Filippo Kulberg Taub, un vero “archeologo” del cinema

del

Ci sono collezioni che si possono inventariare e altre che, appena si comincia a sfogliarle, diventano impossibili da catalogare. Quella di Filippo Kulberg Taub appartiene decisamente alla seconda categoria.

Non perché sia sterminata, ma perché ogni suo oggetto sembra avere una provenienza ulteriore: prima ancora di essere un reperto cinematografico è una traccia di una persona, di una voce, di un’amicizia, di una stagione dello spettacolo italiano, di una forma di vita che il tempo ha quasi completamente cancellato.

È questo l’aspetto che forse più mi ha colpita incontrandolo, la sua collezione non nasce davvero dal desiderio di possedere il cinema ma da quello, molto più interessante e complesso, di impedirgli di scomparire. Pellicole, manifesti, fotografie, libri, lettere, dischi a 78 giri, costumi, documenti, materiali apparentemente eterogenei che nelle sue mani smettono di essere semplici oggetti e cominciano a funzionare come apparati della memoria.

Una pellicola non è soltanto una pellicola, così come un vecchio disco non è soltanto un disco. Dentro c’è qualcuno che ha parlato, recitato, cantato.

La sua collezione ha inizio dentro quella del padre Giovanni (vigile del fuoco per quarant’anni e simultaneamente collezionista per autentico vezzo intellettuale) a Santa Marinella, nella casa di Anna Fougez, una delle grandi protagoniste dello spettacolo italiano del primo Novecento.

Filippo Kulberg Taub con Gila Almagor

Qui il racconto familiare assume quasi la forma di una leggenda privata: la nonna Amelia De Fazi, per vent’anni dama di compagnia, amica e confidente della Fougez, la villa frequentata da artisti e personaggi della cultura, i racconti ascoltati da bambino, e, anni dopo, un vecchio baule riaperto dopo la morte della nonna. I ricordi di una diva che aveva saputo trasformare il proprio corpo, i propri costumi e la propria immagine in uno strumento di spettacolo e di potere divengono per un collezionista vero, qual é stato il padre di Filippo prima e lui stesso poi, preziosi cimeli di una storia, quella del cinema, che non è mai soltanto cinema, me è teatro, moda, letteratura, esoterismo, storia del costume e memoria familiare.

È la voce quasi fantasmagorica di Anna Fougez impressa su un 78 giri, è il volto di Bette Davis incontrato attraverso il racconto di Olivia de Havilland, è Anna Magnani conservata in una pellicola 16 mm e in una fotografia rimasta inedita, è il manifesto di Images di Robert Altman tenuto in casa come si tiene un ritratto di famiglia. Persino una piccola pellicola in Super 8 può diventare una sorta di “Horcrux”, ovvero un oggetto materiale capace di tenere viva una relazione, un ricordo o una persona.

È la dimensione affettiva dell’oggetto, quasi da nausea sartriana, a rendere il suo collezionismo particolarmente interessante, e ascoltandolo si nota che la sua competenza non ha mai cancellato quello stupore puro e infantile di cui parlava Munari, ma anzi lo ha reso solo più preciso. È un collezionista che sa riconoscere la natura di un supporto, che conosce la materia della pellicola, che sa quanto sia fragile e quanto sia necessario proteggerla, guardando ciò che conserva come qualcosa che si avvicina alla meraviglia. Conoscenza rigorosa e stupore fanno la differenza tra chi accantona, accumula e raccoglie e chi colleziona davvero.

Ma nel suo caso non si può neanche parlare di mero collezionismo, poiché la vicenda di Filippo Kulberg Taub è piuttosto una storia di trasmissione, da parte di un padre che consegna al figlio una passione, di una nonna che consegna alla famiglia la memoria di una donna straordinaria, di un oggetto che passa di mano in mano e che ogni volta acquista significato: è una genealogia sentimentale del reperto, nella quale il valore non coincide necessariamente con la rarità o con il prezzo, ma con la quantità di storia che in quell’oggetto è riuscita a sopravvivere.

