Fondato da Vignesh Sundaresan, il collezionista noto come Metakovan, il nuovo Art & Tech Studio inaugura Islands in the Net, una mostra che mette al centro le implicazioni culturali, sociali ed etiche dell’IA nel Sud-Est asiatico
Per alcuni è la capitale finanziaria dell’Asia. Per altri è uno dei laboratori più avanzati al mondo sull’intelligenza artificiale. Singapore, però, sta cercando di diventare anche qualcos’altro: un luogo dove l’arte contemporanea possa contribuire a comprendere gli effetti culturali delle nuove tecnologie, andando oltre l’entusiasmo per l’innovazione o la semplice corsa agli investimenti.
È con questa ambizione che nasce Padimai Art & Tech Studio, nuovo spazio inaugurato accanto al Singapore Art Museum nel distretto culturale di Tanjong Pagar Distripark, destinato a diventare un punto di incontro tra artisti, ricercatori, programmatori e scienziati.
A fondarlo è Vignesh Sundaresan, conosciuto a livello internazionale come Metakovan, imprenditore e collezionista entrato nella storia del mercato dell’arte nel 2021 con l’acquisto di Everydays: The First 5000 Days di Beeple per 69,3 milioni di dollari, una vendita simbolo della stagione degli NFT. A distanza di pochi anni, la prospettiva sembra essersi evoluta: meno attenzione alla speculazione e maggiore interesse verso il ruolo che le tecnologie emergenti stanno assumendo nella società contemporanea.
Dal 17 luglio al 16 novembre 2026, Padimai presenta Islands in the Net: Southeast Asian Futures in the Age of AI, una mostra che affronta una domanda tanto semplice quanto cruciale: quale società stiamo costruendo attraverso l’intelligenza artificiale?
Più che concentrarsi sulle prestazioni dei modelli generativi o sulla competizione tra grandi aziende tecnologiche, il progetto sposta l’attenzione sulle conseguenze concrete dell’IA nella vita quotidiana del Sud-Est asiatico. La mostra racconta come gli algoritmi influenzino ormai l’identità digitale, i sistemi di previsione, la raccolta dei dati e persino il modo in cui immaginiamo il nostro futuro.
Tra i partner scientifici figura il MIT Media Lab, presente con Future You, una piattaforma sperimentale che consente ai visitatori di dialogare con una versione di sé stessi proiettata nel futuro grazie all’intelligenza artificiale. Accanto a questa esperienza, il progetto ImpactBenchpropone invece una riflessione critica sulla valutazione dei sistemi di IA, misurandone gli effetti sul benessere umano, sull’autonomia individuale e sulla qualità della vita collettiva.
Uno dei momenti più attesi della mostra è il ritorno di Grace Quek, ingegnere informatico e figura iconica della performance art di Singapore, conosciuta anche con il nome di Annabel Chong. La sua nuova commissione, Art in the Age of Human Cloning, riprende una storica performance del 1998 per interrogarsi su questioni oggi ancora più urgenti: che cosa significa essere autori nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa? È ancora possibile parlare di originalità? E quale valore assume l’identità dell’artista quando la macchina è in grado di produrre immagini, testi e idee?
Sono interrogativi che toccano direttamente anche il sistema dell’arte. Se negli ultimi anni il dibattito sull’IA si è concentrato soprattutto sugli aspetti tecnici o normativi, oggi il confronto si sposta inevitabilmente sul terreno culturale: quello della creatività, del diritto d’autore, della memoria e della costruzione delle immagini.
Da questo punto di vista Padimai rappresenta un caso interessante anche per il collezionismo internazionale. Nato dall’esperienza di uno dei protagonisti della rivoluzione NFT, lo spazio sceglie infatti di non celebrare la tecnologia come fine, ma di utilizzarla come strumento per interrogare criticamente il presente.
Per una testata che guarda sempre più alle connessioni tra arte, innovazione e nuovi modelli culturali, esperienze come questa meritano attenzione. Non tanto perché anticipano il futuro, quanto perché dimostrano come l’arte continui a svolgere una delle sue funzioni più importanti: porre domande prima ancora di offrire risposte. E in una città come Singapore, dove innovazione e pianificazione convivono da decenni, queste domande assumono un significato ancora più rilevante.







