Il 5 e il 6 maggio, mentre Venezia si prepara all’apertura della Biennale, l’African Art in Venice Forum torna a interrogare il sistema dell’arte. Tra la nuova alleanza con il National Museum of African Art Smithsonian e il superamento delle categorie rigide, il fondatore ci spiega perché il vero cambiamento non è farsi vedere, ma cambiare il modo in cui veniamo guardati.
C’è un momento preciso, nei giorni che precedono l’inaugurazione ufficiale della Biennale di Venezia, in cui il dibattito sull’arte contemporanea africana trova il suo centro nevralgico lontano dai padiglioni nazionali. Il 5 e il 6 maggio 2026, l’African Art in Venice Forum (AAVF) riapre le sue porte per trasformare l’urgenza di “esserci” in un metodo d’indagine profondo.
Nato nel 2017 per dare voce a chi non aveva uno spazio fisico in laguna, il Forum ha scelto quest’anno un titolo che è un manifesto: “Beyond Visibility: A Method of Inquiry”. Non si tratta più solo di mostrare, ma di capire chi narra e come. In questa intervista, il fondatore Neri Torcello ci racconta come la collaborazione con lo Smithsonian National Museum of African Art stia portando nuova linfa al progetto e perché, in un mercato sempre più rapido nel digerire nuove tendenze, sia vitale difendere uno spazio di ascolto e complessità.

Chiara Lorenzon: Il titolo di quest’anno è “Beyond Visibility: A Method of Inquiry”. Cosa implica, concretamente, superare la nozione di visibilità nel modo in cui pensiamo e studiamo l’arte africana?
Neri Torcello: Superare la visibilità significa smettere di considerarla come un traguardo. Negli ultimi anni si è lavorato molto per rendere più visibili artisti, curatori e pratiche legate al continente africano e alle sue diaspore. Ma la visibilità, da sola, rischia di essere una condizione superficiale se non viene accompagnata da un cambiamento nei modi in cui queste pratiche vengono lette, storicizzate e integrate nei discorsi più ampi.
“Beyond Visibility” è quindi un metodo: significa interrogare chi costruisce le narrazioni, con quali strumenti, secondo quali temporalità e per quali pubblici. Significa chiedersi non solo cosa viene mostrato, ma come e perché.
CL: Il Forum è nato perché molti paesi africani non hanno un proprio padiglione a Venezia. In che modo questo spazio di dialogo riesce a sostituire o a integrare quella mancanza fisica?
NT: Il Forum non sostituisce i padiglioni, né vuole farlo. I padiglioni rispondono a logiche nazionali, istituzionali e spesso geopolitiche. Il Forum nasce piuttosto come uno spazio laterale ma necessario che attraversa queste logiche.
Quello che offre è un’infrastruttura di relazione: mette in dialogo voci che altrimenti resterebbero frammentate, creando connessioni tra pratiche, territori e posizioni diverse. In questo senso integra la mancanza fisica non replicandola, ma proponendo un altro modello: fluido, non gerarchico e aperto alla complessità.
CL: Voi avete scelto di non fare mostre, ma solo di parlare e confrontarvi. Perché, secondo lei, in questo momento il dialogo e lo scambio di idee sono più urgenti della semplice esposizione di opere?
NT: Non parlerei di una gerarchia tra mostra e discorso. Le mostre sono fondamentali. Ma nel contesto della Biennale, dove la produzione visiva è già estremamente densa, abbiamo sentito la necessità di creare uno spazio di rallentamento.
Il Forum esiste per dare tempo alle idee: articolare contesti, mettere in relazione pratiche e affrontare le contraddizioni senza doverle semplificare. È uno spazio in cui il discorso non è accessorio all’opera, ma parte integrante della sua esistenza pubblica.
CL: Cosa significa per il Forum avere al proprio fianco un’istituzione come il National Museum of African Art della Smithsonian? Cosa porterà di nuovo questa partnership?
NT: È prima di tutto una collaborazione che riconosce l’importanza del lavoro discorsivo. Il National Museum of African Art (NMAfA) porta con sé una lunga esperienza nella ricerca, nella costruzione di narrazioni e nel lavoro con artisti e comunità.
