A Palazzo Poli una mostra di opere inedite su carta e cartone racconta il rapporto dell’artista rumeno con la città, tra Piranesi, memoria e reinvenzione contemporanea.
Adrian Ghenie è stato, negli ultimi quindici anni, uno dei pittori più importanti e riconoscibili della scena internazionale. Nato a Baia Mare, in Romania, nel 1977, rappresenta una delle interpretazioni più originali dell’eredità espressionista nella pittura contemporanea europea: una pittura fisica, inquieta, capace di confrontarsi con la storia e con l’immaginario del Novecento attraverso una materia continuamente sottoposta a cancellazioni, deformazioni e ricostruzioni.
Basterebbe ricordare The Arrival, uno dei suoi lavori più celebri, dedicato a Josef Mengele e ispirato alla fotografia che ritrae il criminale nazista al suo arrivo in Brasile. Nelle mani di Ghenie quella fotografia storica perde la sua funzione documentaria e diventa una presenza quasi mostruosa, una figura dissolta nella materia pittorica. È un procedimento che attraversa gran parte della sua ricerca: la realtà non viene rappresentata, ma sottoposta a un processo di trasformazione nel quale memoria, immagine e pittura finiscono per coincidere.
È con questa consapevolezza che Adrian Ghenie. Capricci romani, dal 25 settembre al 15 novembre 2026 a Palazzo Poli, assume un interesse particolare. La mostra, ideata da Alessandra Borghese e promossa dalla Fondazione Ghenie Chapels – Mecenatismo per l’Arte e dall’Istituto Centrale per la Grafica, è curata da Fabio De Chirico e Pier Paolo Pancotto e riunisce opere inedite su carta e cartone realizzate appositamente per il progetto.
Il titolo indica già la direzione della ricerca. Il «capriccio» è infatti uno dei generi più fertili della tradizione artistica europea: un paesaggio nel quale architetture reali, rovine, elementi immaginari e invenzioni dell’artista possono convivere senza l’obbligo della descrizione fedele. Ed è proprio attraverso questo genere che Ghenie affronta Roma, una città nella quale vive e lavora, nel suo studio lungo la via Appia.
La Roma di Ghenie non è però quella monumentale e celebrativa. È una città osservata nei suoi dettagli, nelle pietre, negli acquedotti, nella campagna, nelle rovine che emergono dal paesaggio contemporaneo. Una città che diventa progressivamente scenario mentale. Il riferimento a Giovanni Battista Piranesi è inevitabile, ma il confronto non si traduce in una semplice citazione: Ghenie riprende la libertà inventiva del capriccio per trasformarla in uno strumento contemporaneo di riflessione sulla memoria.
In questo senso, il lavoro curatoriale di Pier Paolo Pancotto assume un ruolo particolarmente significativo. Tra i curatori più attenti e originali attivi negli ultimi anni, Pancotto ha costruito una parte importante della propria ricerca proprio intorno alla capacità di mettere in relazione artisti, luoghi e differenti momenti della storia dell’arte senza ridurre il contemporaneo a una semplice illustrazione del passato. In Capricci romani questo approccio permette di leggere il rapporto di Ghenie con Roma non soltanto come un tema iconografico, ma come un confronto più profondo con una tradizione che continua a produrre immagini.
Le opere sono realizzate prevalentemente a carboncino e nascono attraverso un processo di accumulo e cancellazione. La superficie viene lavorata, abrasa e nuovamente costruita, fino ad assumere una densità che avvicina il disegno alla pittura. Le architetture inventate, i frammenti antichi e le presenze fantastiche non costruiscono così un paesaggio riconoscibile in senso tradizionale, ma una sorta di geografia della memoria.
«Quando cammino in via Appia vedo i dettagli di una pietra con una scritta antica; la studio e penso a come poterla rappresentare», racconta Ghenie. Il suo interesse è proprio quello di sottrarre questi elementi a una visione convenzionale della romanità, per portarli «all’interno di un’opera d’arte contemporanea». La domanda che ne deriva è tutt’altro che archeologica: come può un’immagine appartenente a un passato remoto continuare a produrre significato nel presente?
Anche la collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica nasce da questa domanda. Durante una residenza presso l’antica Stamperia dell’Istituto, Ghenie ha lavorato con i calcografi Fabio Ascenzi e Matteo Maria Borsoi alla realizzazione di una nuova acquaforte, ottenuta a partire da un dettaglio del dipinto dedicato al martirio di Padre Pino Puglisi, realizzato dall’artista nella chiesa della Madonna della Mazza a Palermo. L’opera, completata attraverso l’acquaforte e un intervento a secco con carboncino, sarà presentata in mostra ed entrerà successivamente nelle collezioni permanenti dell’Istituto.
Il confronto è particolarmente coerente con la storia di Palazzo Poli. L’Istituto Centrale per la Grafica conserva infatti uno dei patrimoni più importanti al mondo nel campo dell’incisione, con quasi 24.000 matrici calcografiche e circa 45.000 stampe storiche, oltre a fondi fondamentali come quello dedicato a Piranesi. La mostra di Ghenie si inserisce così in una più ampia riflessione dell’Istituto sull’immagine di Roma e sulla sua continua trasformazione, proseguendo una linea di ricerca che negli ultimi anni ha affrontato la Via Appia, la rappresentazione della città e il fascino esercitato da Roma sugli artisti europei.
Per Ghenie le rovine diventano, infine, qualcosa di più di un repertorio formale. In una contemporaneità dominata dalla produzione incessante di immagini e dalla tecnologia, sono tracce fisiche della durata, testimonianze di ciò che sopravvive alla propria epoca. Un memento mori che l’artista trasforma però in materia viva.
È forse questa la peculiarità dei suoi Capricci romani: non raccontare Roma, ma usarla come dispositivo per interrogare il rapporto tra passato e presente. La città eterna diventa così una città da reinventare, e il capriccio – genere antico, libero e visionario – torna a essere uno strumento sorprendentemente contemporaneo.
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