Nel “suo” cinema, quello che per Filippo è diventato studio, ricerca, professione e ossessione, ci sono Bette Davis e Joan Crawford che lo hanno folgorato attraverso Che fine ha fatto Baby Jane?, c’è Olivia de Havilland, incontrata personalmente a Parigi, c’è Anna Magnani, ci Florinda Bolkan e Marina Cicogna, ci sono le grandi figure femminili alle quali lui ha dedicato una parte fondamentale del proprio percorso di studioso; ci sono soprattutto le pellicole, 16, 35 millimetri e Super 8, materiali che oggi rischiano di essere percepiti come reperti tecnici e che invece, osservati attraverso il suo racconto, recuperano una fisicità quasi sensuale.

La pellicola si conserva, si deteriora, si protegge dalla luce, si raffredda, si maneggia con attenzione, e quando finalmente viene proiettata, richiede tempo. In un’epoca in cui il cinema è diventato sempre più immateriale, Filippo Kulberg Taub continua a cercarlo nella sua dimensione fisica, nel peso di un manifesto, nella grana di una fotografia, nella fragilità di un supporto, nel rumore di un proiettore che torna a girare: non conserva semplicemente ciò che possiede si assume la responsabilità (ed anche il “peso”) di ciò che ha ricevuto. Intervistandolo mi sono ritrovata spesso a pensare che il cinema non finisce quando si spegne lo schermo, a volte continua in un armadio buio, dentro una bobina che aspetta da anni di essere proiettata o in una fotografia mai pubblicata. Quella di Filippo Kulberg Taub è ben oltre una collezione di oggetti: è una collezione di presenze.

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci : Com’è iniziata la tua passione per il collezionismo di pellicole cinematografiche, reperti, cimeli e, più in generale, per tutto ciò che riguarda la settima arte?

Filippo Kulberg Taub: La mia passione è iniziata grazie a mio padre, Giovanni Kulberg Taub, scomparso nel 2016. Fin da bambino mi ha trasmesso questo amore perché lui era un grande collezionista. Nonostante abbia fatto il vigile del fuoco per quarant’anni era una persona estremamente curiosa e fin da giovanissimo amava l’arte, il cinema, il teatro, soprattutto il teatro di rivista.

Filippo Kulberg Taub nel suo studio con il proiettore per pellicole 16mm Bauer P6

Mio padre era cresciuto anche con i racconti di mia nonna Amelia De Fazi, che a Santa Marinella aveva frequentato per circa vent’anni, dal 1940 fino alla morte nel 1966, la casa di una grandissima attrice e cantante di rivista, Anna Maria Pappacena Laganà, in arte Anna Fougez. La Fougez era originaria di Taranto ed è stata una figura fondamentale dello spettacolo italiano del primo Novecento. Nel 1919 E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta, scrisse per lei Vipera, una canzone che rimase profondamente legata alla figura della Fougez.

Spartito originale Lo Shimmy de le stelle, Repertorio Anna Fougez, Casa Editrice La Canzonetta, 1920/Spartito originale di Vipera, Anna Fougez, Casa Editrice Musicale, La Canzonetta, 1919

GELN: Tua nonna era quindi molto legata ad Anna Fougez?

FKT: Sì. Mia nonna Amelia De Fazi fu per molti anni la sua dama di compagnia, oltre che sua amica e confidente. Attraverso di lei mio padre entrò in contatto con quel mondo e ne ascoltò i racconti fin da giovane. Anna Fougez si era ritirata dalle scene nel 1940 e si era stabilita nella sua villa a Santa Marinella insieme al marito René Thano, ballerino di tango e figura legata anche all’esoterismo. La villa era un luogo frequentato da personaggi importanti del mondo dello spettacolo e della cultura, a casa Fougez passavano infatti grandi nomi: Guglielmo Marconi, sua figlia Elettra, ma anche artisti dell’avanspettacolo e della rivista come Alberto Sordi, Macario e Wanda Osiris.

