Un abuso edilizio demolito in Sicilia, il confine della Palestina trasformato in melodia, e un cielo stellato condiviso tra Venezia e Gaza: il terzo e conclusivo atto di un progetto radicale debutta il 12 giugno alla Gervasuti Foundation
C’è qualcosa di profondamente insolito nel punto di partenza di questo progetto. Non uno studio d’artista, non una residenza creativa, non una commissione istituzionale. La Trilogia delle Ombre di Sasha Vinci nasce dalla demolizione di un abuso edilizio a Scicli, in Sicilia, di fronte alla chiesa rupestre di Santa Maria di Piedigrotta, un edificio fuori legge che per anni aveva oscurato una delle testimonianze architettoniche più suggestive del territorio ibleo.
Abbattere per restituire. Sottrarre per fare spazio. Da questo gesto, radicale e quasi paradossale per un artista, si dispiega un percorso in tre atti che arriva ora al suo epilogo veneziano, in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.
Tre atti, tre attraversamenti
Il primo atto, Il Peso delle Ombre, è stata la performance stessa della demolizione: un rito laico in cui l’arte si è fatta azione civile, restituendo alla comunità di Scicli non solo la vista sulla chiesa, ma un nuovo spazio di relazione che diventerà Teatro Vivo, un hub culturale dove tutti i materiali recuperati saranno riutilizzati in chiave di sostenibilità.
Il secondo atto, La Terra delle Ombre, è approdato al Padiglione Nazionale della Repubblica Unita di Tanzania, uno dei contesti più vivaci di questa Biennale, sotto il titolo Minor Frequencies: The Inner Life Of A Nation, a cura di Lorna Benedict Mashiba, Martina Cavallarin. L’installazione intreccia video, suono e scultura, rielaborando simbolicamente i materiali e i concetti nati dall’abbattimento.
Ora, il terzo e conclusivo capitolo: La Luce delle Ombre, un solo show site-specific alla Gervasuti Foundation at Supernova (Cannaregio 3218/A), visitabile dal 13 al 21 giugno, con inaugurazione venerdì 12 giugno alle 18:30.
Il confine che canta
Al cuore dell’installazione c’è un’idea musicale di straordinaria potenza concettuale. Vinci prende il confine territoriale della Palestina del 1946 e lo inserisce in un pentagramma musicale: ogni curva geografica diventa una nota, ogni innalzamento del territorio un cambiamento tonale, ogni restringimento una tensione armonica. Ne nasce Il Canto della Palestina, realizzato in collaborazione con il musicista Vincent Migliorisi — una melodia ciclica che, scelta deliberatamente sulla nota FA (l’alba del circolo delle quinte nella simbologia musicale), non trova mai una vera risoluzione. Proprio come la storia palestinese.
Non è propaganda, né illustrazione. È trasfigurazione poetica: la cartografia, storicamente uno strumento di sottrazione e controllo, si rovescia e diventa voce, respiro, esistenza dichiarata.
Due cieli, una stessa notte
Ma c’è un’intuizione ancora più potente al centro dell’installazione. Nella notte del solstizio d’estate, il 21 giugno 2026, le costellazioni visibili sopra Venezia saranno le stesse osservabili da Gaza. Le due città si trovano a latitudini relativamente vicine, e nessun confine terrestre può alterare questa geometria celeste.
Partendo da questo dato astronomico, Vinci ricostruisce quelle costellazioni come sculture luminose sospese nello spazio completamente buio della sala espositiva, strutture molecolari in luce Wood, destrutturate e ricomposte, che galleggiano tra Venezia e Gaza come organismi mutevoli. Il dolore si trasforma in presenza luminosa. L’astronomia diventa testimonianza politica.
Il peso della gioia
L’inaugurazione del 12 giugno sarà arricchita da una performance inedita, irripetibile, perché non verrà replicata durante il periodo espositivo. Ispirata alla Pasqua di Scicli, la festa dell’Uomo Vivo, in cui la statua del Cristo risorto viene sollevata, scossa e trascinata dalla folla in un’esplosione collettiva di fede carnale, Vinci capovolge il segno di quella gioia. Indossa sulle spalle una struttura metallica che trasforma la raggiera luminosa del Cristo in un peso freddo e solitario. Lo stesso simbolo di rinascita e comunità, portato da un solo corpo, nello spazio chiuso, lontano dalla folla, mentre nelle orecchie risuona il Canto della Palestina.
Perché vale il viaggio
Sasha Vinci non è un artista che lavora per compiacere. La sua ricerca, che negli anni lo ha portato dalla Reggia di Caserta al MANN di Napoli, dall’Università di Silpakorn a Bangkok fino alla New York University, intreccia dimensione ecologica, partecipazione sociale e immaginazione politica con una coerenza rara. A rendere possibile questo progetto è Artesicura, società specializzata nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico privato, che ha scelto di sostenere la trilogia come precisa presa di posizione culturale: promuovere un’arte capace di interrogare il presente, non solo di decorarlo.
La Trilogia delle Ombre non fa eccezione: è un progetto che parte dal piccolo, da una provincia siciliana, da un gesto quotidiano e necessario, e si espande fino a toccare questioni universali. A Venezia, in questi giorni in cui la Biennale riempie ogni calle e ogni campo di arte e di persone, vale la pena cercare la Fondamenta della Sensa e varcare la soglia della Gervasuti Foundation. Lì, al buio, tra stelle sospese e una melodia che non si risolve mai, c’è qualcosa che resta.








