L’Estetista (non) Cinica: dentro la collezione d’arte di Cristina Fogazzi

del

Colleziona arte contemporanea, si fa ore di treno per una mostra, gira per gallerie e conosce le sale dei grandi musei abbastanza bene da avere un’opinione su come sono allestite.

Per quasi tutti, però, Cristina Fogazzi è l’Estetista Cinica: la donna che ha convinto un milione di italiane a comprare delle bende drenanti su Instagram.

Ha scritto anche un libro sui luoghi dell’arte italiana e sostiene, senza troppa retorica, che guardare i quadri le abbia curato l’ansia.

Bresciana (ci tiene), classe 1974, comincia a lavorare in un centro estetico, si appassiona al mestiere, si specializza, e nel 2009 apre a Milano il suo istituto, BellaVera.

La crisi arriva subito dopo: per raccontarla, e provare a riempire le cabine vuote, nel 2013 apre un blog e una pagina Facebook con uno pseudonimo che è già una dichiarazione di intenti: Estetista Cinica. Scrive di cellulite senza promettere miracoli, smonta il marketing del settore mentre ci lavora dentro, e parla alle donne dicendo le cose come stanno. Funziona.

La parte iniziale del suo successo viene proprio dall’averci messo la faccia e di essere riuscita a creare una community numerosissima, si chiamano “fagiane” in gergo tecnico.

Il resto ovviamente lo hanno fatto i prodotti, non si raggiungono fatturati così alti solo con i follower: nel 2015 fonda VeraLab.

Dieci anni dopo l’azienda fattura circa 75 milioni di euro, ha superato i 150 dipendenti — erano una quindicina prima della pandemia — e nel 2025 ha aperto una decina di negozi fisici.

Fogazzi è una delle poche imprenditrici italiane che dichiara il proprio fatturato ad alta voce, e che ha fatto notare come il fastidio suscitato da questa abitudine sia direttamente proporzionale al fatto che a dirlo sia una donna che vende creme.

Sa anche di essere stata accostata a Wanna Marchi, e la cosa la diverte quanto basta.

Cristina la faccia ce la mette ancora, forse più di prima. Non ha paura di esporsi anche su temi di attualità e riesce ad innescare polemiche social anche senza averne avuto l’intenzione. D’altronde chi fa sbaglia, e questo proverbio penso possa chiudere anche le tante polemiche che hanno accompagnato le sue imprese negli anni.

Non è mancata, infatti, di recente, una polemica sul fatturato della sua azienda, che ha chiuso il bilancio 2025 con una perdita di 3 milioni, scatenando sui social platee di “esperti” che la davano già per fallita (con una certa soddisfazione).

Qui di bilanci non ci occupiamo, ma possiamo certamente dire che chi fa imprenditoria conosce fasi alterne e definire fallita un’imprenditrice che ha costruito un’azienda da milioni di euro è quantomeno superficiale.

Ma torniamo all’inizio, quando raccontavamo della passione di Cristina Fogazzi per l’arte. Nel 2022 per Rizzoli pubblica Il mio Grand Tour. Storie di luoghi, di arte e di ansia: un itinerario in una quarantina di luoghi italiani — chiese, musei minori, capolavori fuori mano — intrecciato a una sorta di autobiografia.

Si apre con la domanda che l’autrice mette in bocca al lettore prima che sia lui a farla: può un’estetista scrivere un libro sui luoghi dell’arte?

La risposta è il libro stesso e l’ironia preventiva è la stessa strategia con cui ha costruito tutto il resto.

Nel mentre, la collezione è cresciuta. Arte contemporanea soprattutto, comprata con l’ostinazione di chi non viene dal mondo dell’arte e quindi non deve niente a nessuno: né ai galleristi, né alle mode, né all’idea che il collezionismo sia una cosa che si eredita.

È di questo che abbiamo parlato — di cosa guarda, di come compra, di cosa significa entrare in un sistema che per definizione decide chi può stare dentro. E posso affermare senza dubbio alcuno che Fogazzi non è una collezionista cinica.

Maria Letizia Tega: Sei conosciuta da milioni di persone come l’Estetista Cinica. Ma c’è un’altra Cristina, quella che frequenta musei, segue artisti, compra opere. Quando è nata questa passione?

Cristina Fogazzi: La passione per l’arte davvero ce l’ho da sempre, è proprio una cosa di pancia. Mentre l’arte contemporanea ho dovuto studiarla.