Santa Marinella era allora una sorta di cenacolo culturale, considerata la “perla del Tirreno”: attirava scrittori, artisti e personaggi del mondo dello spettacolo. Anche Giorgio Bassani frequentò Santa Marinella, la zona è inoltre legata alla famiglia Rossellini e alla loro villa conosciuta come Villa Rossellini.

GELN: Villa Rossellini esiste ancora?

FKT: Sì, è ancora visibile. Si trova all’ingresso di Santa Marinella arrivando da Roma, e si può vedere anche dal treno. È una villa molto bella e imponente, anche se oggi non appartiene più alla famiglia Rossellini. Ho conosciuto Isabella Rossellini molti anni fa e la considero una persona eccezionale. Ha rappresentato per me un altro importante legame con la storia del cinema.

GELN: Come ti è stata trasmessa concretamente da tuo padre la passione per il cinema, soprattutto per questo peculiare tipo di collezionismo?

FKT: Da bambino ho iniziato con il cinema in casa, prima il Super 8, i filmini familiari, i piccoli proiettori, poi i cartoni animati e i film. È una cosa che molti della mia generazione hanno vissuto: vedere una pellicola girare, assistere alla proiezione, avere fisicamente tra le mani il supporto cinematografico. Mio padre mi ha trasmesso soprattutto il gusto per l’oggetto cinematografico: per la pellicola e i manifesti, per la fotografia, per i libri antichi e i documenti, per tutto ciò che può conservare una parte della memoria del cinema. E questo amore si è poi intrecciato con i racconti che arrivavano da mia nonna, con la storia di Anna Fougez.

GELN: Quali sono i reperti più importanti che hanno dato origine alla vostra collezione legata ad Anna Fougez?

FKT: Uno dei pezzi più importanti è certamente il suo libro autobiografico Il mondo parla e io passo. Anna Fougez iniziò a scriverlo nel 1930 e il volume fu pubblicato nel 1931 dalla casa editrice Pinciana di Roma. Nella nostra famiglia ne è rimasta una copia che è passata da mia nonna a mio padre e poi a me. È uno di quegli oggetti che raccontano contemporaneamente la storia di una donna, quella della mia famiglia e quella dello spettacolo italiano. Nel libro Anna Fougez parla anche di Santa Marinella come del luogo in cui poteva ritirarsi dalle scene, riposarsi e ritrovare una dimensione privata insieme al marito René Thano. Nel 1940, infatti, si ritirò dalle scene e si stabilì definitivamente a Santa Marinella.

Anna Fougez, Il mondo parla ed io passo, Casa Editrice Pinciana, 1930

GELN: Quindi Santa Marinella era il suo buen retiro?

FKT: Esattamente, era il suo rifugio. Mia nonna la conobbe proprio in quel periodo e divenne una presenza molto importante nella sua vita. Per circa vent’anni frequentò quella villa, insieme alla sorella Anna Maria De Fazi. Mio padre, quando era giovane, frequentava a sua volta quella casa e ascoltava i racconti della Fougez, era una donna sempre molto elegante, spesso vestita con le sue caratteristiche paillettes.

GEL: Anna Fougez è stata una pioniera del concetto di diva?

FKT: Assolutamente. Secondo me è stata una delle vere precorritrici del concetto di diva nello spettacolo italiano, ha creato un modello che poi è stato ripreso da moltissime artiste. Penso a Wanda Osiris, a Francesca Bertini e, in una prospettiva più tarda, anche a figure come Dalida. Non voglio dire che tutte abbiano copiato la Fougez, ma sicuramente hanno ripreso elementi di quello stile: l’uso del costume, l’eleganza, la teatralità, il rapporto con il pubblico, la costruzione dell’immagine. La Fougez era un personaggio trasversale: era cantante, attrice, interprete di rivista, ma anche produttrice, autrice e in alcuni casi interveniva direttamente nella costruzione degli spettacoli, dei costumi e dell’immagine scenica. Le fonti storiche la descrivono infatti come una figura particolarmente innovativa nel varietà italiano. Bisogna anche considerare il contesto in cui ha lavorato, ovvero un mondo prevalentemente maschile. Lei seppe costruire autonomamente la propria immagine e trasformarla in uno strumento di potere artistico e professionale, iniziò a lavorare giovanissima e fu capace di trasformarsi in una vera icona di moda, stile e spettacolo.