Per noi è un’opportunità per ampliare il raggio del Forum, non solo in termini di visibilità, ma di profondità. Significa anche creare un ponte tra un’istituzione museale e una piattaforma indipendente, mantenendo però una chiara autonomia nel pensiero e nel formato.Infine, il lavoro sul programma insieme a Kevin Dumouchelle ha dato luogo a uno di quei rari momenti di intesa che generano affiatamento e spingono ad andare più a fondo, e più lontano, nel campo che stiamo collettivamente interrogando.
CL: Come si può raccontare l’arte africana evitando sia le semplificazioni sia le categorie rigide che spesso ne limitano la comprensione?
NT: Accettando la complessità come punto di partenza, non come problema da risolvere. “Arte africana” è già una definizione che contiene molteplici realtà, storie, lingue e temporalità.
Il rischio delle categorie rigide è quello di stabilizzare ciò che è in continuo movimento. Il nostro approccio è quello di lavorare attraverso casi specifici e pratiche situate, cioè radicate in contesti specifici ma capaci di entrare in relazione con altri, senza essere ridotte a categorie generiche, lasciando emergere le connessioni senza forzarle in narrazioni totalizzanti.
Non abbiamo un’agenda o un messaggio preconfezionato da trasmettere attraverso le parole dei partecipanti. Al contrario, vogliamo che sia proprio ciò che emerge dallo spazio che abbiamo creato a generare interrogativi, mettendo in discussione ciò che pensiamo e le narrative dominanti.
CL: All’evento partecipano molti esperti e collezionisti. In che modo il mercato dell’arte può sostenere questa missione culturale senza sminuirne il valore intellettuale?
NT: Il mercato è una parte inevitabile dell’ecosistema artistico. La questione non è escluderlo, ma renderlo consapevole del ruolo che può giocare.
Quando collezionisti, galleristi e istituzioni partecipano a questi spazi di riflessione, non sono solo attori economici, ma interlocutori culturali. Possono contribuire a sostenere ricerche a lungo termine, pratiche meno immediatamente “leggibili” e modelli di relazione più responsabili.
Il Forum diventa così uno spazio di avvicinamento alla natura relazionale dell’ecosistema artistico, e un’opportunità per interrogare il proprio ruolo e le proprie responsabilità come agenti del mercato.
CL: Dal primo Forum sono passati quasi dieci anni e migliaia di persone. Qual è il cambiamento più grande che ha notato nel modo in cui il mondo dell’arte guarda all’Africa oggi?
NT: C’è sicuramente una maggiore attenzione e presenza. Ma il cambiamento più interessante è forse meno visibile: riguarda la qualità delle conversazioni.
Oggi c’è una maggiore consapevolezza delle complessità interne, delle differenze regionali e delle storie specifiche, così come una conoscenza più articolata delle eredità precoloniali e dell’importanza delle esperienze postcoloniali.
Allo stesso tempo, emergono nuove tensioni, legate alla rapidità con cui il sistema dell’arte tende ad assorbire e normalizzare queste pratiche, con il rischio di semplificarne la complessità, privilegiare ciò che è più facilmente leggibile, estrarre elementi dal loro contesto e comprimere i tempi della riflessione critica, favorendo dinamiche di visibilità e circolazione più rapide rispetto a una crescita organica delle pratiche e delle persone.
CL: Guardando al futuro, qual è il traguardo che sogna per l’African Art in Venice Forum? Quando potrà dire che la vostra missione è stata davvero compiuta?
NT: Non credo che sia una missione da “compiere” in modo definitivo. Se dovessi immaginare un traguardo, sarebbe quello di rendere il Forum una sorta di “casa” per chi ha bisogno di tempo lento e di un registro intimo per riflettere: un luogo in cui le domande che ci poniamo oggi siano sempre diverse da quelle che ci porremo domani.
Il nostro ruolo in questa “casa” è continuare ad ascoltare chi di domande se ne fa, e creare spazi in cui possano emergere e trasformarsi nel tempo, in una dimensione collettiva, con responsabilità e apertura.