Quando visiti una galleria e vedi un lavoro contemporaneo devi capire che cosa stai guardando. Certo, magari un’opera è molto bella anche solo visivamente ma è necessaria una mediazione in cui ti viene raccontato qual è il lavoro dell’artista.

Alla Galleria Continua ho visto le opere di un artista cubano che lavora con gli ami delle reti marine, dove il mare è fatto tutto di rami, di ami e di reti intrecciati che ricreano l’effetto del mare, era una metafora legata alla difficoltà di lasciare Cuba, ma senza un’intermediazione appunto, perdi sempre qualcosa del significato.

MLT: Il tuo primo acquisto te lo ricordi?

CF: La prima opera che ho comprato è stata una foto dei Masbedo, semplicemente perché mi piaceva.

Mi sembra la motivazione più sensata per l’acquisto di un’opera. Ho letto che in un’intervista su Artribune ti sei definita una collezionista microscopica, ovvero compri per te stessa, mai per investimento, mai per trend. Mi confermi quindi che non hai un metodo, un consulente, segui il cuore?

Sì, puro cuore. Se vedo delle cose che mi piacciono, vado su quello. Però poi c’è anche un altro tema: un conto è quello che piace, un altro è quello che decidi di metterti in casa, quello che ti fa piacere avere e vedere ogni giorno. Ci sono delle opere incredibili che magari in casa non metteresti, perché magari sono tremendamente angoscianti… io non ho un hangar o una Fondazione, lì ovviamente tieni i pezzi con una logica diversa. Ci sono delle opere incredibili che però, insomma, vederle ogni mattina quando ti alzi…

MLT: Sia sul tuo profilo instagram che in varie interviste hai raccontato di avere a casa una nuvola di Erlich e opere dei Masbedo. Trovi che ci sia qualcosa che li accomuna? Illusione e percezione potrebbero essere un filo conduttore?

CF: Tutto il lavoro di Erlich è sull’illusione, sulla percezione. E mi piace tantissimo questa caratteristica, trovo geniale che nell’epoca della fotocamera frontale nei telefonini lui produca sempre opere che ti fanno pensare che una cosa è in un modo invece è completamente diversa. Però no, io non vedo cose in comune con i Masbedo, loro hanno un lavoro molto legato alla realtà, sono sempre opere con un profondo significato sociale, soprattutto negli ultimi anni. Io ho una video installazione che si chiama “Le Voeu”, che è di un’epoca un precedente: vediamo una mano in mezzo alle meduse, poi c’è un’altra mano che la va a prendere. Tanti pensavano fosse un lavoro sui migranti, in realtà era proprio un lavoro sulla coppia. Però sì, credo Masbedo facciano sempre un lavoro impegnato, prendendo degli angoli molto particolari.

MLT: Hai altri lavori dei Masbedo in collezione?

CF: Sì, li amo molto, ho una video installazione e due grandi quadri: uno è un frame del loro video “La teoria dell’incompletezza”, e l’altro invece è l’unica opera loro che nasce proprio come foto, non è un frame di un video. sono riflessioni sulla coppia davvero ricercate, io le amo profondamente!

MLT: Si sente davvero il tuo entusiasmo e la tua passione… un altro artista che segui è Vascellari, hai qualcosa di suo in casa?

CF: Sì, ho un nido di Vascellari molto grande, sarà circa 3 metri per 2, ho la fortuna di avere una casa vecchia, con le pareti spaziose: ha pochi vani ma alti circa sei metri. Anche per questo io ho tante opere grandi, in questa casa un’opera piccola sparirebbe.

Quando le persone entrano a casa mia e vedono questa teca con dentro dei pezzi di muschio mi dicono: ma cos’è questa roba?

Poi tu gli spieghi che è il nido di un uccellino smontato e impazziscono tutti, si mettono lì a guardare il pezzetto di muschio, la mosca, l’elastichino, il pezzetto di cartina di sigaretta e stanno 10 minuti a guardare, guardano di più il nido della nuvola di Erlich, nonostante sia più scenografica. Come ti dicevo prima l’arte contemporanea ha sempre bisogno di una mediazione, o uno studio, altrimenti ci si perde tanto.