GELN: Tra i cimeli della tua famiglia ci sono anche dischi originali della Fougez?

FKT: Sì, ho due 78 giri originali di Anna Fougez, ereditati da mio padre. Sono oggetti estremamente rari e sto cercando di capire quale possa essere la loro migliore futura destinazione, presso altri collezionisti o veri studiosi del settore. Ascoltare oggi la voce di Anna Fougez è qualcosa di eccezionale, perché le sue incisioni sono molto difficili da reperire.

78 giri di Semplicità, Anna Fougez, 1921

A me viene spontaneo fare un parallelo con Angelica Pandolfini, soprano dell’inizio del Novecento.

GELN: Qual è il legame tra le due?

FKT: Entrambe appartenevano a una generazione di grandi interpreti femminili del primo Novecento e avevano una vocalità particolare, anche se percorsero strade artistiche molto diverse. La Pandolfini era una cantante lirica, mentre Anna Fougez si muoveva soprattutto nel teatro di varietà e nella rivista.

Quindi non parlerei di vere rivali. Erano due “prime donne” dello spettacolo ma appartenenti a mondi differenti. La storia vuole che Angelica Pandolfini fosse così insoddisfatta dell’idea di lasciare ai posteri le registrazioni della propria voce da far distruggere le matrici delle sue incisioni, questo oggi rende ancora più preziose le eventuali registrazioni superstiti. Il tema della voce e della memoria si collega anche alla letteratura: Eugenio Montale pubblicò nel 1956 la Farfalla di Dinard, una raccolta di prose e racconti, nel nostro racconto familiare questo libro è stato associato alla vicenda della voce di Angelica Pandolfini e alla ricerca dei suoi dischi da parte di collezionisti e intellettuali. Per me è affascinante proprio questo: una voce registrata su un supporto materiale che diventa un oggetto di memoria, quasi un reperto archeologico.

GELN: Arriviamo al momento in cui la vostra famiglia recupera il materiale di Anna Fougez.

FKT: Quando mia nonna Amelia morì, nel 2002, mio padre andò insieme ai miei fratelli a recuperare i suoi effetti personali nella casa della sua padrona di casa, a Santa Marinella.

Lì mio padre riconobbe un vecchio baule che apparteneva a mia nonna e lo portarono a casa dei miei genitori. Quando lo aprimmo, oltre agli effetti personali di mia nonna, gioielli, fotografie e ricordi di famiglia, trovammo una quantità enorme di materiale legato ad Anna Fougez. Era davvero una sorta di “baule delle meraviglie”: c’erano fotografie private, fotografie di scena, lettere, libri e dediche. Tra le immagini ce n’erano alcune molto particolari, come quelle della Fougez con una bambola realizzata appositamente per lei. C’erano anche fotografie del matrimonio con René Thano e numerosi documenti che testimoniano il rapporto personale tra Anna Fougez e mia nonna.

Anna Fougez e Rene Thano nel giorno del loro matrimonio

Questo materiale era stato lasciato a mia nonna con la morte della Fougez, grazie al rapporto che avevano avuto.

GELN: Nel baule c’erano anche i tarocchi legati a René Thano?

FKT: Sì, c’erano dei tarocchi particolarissimi attribuiti a Tavaglione, legati alla famiglia Fougez Thano. Questi tarocchi erano stati elaborati attraverso una particolare interpretazione di testi esoterici egizi e appartenevano alla famiglia Fougez Thano quando viveva a Santa Marinella.

Per me rappresentavano un altro punto di contatto tra cinema, teatro, esoterismo e storia del costume.

GELN: Come sei arrivato a venderli e a vendere altri pezzi importanti della tua collezione?

FKT: Nel 2024 ho conosciuto Francesco De Simone, che è il responsabile creativo delle linee donna e alta moda Armani Privé di Giorgio Armani, ma io non sapevo chi fosse.

