Giacomo Nicolella Maschietti: la curiosità, il mercato dell’arte e il bisogno di raccontare storie

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“Vedere cose nuove tutti i giorni e raccontarle”. Potrebbe essere questa la frase che meglio riassume il percorso professionale di Giacomo Nicolella Maschietti, il nostro direttore, ospite della tredicesima puntata di Una cura per l’arte, il podcast di ANSA condotto da Diego Randazzo.

Una conversazione che parte da lontano e che, più che una semplice ricostruzione professionale, diventa un ragionamento sul giornalismo, sul mercato dell’arte e sul modo in cui oggi raccontiamo e interpretiamo il sistema dell’arte contemporanea.

Perché, prima ancora che giornalista, Giacomo si definisce “curioso”. Una parola che accompagna il suo percorso fin dagli anni dell’università e che torna più volte nel corso dell’intervista. Il riferimento è a Jules et Jim di François Truffaut, dove alla domanda su cosa si voglia fare nella vita la risposta è proprio “il curioso”: una definizione nella quale Nicolella Maschietti dice di essersi sempre riconosciuto. La curiosità come possibilità di vedere cose nuove ogni giorno, incontrare persone, raccogliere storie e raccontarle.

È questo, in fondo, il cuore della sua idea di giornalismo. Non soltanto riportare una notizia, ma trovare un punto di vista, entrare in relazione con le persone, raccogliere esperienze e trasformarle in racconto.

Giacomo Nicolella Maschietti

Nell’intervista emerge anche una concezione del giornalista come “stregone”, attraverso il riferimento a Hemingway e a Indro Montanelli: giornalisti capaci di costruire un racconto, di arricchirlo, di trasformare ciò che hanno visto o raccolto in una storia capace di arrivare al lettore. “Stregone” diventa così, con una certa ironia, una professione tutt’altro che negativa: quella di chi sa dare forma alle storie.

È anche per questo che Giacomo rivendica innanzitutto la propria identità di giornalista. Un mestiere cambiato profondamente nel corso degli anni, ma fondato su un principio che non dovrebbe diventare obsoleto: raccontare storie.

Ed è proprio questa necessità di raccontare che diventa particolarmente interessante quando si parla di mercato dell’arte.

Giacomo Nicolella Maschietti ne parla come di un settore che non può essere ridotto alla sequenza di prezzi, aggiudicazioni annuali e oscillazioni. I numeri sono fondamentali, ma il mercato può essere anche una lente attraverso cui scoprire o riscoprire artisti e periodi storici.

Le dinamiche del mercato raccontano infatti anche le trasformazioni del gusto, le riscoperte, le mode e le vere e proprie fiammate speculative. Artisti dimenticati per anni possono tornare improvvisamente al centro dell’attenzione, raggiungere quotazioni importanti e, in alcuni casi, ritrovarsi successivamente con un mercato molto diverso da quello che li aveva portati al successo.

È questa la ragione per cui, secondo Nicolella Maschietti, il mercato dell’arte non può essere letto esclusivamente come una questione finanziaria: altrimenti il lavoro di chi lo racconta rischierebbe di diventare più vicino a quello di un agente immobiliare che a quello di un giornalista.

Sotheby’s Masterpieces from the Lewis Collection and Contemporary and Modern Art Evening Auction, Credit Rayan Bamhayan (courtesy Sotheby’s)

Il mercato, dunque, è uno strumento. E anche quando parlare di denaro può apparire quasi una “volgarità”, resta uno strumento importante per comprendere il sistema dell’arte.

Ma se il mercato racconta una parte del sistema, non può essere separato dal modo in cui l’arte viene comunicata.

Nel corso della conversazione si parla del rapporto tra mercato, critica e curatela e della progressiva perdita di forza della critica indipendente. Un problema che riguarda anche il linguaggio utilizzato per parlare di arte.

Giacomo mette in discussione quella tendenza a definire “bellissimo” tutto ciò che viene proposto, senza esercitare necessariamente uno sguardo critico. Una frase che sintetizza una riflessione più ampia sulla comunicazione dell’arte contemporanea e sulla necessità di non dare per scontato che ogni opera, mostra o progetto debba essere necessariamente celebrato.

Da qui anche la critica a un certo linguaggio curatoriale che, invece di avvicinare il pubblico all’opera, rischia di allontanarlo. Per Giacomo, il compito del curatore dovrebbe essere soprattutto quello di individuare ciò che merita di essere raccontato e portarlo alla luce, non complicarlo attraverso un linguaggio inutilmente distante.

Tra i passaggi più interessanti dell’intervista c’è poi la riflessione sul futuro dell’arte italiana e sul rapporto con il mercato internazionale.

Se alcune grandi figure dell’arte italiana del secondo Novecento hanno raggiunto una posizione consolidata sulla scena internazionale, la situazione appare più complessa per le generazioni successive. Il sistema globale ha infatti ampliato enormemente la circolazione degli artisti, ma secondo Giacomo ha prodotto anche un effetto collaterale: la perdita delle caratteristiche locali.

La globalizzazione ha mescolato le carte al punto che, osservando oggi un’opera online, può diventare difficile riconoscere la provenienza culturale dell’artista. Non sempre è immediato capire se ci si trovi davanti al lavoro di un artista sudafricano, canadese o australiano.

Il confronto con il passato è significativo. Quando Enrico Castellani dialogava con un artista orientale negli anni Sessanta e Settanta, nelle opere erano ancora chiaramente leggibili due storie, due tradizioni, due contesti culturali differenti. Oggi, invece, questa specificità rischia di essere sempre più difficile da individuare. La globalizzazione ha avvicinato i mercati e i linguaggi, ma può aver fatto perdere parte della personalità territoriale dell’arte.

Alla fine, però, il filo che lega tutti questi temi torna a essere quello da cui l’intervista era partita: la curiosità.

La cura, per Giacomo Nicolella Maschietti, significa soprattutto prendersi cura delle proprie passioni. Continuare a coltivarle, anche quando non producono necessariamente un risultato immediato, e lasciare spazio a ciò che permette di vivere esperienze, incontrare persone, leggere, scrivere, suonare, imparare.

È un’idea che riguarda anche il lavoro nell’arte: prendersi cura dei talenti, delle proprie inclinazioni e di quella curiosità che permette di continuare a guardare il mondo con attenzione.

E forse è proprio qui che giornalismo, arte e mercato tornano a incontrarsi: nella necessità di guardare, capire e raccontare. Perché dietro una quotazione, un artista, una mostra o un cambiamento del mercato c’è sempre una storia. E per raccontarla, prima di tutto, bisogna continuare a essere curiosi.

La tredicesima puntata di Una cura per l’arte, con Diego Randazzo e Giacomo Nicolella Maschietti, è disponibile sul sito ANSA, su Spotify e sulle principali piattaforme di ascolto.

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