MLT: Nei lavori di Vascellari c’è molto gioco, quanto conta per te l’ironia nell’arte? Perché nella tua vita, o almeno nel tuo personaggio, è stata fondamentale

CF: Tantissimo, C’è una bellissima mostra che non sono ancora riuscita ad andare a vedere al MAXXI proprio sull’ironia nell’arte dove c’è un’opera di Nico che sono Le galline. È un cartone che si muove in una stanza e sembra che dentro ci sia una gallina, un meccanismo che fa muovere il cartone con gli stessi scatti che fa una gallina e fa lo stesso rumore. Quando era in mostra a Firenze sono andati addirittura gli animalisti a contestarlo. Se non fa ridere questo…

Di suo a casa ho anche il neon Dream/merda e poi ha una civetta di bronzo meravigliosa: anziché avere le zampe ha una mano e ha un buco nella mano e se tu guardi nel buco nella mano vedi l’occhio della civetta, Lui ha questo, gioca sempre, no?

MLT: Altre cose che hai in collezione di cui vuoi parlarci?

CF: William Kentridge! Per i miei 51 anni mio marito mi ha regalato un disegno di Kentridge, “Olympia”, splendido.

MLT: Tu hai diverse case: Brescia, Milano, anche in Liguria. Le opere che hai le dividi tra le abitazioni o sono tutte in una sola?

CF: Sono tutte a Brescia le mie opere, a Milano diciamo che sto facendo un esperimento: io amo molto le Wunderkammer per cui a Milano ho dei pezzi che vanno in questa direzione, come per ricrearne una. Per esempio ho un armadillo impagliato, è d’epoca eh, non ho foraggiato l’impagliatura. Poi ho delle conchiglie montate strane, delle pietre, un Coco de mer, però una Wunderkammer richiede un sacco di spazio.

A Milano ho anche una scultura di Pinuccio Sciola: una delle pietre che suonano che stanno vicino a Cagliari nel suo giardino, ne ho una piccola e trovo anche quello un lavoro magnifico.

MLT: Invece in azienda non hai opere? C’è chi sceglie a volte di avere opere in azienda o tu preferisci tenere per te la tua collezione?

CF: No in azienda io ho preso il calcio balilla per far giocare i ragazzi e il frigo dei gelati! Penso che in azienda sia più importante mettere qualcosa per far star bene le persone che un’opera d’arte.

MLT: Volevo sapere se c’è un’opera che hai visto, avresti potuta comprarla, non l’hai presa e te ne sei pentita

CF: Ci sono state tante cose che non ho comprato, questo artista che ho visto da Continua di cui ti parlavo prima mi piaceva un sacco, non l’ho comprato.

Innanzitutto non sapevo dove metterla, a un certo punto i muri finiscono, e poi era complesso: mi piaceva questo pezzo, che era letteralmente un pezzo di muro di una casa cubana che pesava un quintale, quindi installarla in un luogo in cui vivi è complicato. E poi era pur sempre una spesa importante, da valutare bene

MLT: Compri anche alle aste?

CF: Sì, ma ho bisogno di incaricare qualcun altro perché io mi faccio prendere dalla competizione (ndr-in realtà ci dice “mi ingarello”, che rende di più l’idea) e rischio poi di fare offerte troppo alte pur di vincere.

Recentemente c’era un’opera di Mariko Mori che desideravo all’asta, ho chiesto alla mia assistente di farla lei per me. Le ho dato un tetto però, oltre il quale non andare. Alla fine l’opera stata battuta a 90.000, io avevo fissato un tetto più basso, ma se fossi stata lì io a fare l’asta non so come sarebbe finita…

MLT: Vai alle fiere d’arte?

CF: Sai che no?  Adesso dico una cosa che rischia di essere un po’ supponente. Quello che vedi in fiera, se hai delle gallerie che segui, lo vedi anche in galleria. Se vuoi andare a Art Basel per farti due giorni a Basilea, perché i collezionisti si trovano tutti lì, si fanno le loro chiacchieratone, le loro cenone, è un discorso, però non hai bisogno di andare in fiera per forza.

Io non mi sento troppo a mio agio, non so come dirti, è un circolo di cui non faccio parte, mi piace l’arte, compro qualcosa quando lo desidero, non faccio parte di quel mondo, non mi interessa.

MLT: Sei stata alla Biennale? Cosa ne pensi del caos di quest’anno?


CF: No, non sono ancora andata, un po’ anche perché sono arrabbiata. Penso ci siano tutte le ragioni per non andare, ma mi dispiace non andare, quindi andrò, però c’erano tutte le ragioni per boicottare l’opening.