Io sono originario di Civitavecchia, ho studiato a Roma laureandomi alla Sapienza e ho poi conseguito un dottorato di ricerca internazionale tra Tor Vergata e Israele, occupandomi per diversi anni di beni culturali.

Stavo poi cercando di acquistare casa a Roma e avevo deciso di vendere una parte della collezione di mio padre. Pubblicai alcuni annunci e fui contattato da Francesco De Simone, che era particolarmente interessato al materiale di Anna Fougez e ai tarocchi di Tavaglione. Gli vendetti quindi diversi pezzi: fotografie, lettere, corrispondenza personale, libri autografati e altri documenti, tutti relativi alla famiglia Fougez Thano. Tra questi c’erano diverse copie di Il mondo parla e io passo, alcune delle quali autografate dalla stessa Fougez e dedicate a mia nonna. Il materiale acquistato da Francesco De Simone lo spedii a Milano, presso lo showroom di Giorgio Armani. È un aspetto che mi ha molto colpito perché secondo me esiste un legame tra il mondo della Fougez e quello della moda italiana del Novecento: la Fougez aveva una grande attenzione per i costumi, i tessuti, le silhouette e la costruzione dell’immagine; Armani, a sua volta, ha sempre avuto un rapporto molto forte con la storia del costume e con l’eleganza del Novecento. Non posso affermare con certezza che esista un rapporto diretto tra lo stile di Anna Fougez e quello di Armani, ma è una mia interpretazione, una suggestione che nasce osservando i materiali.

GELN: Esiste anche un libro di Leo Pantaleo dedicato alla Fougez?

FKT: Sì, Leo Pantaleo è stato un importante collezionista e studioso tarantino legato alla memoria di Anna Fougez e alle mostre dedicate alla sua figura. Ha realizzato un volume dedicato alla Fougez, intitolato Il mondo parla io resto, che richiama evidentemente il titolo dell’autobiografia Il mondo parla e io passo.

Pantaleo aveva una grande collezione di materiali appartenuti alla Fougez, compresi abiti e costumi. Io possiedo una giacca degli anni Quaranta del marito tanguero René Thano, originale, molto bella, che conservo a Santa Marinella nella casa di famiglia assieme alla collezione di pellicole di mio padre, che spaziano dai 16 mm ai 35 mm.

GELN: La collezione di tuo padre nasce quindi legata al personaggio di Anna Fougez e quindi alcuni dei tuoi pezzi più importanti la riguardano Io però vorrei conoscere tutto quello che lui ha collezionato e che tu hai continuato a collezionare, ovvero le pellicole e i manifesti che riguardano tutti gli altri autori.

FKT: Mio padre, nonostante abbia fatto il vigile del fuoco per quarant’anni, era una persona molto curiosa, una persona che ha viaggiato per il mondo, che ha vissuto a Caracas con la madre, che ha ritrovato il padre molto grande.

Mio nonno era ebreo, proveniva dai campi di concentramento.

A me e ai miei fratelli, siamo quattro, mio padre ha lasciato in eredità una vasta collezione di libri e reperti del cinema, e ci sono anche alcuni libri particolari dedicati all’esoterismo. Per esempio un libro di una grande medium, di una grande donna che ha lanciato a livello filosofico una branca della filosofia dell’esoterismo: Madame Blavatsky. Ho un suo libro originale del 1893.

Madame Helena Blavatsky, The Key of Theosophy, The Theosophical Publishing Society, 1889

Invece per quanto riguarda le pellicole io ho aperto gli armadi nei quali sono conservate quando papà è morto, nel 2016. Quando ero bambino la passione me l’ha trasmessa mio papà e uno dei miei fratelli. Mio fratello mi fece vedere Che fine ha fatto Baby Jane? con Joan Crawford e Bette Davis, ho quindi dedicato la mia vita alla letteratura, alla filosofia e soprattutto al cinema perché queste due icone cinematografiche mi hanno folgorato.

