Nel panorama complesso, frammentato e accelerato di un’industria culturale contemporanea sempre più sottomessa all’imperativo categorico della smaterializzazione digitale, al flusso algoritmico ininterrotto che dissolve inesorabilmente l’immagine cinematografica in un eterno presente privo di spessore, di profondità temporale e di archivio tangibile, la settima arte rischia quotidianamente di smarrire la propria consistenza riducendosi a merce effimera.
È esattamente all’interno di questo preoccupante vuoto di metabolizzazione critica, estetica e sensoriale che si inserisce con forza deflagrante l’annuncio ufficiale della settima edizione di Cinemarcord, la convention nazionale interamente votata alla cultura materiale del cinema, al collezionismo d’autore e all’editoria specializzata, fissata per le giornate di sabato 12 e domenica 13 settembre 2026 nella magnifica cornice del Daste a Bergamo, dove l’archeologia industriale di una ex centrale termoelettrica sapientemente riqualificata a polo di aggregazione sociale e culturale ospiterà un appuntamento ormai imprescindibile per comprendere le trasformazioni profonde dei media contemporanei e la tutela rigorosa del patrimonio visivo.
La manifestazione, concepita intelligentemente non come una banale fiera commerciale o come un mercatino d’occasione per cinefili incalliti e nostalgici, ma come un osservatorio privilegiato di altissimo profilo teorico, filologico e storiografico, alza nettamente l’asticella del dibattito culturale italiano contrapponendosi frontalmente alla dittatura dell’istante digitale, attraverso la rivalutazione del supporto fisico e della memoria documentaria, offrendo a studiosi, ricercatori, appassionati, filmmaker, e collezionisti una duplice direttrice operativa che sappia coniugare in un perfetto equilibrio alchemico la mostra-mercato più raffinata e selettiva — vero e proprio scrigno ineguagliabile di manifesti originali d’epoca firmati dai grandi cartellonisti, fotobuste d’autore, pressbook introvabili, memorabilia, colonne sonore originali in vinile e rarità editoriali gelosamente sottratte ai circuiti omologati della grande distribuzione — ad una programmazione culturale incentrata su incontri, conferenze e dialoghi serrati con i giganti storici del nostro cinema.
Questi ultimi trovano sul palco del Daste uno spazio fertile per affidare la propria inestimabile testimonianza orale, tecnica e autoriale non ad una stucchevole celebrazione autoreferenziale, ma alla densità di un ascolto critico e competente, magistralmente mediato dalla voce di autorevoli critici cinematografici capaci di restituire al pubblico presente un vero e proprio capitolo di storiografia vissuta.
Il parterre d’eccezione, nel corso delle edizioni e in questa sesta ricorrenza, annovera maestri assoluti come Pupi Avati, Maurizio Nichetti, Bruno Bozzetto, Sergio Martino, Lamberto Bava, Ruggero Deodato, Enzo G. Castellari, Aldo Lado, Neri Parenti e Antonio Bido, affiancati da leggendari compositori di colonne sonore che hanno scolpito indelebilmente l’immaginario collettivo come Pino Donaggio, Vince Tempera, Simon Boswell, i fratelli Guido e Maurizio De Angelis, Claudio Simonetti con i suoi Goblin e i componenti de i La Bionda, oltre a icone indiscusse dello schermo come Franco Nero, Enrico Beruschi, Luc Merenda, Valeria D’Obici, Mirella Banti, Lucia Montanaro, Mirella D’Angelo e David Brandon.
Accanto a questo asse testimoniale di primissimo piano, Cinemarcord compie un’operazione di straordinaria lucidità politica, culturale ed estetica accendendo i riflettori sulla critica militante e sull’editoria cinematografica indipendente, eretta a baluardo insostituibile contro la dispersione ipermediale e a strumento cardinale per la formazione dello sguardo critico, dimostrando inequivocabilmente come il libro di cinema, la saggistica rigorosa e la rivista specializzata rappresentino presidi di resistenza intellettuale imprescindibili per la ricerca accademica e per la tenuta civile della memoria collettiva.
L’identità visiva dell’intero evento, dominata da un gioco cromatico tra il bianco, il nero e il rosso fiammante della “A” centrale che inequivocabilmente evoca l’archetipo felliniano di Amarcord, dialoga in perfetta sintonia strutturale con l’architettura post-industriale del Daste, ribadendo simbolicamente che la custodia del passato non deve mai tradursi in un esercizio museale passatista, bensì in una dinamica viva di rigenerazione e di fecondazione attiva del presente.
Cinemarcord smantella definitivamente gli stereotipi legati alla figura del collezionista inteso banalmente come accumulatore compulsivo o feticista della pellicola, elevando ogni singolo reperto — che si tratti di una locandina che documenta le strategie comunicative e ideologiche di un’epoca, di uno scatto di set che fissa l’istante irripetibile della creazione artistica o di una rivista di critica dimenticata che custodisca dibattiti accesi — al rango di documento storico fondamentale e di fonte archivistica insostituibile.
La risposta del pubblico è entusiastica, numericamente crescente e qualitativamente eterogenea: una costante evoluzione che vede affiancarsi ai collezionisti storici una nuova e fervida generazione di giovani spettatori, studenti universitari, ricercatori e operatori del settore, certificando in modo inequivocabile la vitalità straordinaria di un modello culturale unico nel panorama italiano, capace non di competere concorrenzialmente con i grandi festival ma di completarli armoniosamente, occupando uno spazio prezioso ad alta vocazione divulgativa.
In definitiva Cinemarcord si configura non soltanto come un evento imperdibile per addetti ai lavori e per cinefili esigenti, ma come vero e proprio atto di resistenza civile e culturale: la dimostrazione tangibile che finché esisteranno luoghi d’incontro e di pensiero collettivo capaci di far dialogare fecondamente la materia tangibile dell’immagine cinematografica con la profondità dell’analisi critica, il cinema continuerà a possedere non soltanto un passato glorioso da venerare con devozione filologica, ma soprattutto un futuro denso di senso e di visione, da edificare giorno dopo giorno attraverso la salvaguardia appassionata e rigorosa dei suoi beni materiali.