MLT: Molti collezionisti dicono che le opere che comprano raccontano chi sono… Se qualcuno entrasse a casa tua senza conoscerti che idea si farebbe di te guardando le tue opere?

CF: Beh, sono molto d’accordo. La mia collezione racconta tantissimo di me: sopra il camino il neon Dream/Merda, poi la Nuvola che ti prende in giro. Poi c’è un’opera dei Gelitin, un collettivo di artisti tedeschi che hanno fatto durante la Biennale di Venezia questa performance buttandosi nei canali, la mia opera è la foto di uno di loro che si butta nel canale. Poi vede le due poltrone giganti di Gaetano Pesce, quelle fatte a forma di donna, decisamente femministe…

MLT: Hai fatto tante iniziative per avvicinare le persone che ti seguono all’arte, dal regalare biglietti per musei meno conosciuti a ingressi per grandi mostre alle tue followers, hai scritto anche il libro… hai portato l’arte contemporanea a un pubblico che magari non ci sarebbe entrato. Ha funzionato?

CF: Ho iniziato a farlo perché mi dispiace che intorno all’arte contemporanea ci sia questa sorta di aurea di snobismo.

Le persone non si avvicinano pensando “ma io non ne capisco niente” e vivendo una brutta sensazione, è una sorta di gatekeeping e io lo trovo proprio sbagliato, perché in realtà l’arte è fatta per parlare, le arti visive sono fatte proprio per parlare a tutti. Sta nella definizione, non ti occorre saper leggere, non ti occorre conoscere una lingua straniera.

MLT: Certo, ma ha avuto successo quest’operazione?

CF: Mi sembra di sì, secondo me sì, cioè un sacco di persone hanno detto: “non avrei pensato e poi mi piace”, non ti piacerà tutto, neanche a me piace tutto. L’ultima iniziativa che abbiamo fatto è stata quella di regalare biglietti per la mostra di Kiefer a Palazzo Reale che è favolosa.

Ecco tornando alla domanda di prima, qual è l’artista che ti metteresti in casa, se te lo potessi permettere è Kiefer. Spoiler, non me lo posso permettere, manco proprio lontanissimamente.

MLT: Nel tuo libro ci sono alcune foto molto divertenti di te nei musei, ti chiedo: c’è un museo dove vorresti poter stare da sola di notte senza nessuno intorno, solo tu e le opere?

CF: Te ne do due. Uno è Galleria Borghese a Roma, l’altro è il Giardino dei tarocchi di Niki de Saint Phalle. Fare glamping lì con la tenda sarebbe magico.

Ma se io dovessi fare un regalo a qualcuno e si potesse fare, io gli regalerei di vedere Galleria Borghese vuota, perché è incredibile e se ci pensi è un luogo che era stato già concepito come villa dove tenere e mostrare una collezione.

Maria Letizia Tega
Maria Letizia Tega
Storica dell’arte, curatrice e autrice televisiva. Ha un master in economia e management dell’arte ma non lo usa mai. Diventa collezionista coatta quasi venti anni fa, quando inizia a ricevere opere in cambio di testi critici da artisti squattrinati. Dopo aver lavorato nella tv generalista oggi scrive per Rai Cultura e Rai Scuola.

Collezione da Tiffany è gratuito, senza contenuti a pagamento, senza nessuna pubblicità e sarà sempre così.

Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi approfondire ancora di più il mercato dell'arte,
puoi sostenerci abbonandoti a

News Mercato Arte

Anticipazioni, trend, opportunità e segnali nascosti del mercato dell’arte

Ogni settimana, notizie, aste e analisi scelte per chi colleziona e investe con strategia.

 

Scopri di più!

Condividi
Tags

recenti

Andrea Nacciarriti, uno stampo per il futuro

A Trecastelli, nelle colline marchigiane, il nuovo capitolo di Temporary Studios trasforma un enorme calco in vetroresina in un’opera che sembra raccontare qualcosa che...

La poesia del classico: la Galleria Salamon a BIAF

Galleria Salamon a BIAF 2026 con Luini, Gaudenzio Ferrari, Canaletto e Orazio di Jacopo: quattro secoli di pittura italiana a Palazzo Corsini.

Spazio / Circo: cinque sguardi per raccontare la Napoli che cambia

Ai Magazzini Fotografici di Napoli, dal 23 settembre, la restituzione pubblica della residenza promossa da Fondazione Beta. E nel 2027 nasce Lo Spazio, un...

Articoli correlati