Tramite un mio amico americano che si chiama James Wagner che lavora a Boston, lui ha lavorato per tanti anni con Jacqueline Bouvier, moglie del presidente Kennedy, e che era a sua volta un amico strettissimo della migliore amica di Bette Davis, Olivia de Havilland, quest’ultima vinse due Oscar, fece Via col vento, nel 2007 ho conosciuto a Parigi proprio lei, Olivia de Havilland. Ho la dedica sulla sua autobiografia, me la fece perché io stavo scrivendo la tesi su Joan Crawford e Bette Davis.

GELN: Per quanto riguarda tutte le altre pellicole della collezione di tuo padre, perpetrata anche da te, da che genere a che genere ha spaziato?

FKT: Papà era un grande amante del dramma e del thriller americano, avevamo insieme la passione per le grandi attrici americane, questo è quello che mi ha trasmesso. Mio fratello Alberto è del ’75, io sono dell’84, lui è partito dal cinema anni ‘70. Mio padre spaziava dal cinema americano al thriller, dal thriller al dramma, e aveva un amore per le donne del cinema, per le dive e le antidive. Quando ho vissuto in America, grazie a un progetto che ho fatto tanti anni fa, Torno Subito della Regione Lazio, un progetto tramite il quale per un periodo andavi a lavorare all’estero, in qualche casa di produzione cinematografica, ho lavorato e studiato alla New York Film Academy di Los Angeles. Ho vissuto in California e ho portato dagli archivi una copia originale in 16 mm di Pelle di serpente del 1960, con Anna Magnani e Marlon Brando. È uno dei tre film che la Magnani girò come attrice in America. Prima di questo aveva fatto La rosa tatuata, con cui aveva vinto l’Oscar come prima attrice. Ho una foto completamente inedita di Anna Magnani, è un ricordo di un’amica di famiglia che è la nipote di Sensi. Lei mi ha donato questa foto che non è mai stata pubblicata, scattata in un cinema storico di Roma degli anni Quaranta. In questa foto si vede la Magnani, la mamma di Silvia e il compagno della mamma di Silvia, che era un famoso produttore cinematografico.

Foto inedita di Anna Magnani

Quindi diciamo che la collezione di mio padre l’ho poi continuata, ho portato avanti il suo tipo di collezionismo, la sua passione, anche per i libri antichi e rari, per le prime edizioni e per i manifesti.

GELN: Parlami del manifesto davanti al quale sei stato fotografato

FKT: Questo è uno dei film del cuore per me. Era anche uno dei film del cuore di mio padre. È un film del ’72 di Robert Altman, regista che io amo particolarmente e che ha lavorato con attrici particolari: il film è Images, e Susannah York nello stesso anno vinse il premio per la migliore attrice al Festival di Cannes. È un film controverso, difficilissimo, sulla nevrosi femminile e sulla psicosi, dove tutti i ruoli sono invertiti, un po’ sulla scia di Persona di Bergman ma ancora più assurdo, che ogni volta che lo guardi lo riscopri. Il poster non c’entra molto col film in realtà, perché è stato creato per la sua versione italiana, però è originale, ed essendo l’edizione italiana uscita in differita, questo manifesto è del ’75. È il manifesto originale quattro fogli, alto due metri, e incorniciato pesa 62 kg. La famiglia Tulli, nota famiglia di vetrai che si occupa storicamente di cornici, dato che mio padre era morto lo ha voluto omaggiare con questa grande cornice a doppio vetro. Lo tengo esposto qui in sala in suo onore e ricordo.

GELN: Di questo film possiedi anche la pellicola in Super 8?

FKT: Sì, ho anche una pellicola in Super 8 molto rara, l’ho avuta in regalo da un caro amico che si chiama Michele Marino, che è uno degli ultimi grandi proiezionisti del cinema in pellicola, nonché restauratore e esperto. Anch’io posso definirmi esperto di pellicole, perché ho studiato cinema e nel cinema ho lavorato, e mi sono specializzato in beni culturali. Michele Marino ha creato ex novo per me questa pellicola, sapendo che io sono sempre stato legato a questo film e a mio padre, e di conseguenza volevo qualcosa che andasse oltre il manifesto. La pellicola rappresenta un legame che è stato creato, è una sorta di “Horcrux” di Harry Potter.

