Dentro la Dream House: Valentin Gillet e il ritorno inquieto dell’immagine digitale

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Da Parigi a Milano, la ricerca di un giovane artista francese rimette in discussione il nostro rapporto con realtà, simulazione e intelligenza artificiale

C’è stato un momento, tra il 2021 e il 2023, in cui il digitale sembrava destinato a sostituire tutto: arte, fotografia, persino l’esperienza fisica. Poi è arrivata la stanchezza. Gli NFT hanno perso centralità, l’estetica “post-internet” ha iniziato a ripetersi, e molta produzione legata all’intelligenza artificiale si è trasformata in una gigantesca macchina di immagini decorative, spesso tecnicamente sorprendenti ma concettualmente vuote.

È forse proprio per questo che Sense of Agency, la mostra personale di Valentin Gillet curata da Elisabetta Pagella e prodotta da Elena Castiglia, risulta oggi interessante: perché non usa il digitale per sedurre, ma per disturbare. E soprattutto perché non celebra la tecnologia, ma ne mette in scena le crepe cognitive.

Valentin_Gillet_Dreamhouse_filmstill

La mostra — visitabile solo per pochi giorni, dal 21 al 25 maggio — si muove come un set cinematografico collassato. Luci LED, tracking markers, green screen, scanner 3D, superfici artificiali e protesi anatomiche costruiscono un ambiente immersivo in cui il visitatore entra fisicamente dentro i meccanismi della rappresentazione contemporanea. Non si osserva semplicemente un’immagine: si entra nella sua infrastruttura.

Gillet, nato a Poissy nel 1994 e oggi basato a Parigi, arriva all’arte contemporanea dopo un lungo percorso nel mondo degli effetti speciali e della CGI, dove ha lavorato per circa dieci anni come artista 3D autodidatta prima di diplomarsi all’École des Beaux-Arts di Parigi nel 2024. Ed è proprio questa provenienza a rendere il suo lavoro diverso da molta ricerca “digitale” vista negli ultimi anni: conosce intimamente il linguaggio dell’illusione, perché ha contribuito professionalmente a costruirlo.

Valentin_Gillet_Sense_of_Agency

Nel film Dream House, cuore del progetto, il backstage della produzione virtuale diventa esso stesso immagine. Gru cinematografiche, motion capture, schermi LED e marker di tracciamento non servono più a nascondersi dietro l’effetto finale: diventano il soggetto dell’opera. La simulazione smette di essere invisibile e si espone. È una riflessione che rimanda inevitabilmente al pensiero di Vilém Flusser e alla sua idea di “pensiero strutturale”: il digitale non si limita a riprodurre il reale, ma contribuisce attivamente a ridefinirlo.

Dentro questo paesaggio artificiale si muove una figura ambigua, un giullare androgino che attraversa la scena come un sabotatore dell’illusione. Non distrugge davvero il sistema visivo che abita — perché forse non è più possibile distinguere ciò che è autentico da ciò che è già artificiale — ma ne mostra la fragilità. È qui che la mostra trova la sua tensione più interessante: non nella contrapposizione tra reale e virtuale, ormai superata, ma nel modo in cui le immagini producono senso e modificano la nostra percezione del mondo.

Foreshadowing; Virtual installation view of Sense of Agency, 2026, Paris, France.

Anche le installazioni dedicate a occhi e bocche ricostruiti digitalmente lavorano in questa direzione. Le superfici anatomiche appaiono iperrealiste e insieme profondamente disturbanti: protesi dentali, occhi privati della cornea, materiali siliconici da effetti speciali diventano interfacce emotive svuotate della loro funzione originaria. Non sono più volti, ma dispositivi percettivi.

È probabilmente questo l’aspetto più riuscito della ricerca di Gillet: la capacità di produrre immagini che sembrano familiari e contemporaneamente alienanti. Un’estetica che non cerca il consenso immediato ma una forma di attrito mentale, costringendo lo spettatore a interrogarsi non tanto su cosa stia guardando, quanto sul perché e sul come quell’immagine esista.

In questo senso, Sense of Agency segna forse una possibile direzione per la nuova arte digitale dopo la sbornia tecnologica degli ultimi anni. Non più semplice fascinazione per l’intelligenza artificiale o per gli strumenti generativi, ma utilizzo critico delle immagini sintetiche come terreno filosofico e politico. Un campo di ricerca capace di parlare di alienazione, percezione, identità e costruzione del reale.

Valentin_Gillet_Sense_of_Agency

Accanto all’artista emerge anche il lavoro curatoriale di Elisabetta Pagella, giovane curatrice e giornalista italiana basata a Parigi, già attiva tra ricerca teorica e collaborazioni con importanti gallerie italiane. La sua scrittura accompagna il progetto senza irrigidirlo in un apparato accademico, lasciando invece spazio a una riflessione aperta sul rapporto tra immagine e verità nell’epoca della simulazione permanente.

E forse è proprio questa la domanda che rimane addosso uscendo dalla mostra: se oggi le immagini non rappresentano più il mondo ma contribuiscono a costruirlo, quale spazio resta ancora per distinguere esperienza e rappresentazione?

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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