Alla Galerie Dina Vierny la prima personale francese dell’artista toscano. Un progetto curato da Giorgia Aprosio che porta nella capitale francese il linguaggio sospeso tra teatro, memoria e pittura di una delle voci emergenti dell’arte italiana contemporanea.
Parigi continua a rappresentare una delle piazze più prestigiose per la consacrazione internazionale di un artista. È qui, negli spazi della Galerie Dina Vierny di rue de Seine, nel cuore di Saint-Germain-des-Prés, che Luca Ceccherini inaugura la sua prima mostra personale in Francia. Un traguardo importante per il giovane pittore toscano e, allo stesso tempo, una significativa affermazione per la curatrice e critica d’arte italiana Giorgia Aprosio, che firma il progetto curatoriale e il testo critico che accompagna l’esposizione.
Intitolata Grammelot e visitabile dal 5 giugno al 1° agosto 2026, la mostra presenta un nucleo di opere inedite realizzate appositamente per questa occasione. Il titolo richiama il celebre linguaggio teatrale reso noto da Dario Fo: una forma di comunicazione costruita attraverso suoni, gesti, ritmi e intuizioni che riesce a trasmettere significati senza ricorrere alle parole. Un concetto che diventa la chiave di lettura dell’intera ricerca di Ceccherini.

Nato ad Arezzo nel 1993 e oggi attivo a Torino, Ceccherini porta nella propria pittura una formazione che nasce dal teatro prima ancora che dalle arti visive. Le sue figure sembrano infatti occupare lo spazio della tela come attori su un palcoscenico: presenze fisiche, enigmatiche e familiari allo stesso tempo, immerse in paesaggi che evocano la Toscana delle origini e una memoria collettiva che sfugge a ogni precisa collocazione temporale.
Nelle sale della galleria sfilano acrobati, mangiafuoco, indovini, giullari, funamboli e imbroglioni. Personaggi che appartengono all’immaginario popolare e alla tradizione della Commedia dell’Arte, ma che nelle mani dell’artista diventano archetipi universali. Figure sospese tra realtà e racconto, capaci di evocare storie che tutti conosciamo senza averle necessariamente vissute.
Il contributo curatoriale di Giorgia Aprosio si rivela particolarmente efficace nel mettere in luce questa dimensione narrativa e antropologica della pittura di Ceccherini. Nel suo saggio, la curatrice individua nel concetto di grammelot una metafora perfetta per comprendere il lavoro dell’artista: una pittura che non spiega, non descrive e non impone interpretazioni, ma che agisce attraverso intuizioni, memorie e riconoscimenti inconsci.

È anche grazie a questa lettura che la mostra riesce a superare la dimensione puramente estetica per trasformarsi in una riflessione sul linguaggio stesso dell’arte. Le opere di Ceccherini sembrano infatti suggerire che esistano forme di comunicazione più profonde delle parole, capaci di attraversare epoche, culture e generazioni.
Tra le tele esposte emergono lavori di grande formato come Acrobata, Il carretto dell’indovina e Il taglio della veste, accanto a opere più intime che invitano a una visione ravvicinata. In tutte ritorna la medesima tensione tra racconto e mistero, tra memoria e invenzione, tra citazione colta e immaginario popolare.
La scelta della Galerie Dina Vierny non è casuale. Fondata da una delle figure più importanti del collezionismo e della promozione artistica del Novecento francese, la galleria rappresenta un contesto particolarmente significativo per un artista che costruisce la propria ricerca sul dialogo tra tradizione e contemporaneità.

Per Luca Ceccherini si tratta di un passaggio importante nel percorso di internazionalizzazione già avviato negli ultimi anni tra mostre, residenze e progetti espositivi in Italia e all’estero. Ma è anche una bella affermazione per una nuova generazione di professionisti italiani della cultura. La collaborazione tra l’artista toscano e Giorgia Aprosio dimostra infatti come talento artistico e qualità curatoriale possano trovare spazio e riconoscimento anche in una delle capitali culturali più competitive del mondo.
Con Grammelot, Parigi accoglie così non soltanto la prima personale francese di Luca Ceccherini, ma anche una riflessione sulla forza universale delle immagini e sulla capacità dell’arte di parlare una lingua che precede le parole. Una lingua antica, intuitiva e profondamente umana.