GELN: È curioso osservare come tutte queste cose che possiedi ti abbiano permesso di sviluppare delle relazioni con addetti ai lavori del mondo del cinema, veri e propri tecnici che ti hanno donato oggetti che in qualche modo hanno un legame con quello che tu già possedevi.

FKT: Assolutamente. Il mio incontro con Olivia de Havilland, per esempio, è stato fondamentale, perché grazie a quello ho potuto portare avanti la mia carriera di studioso cinematografico: tutta la vita di Bette Davis l’ho conosciuta grazie a Olivia de Havilland, che è morta a 104 anni. Poi anche con Florinda Bolkan, compagna storica di Marina Cicogna, quest’ultima è stata la prima produttrice cinematografica donna in Italia con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri con Gian Maria Volonté e appunto la Bolkan. La Cicogna ha prodotto tantissimi film, per esempio quello che secondo me, da studioso e storico del cinema, più la rappresenta la Bolkan: Le orme di Luigi Bazzoni, un regista ahimè poco ricordato. Florinda Bolkan mi ha aperto le porte del suo agriturismo nei pressi del lago di Bracciano: è una sorta di museo dove si ritrovano le sue fotografie e che lei gestisce con la sua attuale compagna. Lei ha fatto anche uno dei film di cui era più orgogliosa la Cicogna, Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi.

Fotografia con dedica personale di Olivia de Havilland, film L’ereditiera, William Wyler, 1949

La Bolkan viene spesso sottovalutata, ma ha lavorato con i più grandi, ha fatto dei film che sono veramente dei capolavori, come Una breve vacanza di De Sica. Tra l’altro per l’epoca è stata una bellezza inconsueta, androgina e intrigante: in Italia non era scontata una bellezza del genere.

Filippo Kulberg Taub con Florinda Bolkan

Tutti questi personaggi femminili verso cui mio padre mi ha trasmesso la passione mi hanno spinto a lavorare su una cosa, sul tema del ricordo. Gli oggetti che possiedo di mio padre e che ho continuato a collezionare, nonostante io abbia venduto parte della collezione sia a Francesco De Simone sia a un avvocato ex dialoghista della Disney, sono davvero molto rari. In 16 mm per esempio ho la pellicola di un film bellissimo che si chiama Suspense del 1961 di Jack Clayton, un regista stupendo, adattamento di Truman Capote tratto dal romanzo Il giro di vite di Henry James del 1898, oppure Quelle due con Audrey Hepburn e Shirley MacLaine.

Autografo con dedica personale di Olivia de Havilland, Every Frenchman has one, A Random House Book, 1962

GELN: Tuo padre, a parte quello che ha avuto in eredità da sua madre, dove acquistava questi materiali rari?

FKT: Mio padre aveva un suo giro di collezionisti negli anni Sessanta e Settanta, che erano anche suoi amici. Lui lavorava nei teatri e nei cinema, dove si occupava della sicurezza, per esempio ha conosciuto Renato Zero quando faceva Zerolandia nel tendone. Era molto amico, tra gli altri, di Maria Carta, una delle maggiori rappresentanti della canzone sarda.

Mio padre aveva quindi questo canale di conoscenze che si sviluppava anche attorno all’ambiente del collezionismo. Si è trovato quindi a contatto con moltissime persone e con situazioni diverse, soprattutto nella Roma degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.

GELN: Qual è secondo te il modo ottimale per conservare le pellicole? Che consiglio daresti ad altri collezionisti di pellicole o a persone che vogliano avvicinarsi a questo tipo di mercato?

FKT: Sapere come maneggiare una pellicola è fondamentale, e molto dipende dal supporto con il quale la pellicola viene creata.

Se la pellicola è in nitrato di cellulosa è altamente infiammabile ed è anche altamente deperibile, la luce del sole la distrugge, quindi io consiglio sempre di utilizzare delle celle frigorifere a bassa temperatura, in modo che la pellicola possa conservarsi nel tempo. Fino alla seconda metà degli anni Settanta si usava ancora la pellicola in nitrocellulosa, negli anni Ottanta le pellicole hanno poi iniziato a essere conservate grazie al nuovo supporto chiamato polyester, più resistente rispetto alla pellicola in cellulosa e che ha permesso una maggiore resistenza del supporto, è più stabile e resistente, ma non impedisce di per sé il viraggio o lo sbiadimento dei colori. Le primissime pellicole collezionate da mio padre sono in cellulosa, quelle più recenti invece sono prevalentemente in polyester.

