 90 tonnellate ciascuna e di altezze comprese fra i 13 e i 19 metri, sono realizzate in cemento armato, utilizzando per lo stampo dei moduli angolari dei container per il trasporto delle merci.
Se i Sette Palazzi Celesti rappresentano l’apice della sua poetica artistica, poiché contengono già i suoi temi fondamentali attraverso un linguaggio materico già ampiamente apprezzato, in Le Alchimiste Kiefer sceglie di rappresentare donne sapienti per conoscenze e pratiche, scienziate, filosofe e alchimiste, dimenticate dalla storia ufficiale. Per fare qualche nome: Caterina Sforza, condottiera e alchimista del ‘400, Isabella Cortese attiva a Venezia nella seconda metà del XVI secolo ed ancora Margaret Cavendish e Marie de Bachimont.
Un Olimpo femminile, sprofondato nelle voragini dell’oblio, si staglia ora di fronte allo spettatore per mezzo di 42 giganti teleri, elaborati secondo procedure alchemiche quali combustione, ossidazione ed elettrolisi chimica, di materiali come il piombo (già utilizzato in altre opere, ad esempio nei Palazzi Celesti, poiché considerato anticamente un elemento trasformabile in oro), poi la sabbia, l’argilla, la cenere, piante e fiori secchi.
Concrezioni di materia pittorica danno forma a visi e corpi dai tratti volutamente molto espressivi o angelici, che sembrano affiorare o talvolta sprofondare, fino poi ad acquietarsi, come acqua di lago, in scenari realizzati, infine, quasi completamente in foglia d’oro.
Ed ancora una volta a Milano, un’opera site-specific d Kiefer dialoga con un contenitore sorprendente, ossia la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale.
Le cariatidi, sculture femminili utilizzate secondo l’ispirazione classica del Settecento in sostituzione di colonne o pilastri per sorreggere la trabeazione, danno il nome a questo grande salone bombardato nel 1943, che, mantenuto nel suo stato post-bellico, oggi si presenta solenne e mutilato in alcune parti. Proprio queste, che scandiscono lo spazio tra finestre e specchi lungo la parete, sembrano essere in relazione con le donne raffigurate nei teleri.
Posso immaginarne il dialogo silenzioso circa la potenza dell’oblio e la possibilità della memoria, posso ascoltare elenchi di ingredienti naturali, farmacopee antiche, davanti a questi teleri che sembrano giganteschi tarocchi, in particolare, mi ricordano quelli degli Sforza.
Nell’insieme l’impatto è fortemente d’effetto, molto scenografico e gli specchi della sala forniscono un decadente e sensuale filtro rovina, perché, diciamocelo, è tutto molto instagrammabile. Nulla di male nel condividere bellezza, sia chiaro.
Kiefer riflette il mio modo di relazionarmi con la storia e con l’attualità.
Evoca un futuro apocalittico o un passato ineludibile ed ignoto, perduto, e per questo abbondante, sapiente. Le rovine sono un nuovo inizio, proprio come nel piombo è contenuto già l’oro, secondo l’antica scienza.
Mi porto a casa questa idea, cioè che di alchemico non ci sia solo la pratica di queste donne dimenticate, e che loro possano essere un pretesto per scoprire che l’alchimia, in quanto trasformazione di un qualcosa di potenziale già presente in una forma primordiale, sia un processo che riguarda l’artista, l’umanità, la storia.
Così considero la stessa fruizione della mostra un esercizio di comprensione, dunque trasformazione, della prospettiva storica. Il punto di contatto con quella perenne sensazione di trovarmi in un punto imprecisato, tra l’ammonimento di un passato e la premonizione di un futuro che ci attende.