GELN: Dove conservi tutte queste pellicole?

FKT: Le conservo in armadi in cui non prendono mai luce. Sono armadi che erano di mio padre e che lui utilizzava esclusivamente per le pellicole.

Pellicola 16mm di Donnez-moi dix hommes désespérés, Pierre Zimmer, 1962

GELN: Quando le proietti che tipo di attrezzatura utilizzi? Immagino che sia un evento abbastanza raro.

FKT: Dipende dal formato. Ho sette proiettori nella casa di famiglia di Santa Marinella: dal classico Super 8 della Silma, fino al Bauer per il 16 mm oppure il Victoria 5 per i 35 mm. Ogni formato vuole il suo proiettore e ci sono delle variazioni sia nelle dimensioni sia nella qualità dell’immagine. Ho portato avanti sia la passione per la pellicola in 16 mm e che per quella in 35 mm. Non succede spesso di proiettare perché ci vuole tempo, non è come mettere un disco su un giradischi e ascoltare un vinile: con le pellicole non basta avere gli strumenti, bisogna preparare il proiettore e dedicare tempo alla visione.

GELN: Oltre alle pellicole hai continuato anche con altri aspetti della collezione di tuo padre.

FKT: Sì, ho per esempio due dischi di Anna Fougez, rarissimi, a 78 giri. Ho anche vari libri di mio padre sull’esoterismo, alcuni dei quali molto rari: uno di Sir Arthur Conan Doyle, dedicato al caso di cronaca delle fate di Cottingley, quello delle due bambine che convinsero Doyle a scrivere un libro su quello che era di fatto un fenomeno paranormale: si trattava della storia di queste due bambine che avevano fotografato delle fate, non è una storia inventata per un libro, un romanzo o un film, ma un vero fatto di cronaca degli anni Dieci, quasi come se si trattasse di un avvistamento UFO. Il libro è stato scritto da Sir Arthur Conan Doyle nel 1922 e apparteneva alla collezione di mio padre, adesso mia. Ho anche un libro di una teosofa, Madame Helena Blavatsky, The Key of Theosophy, del 1889.

Sir Arthur Conan Doyle, The Coming of the Fairies, Hodder and Stoughton, 1922

Sono tutti materiali di ricerca, materiali storici, peculiari, che secondo me solo un conservatore di beni culturali o un vero appassionato della settima arte può comprendere fino in fondo.

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, spesso nota con lo pseudonimo GEL, è nata a Pisa nel 1990. È curatrice d’arte indipendente e ha scritto per giornali e riviste di cultura e costume, tra cui POSH, Artribune, Arte In e Artuu Magazine. Collabora stabilmente, da più di dieci anni, con Inside Art. Ha curato mostre di artisti internazionali e sviluppato una ricerca rivolta in particolare alla nuova arte e alla fotografia contemporanea, con attenzione alle tematiche sociali, alla parità di genere e ai diritti. Ha inoltre collaborato con Istituti di Cultura e Ambasciate. Tra i progetti più significativi figurano la mostra personale di Angelo Dozio “Palmyra”, presentata nel 2017 presso il Padiglione della Repubblica Araba Siriana alla 57ª Biennale di Venezia, e diverse collaborazioni con gli Istituti Italiani di Cultura: la personale “Fluid Memories” (2019) di Marco Angelini presso Apteka Sztuki Gallery in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia; “La memoria delle forme” (2019) personale dello stesso artista al Palais des Rais – Bastion 23, realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia ad Algeri; la personale “Rhizomes” (2023) sempre di Marco Angelini presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia; e la personale di Andrea Pinchi “Il mito del sogno quotidiano” (2024) presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene.

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